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Le passate
Quando i partecipanti al corteo, spingendo, trainando o
trasportando a spalla le varie strutture – per i carri di
dimensioni maggiori si ricorre all’ausilio di mezzi meccanici –
sono giunti sul Monte, vale a dire sul piazzale retrostante il
Santuario, l’euforia sembra acquietarsi. In effetti l’ultimo tratto
del percorso, in ripida salita, risulta alquanto faticoso e mette
alla prova la resistenza dei devoti, che si fermano, leggermente
arretrano, prendono la ricorsa e ripartono in velocità per portare
fin sulla cima le loro creazioni.
Quando tutti carri si sono posizionati, la ritualità recede e il
clima che si instaura è quello di una sagra paesana. I pecorai
fanno la ricotta e la offrono al pubblico che affolla il piazzale;
i mietitori simulano l’antica pratica della trebbiatura manuale
battendo con il curriato le gregne; le fontane zampillano; tutti
guardano con curiosità e ammirazione le composizioni floreali e di
frutta e, con qualche rammarico, l’abbondanza di pesce che si sta
deteriorando sotto il sole cocente. Molti allungano le mani per
agguantare una mela, un ramo di ciliegio o un grappolo d’uva. Anche
i partecipanti al corteo “rompono le righe” e si accompagnano a
parenti e amici; più spesso si siedono all’ombra per uno spuntino a
base di formaggio, affettato, salsicce; si passano i fiaschi di
vino dai quali si beve a tonfo, anche i pescatori placano le loro
intemperanze.
Dall’alto del colle il lago riluce sotto i raggi del sole, tutto
suggerisce tranquillità e quiete. A questo punto, essendosi fatto
peraltro abbondantemente mezzogiorno, i turisti e i visitatori
riprendono la strada di casa, ritenendo finita la festa. Ma si
sbagliano.
E’ questo il momento che ogni martano aspetta lungamente per un
anno, quello a cui ha dedicato settimane se non mesi in attività e
pensieri, è il momento delle Passate.
I devoti, ora Passanti, stanno per essere introdotti al cospetto
della sacra immagine della loro Madonna, che affrescata sulla
parete retrostante l’altare del piccolo Santuario è pronta a
ricevere il loro omaggio.
E’ una cerimonia privata, quasi intima, al di là della sua
esteriorità tumultuosa e quasi blasfema. I forestieri se ne sono
quasi tutti andati, molti ignorano che tutta la festa, la sfilata,
i carri, la salita al monte non sono che il preludio, la
preparazione a questo momento. E’ qui che l’orologio biologico che
in qualche parte del DNA governa le azioni dei martani torna a far
girare precipitosamente le sue lancette.
I gruppi spontaneamente si ricompongono, ogni categoria si
ricompatta e, seguendo lo stesso ordine del corteo, si appresta ad
entrare nel tempio. Quella che segue è un’esplosione incontenibile
di profana devozione, un crescendo di incoercibile euforia che
accompagna i Passanti nel corso dei tre giri rituali che ogni
categoria compie prima che ognuno di loro possa lasciare ai piedi
dell’altare la sua offerta in prodotti della terra e del lago.
Entrano dalla porta della chiesa, attraversano il presbiterio ed
escono da quella del piccolo convento adiacente al tempio, per tre
lunghissimi, interminabili giri. Gridano, inneggiano, invocano,
cantano con quanta più forza hanno in gola la loro fede
impareggiabile nella Madonna santissima del Monte; la volta del
tempio amplifica le grida che le pareti sembrano non contenere. I
sementerelli gettano a pioggia dalle loro bisacce i fiori di maggio
su chi assiste al rito, sui Passanti, sulle suppellettili sacre,
sull’altare, su tutto e su tutti. I fiori schiacciati dalla
moltitudine dei devoti esalano un odore acre che in breve riempie e
disturba le nari. Gli attrezzi e gli strumenti della fatica
contadina – un tempo anche gli animali al seguito – entrano nel
tempio in braccio, trainati, a spalla dei loro portatori. Il
clamore assordante, le grida sguaiate, la gestualità enfatica, i
volti stravolti, arrossati e i corpi sudati dei Passanti potrebbero
scioccare gli estranei.
I più scalmanati sono naturalmente i pescatori, specie i più
giovani. Con le vesti ormai lacere, sporchi e puteolenti reiterano
senza fine le grida di giubilo; ha un bel daffare il povero parroco
a richiamarli alla calma, alla continenza, al rispetto. Come una
valanga che discende incontrastata il versante di una montagna così
la loro foga travolge indistintamente il sacro e il profano, il
lecito e l’opportuno, ogni misura e contegno. Portano a spalla o in
gerle i pesci più grandi e più belli, ormai in gran parte avariati
dal sole, e li riversano sull’altare e ai suoi piedi, dove si
sovrappongono e si mescolano alla frutta schiacciata, agli ortaggi
pesti, alla ricotta tracimata dalle fuscelle, alle spighe
frantumate, ai formaggi sfatti e alle verdure sbattute. Non si è
lontani dal vero affermando che il sacro luogo ha ora l’aspetto di
una discarica. Nessuno tuttavia potrebbe dubitare che in questo
modo i passanti vogliono solo esprimere in modo energico e corale
la loro fede ineguagliabile e il loro amore incondizionato verso la
Madonna Santissima del Monte.
Solo al compimento del terzo giro gli animi si placano: tutti si
prostrano deferenti sotto gli occhi benevoli della Madonna del
Monte e baciano inginocchiati l’ostensorio contenente la sacra
reliquia del velo della Vergine che il parroco offre loro e che ha
il nome simbolico di “Pace”. Il rito si conclude, la “pace” è
tornata nei loro cuori e nelle loro membra. Ogni passante riceve
grato la grande ciambella di anice – dalla lunga e complessa
lavorazione - che il “Signore” di ogni categoria ha preparato per i
suoi, la infila in un braccio ed esce dalla chiesa. La ciambella
rituale, quasi un premio per l’impegno e la fatica sostenuti, non
destinata alla consumazione, verrà appesa in casa a ricordo e
testimonianza della partecipazione alla festa.
Il ritorno al paese avviene, se non alla spicciolata, comunque
senza particolari formalità, a parte la voglia incessante di
acclamare la Madonna. I Passanti non rinunciano comunque ad un giro
nel centro storico dove vengono accolti dalle loro donne con una
pioggia profumata di fiori di maggio, petali di rose ed erbe
aromatiche. La benedizione impartita dal parroco ai Passanti
raccolti sulla piazza, suggella la fine della grande giornata.
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I pescatori si apprestano alla
passata |
Le offerte vengono deposte
sull'altare |
Il bacio alla
reliquia della 'Pace' conclude la passata |
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| L'intero percorso è scandito
dalle grida |
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| La fatica si legge sui volti |
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| Sfilano i pescatori |
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| Il corteo è chiuso dal clero,
con il parroco che porta la 'Pace' |
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| Sul piazzale del Santuario i
carri si lasciano ammirare |
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| I sementerelli aprono le passate |
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| La passata dei villani |
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