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La Madonna del Rosario a Piansano Un'incomparabile manifestazione di fede, devozione e passione
La domenica della Festa Invero non si può immaginare cerimonia più solenne e interiormente vissuta della processione della Madonna del Rosario a Piansano, la prima domenica di ottobre. Fin dal primo mattino il clima di festa pervade gli animi e si riversa nell’aria. Scendete in strada, tra la gente: vedrete solo sguardi sereni e visi sorridenti. La giornata inizia molto presto: le mamme, le mogli, si alzano all’alba e non perdono tempo. C’è molto da fare: la casa, i figli, i mariti, il pranzo delle grandi occasioni. E poi gli ospiti, non c’è casa in cui non ve ne siano. Certo, qualcuno potrà anche sorridere del fatto che tutti indossino il vestito della festa: gli uomini in blu o in scuro, come il giorno del matrimonio, magari con lo stesso completo. Che si vedano cravatte ben annodate anche al collo di chi non le porta il resto dell’anno. Che si incontrino solo donne fresche di parrucchiere, in abiti eleganti e signorili, pur se semplici massaie. Neanche i ragazzi rinunciano alla giacca e ad una camicia ben stirata. L’abito nuovo è d’obbligo per giovani e fanciulle: sfilano per le vie del paese come su una passerella, facendosi ammirare. Si va in chiesa, come il venerdì: da soli, in coppia, a gruppi. Ma stavolta senza fretta, quasi passeggiando. Intanto la “messa cantata” notoriamente è molto lunga e qualche minuto di ritardo ci può stare; il posto poi comunque non si trova, e tanto vale rassegnarsi. Tutto il paese è un via vai di bella gente che anche così onora la Madonna del Rosario: presentandosi alla sua festa nella condizione migliore. Qualche forestiero romano, di quelli che hanno comprato e restaurato le vecchie e fatiscenti abitazioni della rocca, esce di casa in libertà, magari in tuta, addirittura in calzoncini; si guarda intorno un pò spaesato: decisamente stona, si nota, dovrebbe capirlo... CLICCA SULLE IMMAGINI PER INGRANDIRE E PER VISUALIZZARNE LA DESCRIZIONE |
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La messa solenne è concelebrata da numerosi sacerdoti: non mancano mai i vecchi parroci, che rimangono inevitabilmente legati ai toccanti riti che hanno officiato; neppure i sacerdoti originari del paese, se possono, perdono l’occasione. Sfavillio di luci, colori, preziosi paramenti liturgici che rivestono i celebranti e addobbano gli altari, l’organo, il coro: la chiesa è magnifica, e ancor più lo era anni fa... allorché il pôro Guelfo, in bilico sullo stretto cornicione che delimita la volta del tempio, a decine di metri di altezza dal suolo, vi si muoveva con la stessa agilità e destrezza con cui una scimmia si penzola sui rami alti degli alberi. Percorreva in su e in giù l’ardita prominenza, piegandosi e pericolosamente sporgendosi per seguire l’andamento della volta, riuscendo così a stendere sul cornicione, sulle colonne che affiancano l’altare maggiore e sull’altare stesso quei maestosi paramenti che sono ancora nella memoria di noi tutti e che nessuno, dopo di lui, ha più osato collocare. Anche quella era una prova di fede, di fede estrema.
Oggi si rinuncia a tanta pompa, ma la celebrazione non perde nulla in termini di solennità e partecipazione emotiva. Il momento culminante è naturalmente quello della discesa della Madonna: una volta a terra, tra le grida di giubilo degli astanti, la macchina viene sollevata a spalla dai “portantini” per esser portata in processione. Questi ultimi, uomini di ogni età ma perlopiù maturi ed anche anziani, indossano una stola candida con fascia celeste e monogramma mariano e si assumono il gravoso onere di trasportare per vari chilometri il pesante baldacchino.
All’uscita dalla chiesa, così come era successo il venerdì nella piccola sacrestia, la macchina, che in considerazione delle sue dimensioni non potrebbe certo passare attraverso la porta del tempio sulle spalle dei portantini, viene posta a terra, girata di lato e “strisciata” fin sul sagrato dove, nuovamente innalzata, inizia il suo percorso processionale.
C’è subito da affrontare “la salita della chiesa” che con il suo notevole dislivello potrebbe impensierire i portatori che devono anche destreggiarsi nelle strette vie del centro storico per non urtare le festose luminarie. Giunti sulla piazza, la processione assume la conformazione che manterrà per tutto il resto del percorso. I devoti, suddivisi su due lunghe file parallele, aprono il corteo uniti nella preghiera e nel canto; seguono gli sbandieratori, la banda musicale, i membri delle confraternite nella loro caratteristica divisa, le autorità religiose con in testa il celebrante avvolto nei paramenti liturgici, i coadiuvanti, i chierici.
La Madonna in trono avanza lentamente lungo il paese, con al seguito un grandioso (è l’aggettivo giusto) concorso di popolo che riempie e occupa l’intera via. Subito dietro sfilano le penitenti, talvolta scalze: si tratta di un folto gruppo di donne, perlopiù mature o anziane, che portano in processione un grande cero, scomodo e pesante, sorreggendolo obliquamente al petto con le mani protette da un fazzoletto, per evitare che scivoli. Con questa particolare forma di devozione, tradizionalmente riservata alle sole donne, si intende sciogliere o propiziare un voto. Si vuole cioè ringraziare la Vergine per aver ricevuto una grazia o ci si affida al suo amore materno per ottenerla. Portare il cero non è un atto devozionale occasionale o estemporaneo: chi decide di farlo assume solitamente l’impegno per tutta la vita, o almeno finché ne ha la forza. E’ anche segno di grande umiltà: si procede a testa bassa, sotto gli occhi di tutti. Ci si espone: in un piccolo centro le vicende personali e private, specie quelle legate ad eventi negativi quali malattie o rovesci famigliari, non sono mai così riservate... Portare il cero può costituire, agli occhi degli astanti, una conferma o un’ammissione di vicende o problemi che, seppur difficili da celare, spesso si preferisce involgere in un velo di pudore.
Non vi è luogo per confronti: se non è dubbio che il cruento omaggio devozionale dei battenti di Guardia Sanframondi è ben più eclatante e invasivo, è anche vero che questa forma estrema di manifestazione della fede è almeno protetta dall’anonimato; le penitenti di Piansano, che meglio dovremmo qualificare come “zelanti”, considerato che il loro gesto non è generalmente legato a una colpa da redimere ma a un voto da onorare, professano a viso aperto la propria umana fragilità, la loro inflessibile fiducia che la Vergine Santa possa accoglierle sotto il suo manto protettivo, tutelando le loro famiglie da avversità, traversie, sventure. E di ciò non possono dubitare, perché la Madre Celeste è sempre intervenuta in soccorso dei suoi figli, ogni volta che è stata invocata: spargendo generosamente la sua grazia o portando conforto e consolazione, lei che – non dimentichiamolo – è la “consolatio afflictorum”.
Di ciò sono prova i numerosissimi ex voto che la devozione popolare le ha dedicato e il “povero” tesoro di cui l’ha omaggiata. Povero in quanto costituito per la gran parte da catenine, orecchini, spille, braccialetti, anelli... oggetti di modesto valore economico ma di straordinario valore simbolico: perché quei monili erano spesso le uniche cose di pregio che quell’umile gente possedeva e di cui volentieri si privava per far risplendere la veste della Vergine, la cui divina volontà, all’occasione, ha saputo chiaramente manifestarsi.
Anni fa, ad esempio, senza voler scavare in epoche a noi lontane, tutti siamo stati testimoni di un evento che non si può che definire straordinario. Antefatto: la costruzione della nuova chiesa, al centro del paese, aveva riscaldato gli animi e suscitato non poche polemiche. Questo poiché per la sua realizzazione si era reso necessario demolire il vecchio edificio settecentesco, caro alla memoria dei piansanesi, per quanto di modeste dimensioni e non più adeguato alle esigenze di una comunità in crescita. Il nuovo tempio, in stile moderno e caratterizzato da forme rigorosamente geometriche con materiali di costruzione a vista, stentava ad entrare nel cuore dei fedeli, seppur funzionale, comodo e ampio.
Successe questo: la processione partì come sempre dopo la messa cantata in una splendida giornata di sole; allorché tuttavia la Madonna giunse davanti alla Chiesa Nuova (come viene tutt’oggi chiamata) un temporale improvviso quanto violento portò inevitabile scompiglio tra i partecipanti al rito. Lì per lì si decise di riparare la sacra statua all’interno del tempio, per sottrarla alle intemperie. Ma non appena ciò avvenne la pioggia cessò di cadere e tornò a risplendere il sole, consentendo così di riprendere e portare a termine la processione. Fu chiaro a tutti che la Madonna aveva voluto visitare la chiesa, legittimandola, e indicando chiaramente che la via da percorrere era quella della preghiera, il cui valore prescinde dal luogo in cui viene elevata, e non quella della polemica.
Ma torniamo alla festa... dopo aver percorso le vie del paese, con la stessa solennità il lungo corteo volge al ritorno. Una volta rientrati nella chiesa parrocchiale i portantini possono sgravarsi del peso, posando la macchina sul supporto ai piedi dell’altare. La sacra effigie della Vergine, circonfusa di luce, può così spiccare nuovamente il volo fin sulla sommità...
La Madonna del Rosario nel suo trono processionale resterà trionfalmente esposta per un’intera settimana, durante la quale sarà costante oggetto di devozione e preghiera. La domenica successiva, nel pomeriggio, durante una cerimonia lontana dai clamori del “venerdì della festa” ma non per questo meno partecipata, avrà luogo la “reposizione”: davanti a un’assemblea ecclesiale composta quasi esclusivamente da donne, scenderà per l’ultima volta dall’altare per esser nuovamente riposta nella piccola sacrestia, prima di raggiungere la sua tradizionale sede nella cappella della navata destra, dove resterà per un intero anno.
Fino al sopravvenire di quel magico venerdì...