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Rinnovamento nello Spirito Santo |
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I
“Figli dello Spirito” cantano, ballano, si abbracciano, si baciano,
svengono per rendere omaggio a Gesù. |
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Vai a parte:
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Parte Terza |
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di
Giuseppe Moscatelli |
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L’orribile santuario del Divino Amore, una sorta di
enorme capannone più simile ad un hangar per il ricovero e la
manutenzione di aeromobili piuttosto che ad un luogo di culto, è
già invaso dai fedeli: seduti, in piedi, accovacciati, appoggiati
su qualsiasi sostegno utile all’uopo, appollaiati su cornici e
finestre. Solo uno spazio nella parte centrale della chiesa,
delimitato da un nastro da cantiere, come a voler fare intendere
che è riservato, offre ancora l’opportunità di sedersi. Senza
indugio scavalco il nastro e occupo i posti per me e gli altri
amici che, dopo un attimo di esitazione, mi seguono; molti altri li
imitano ed in breve il settore si riempie.
L’interno della chiesa, una via di mezzo tra la hall
di un aeroporto intercontinentale e una megadiscoteca da litorale,
è altrettanto brutto dell’esterno: pareti di vetro colorato con la
scontata iscrizione VIVA MARIA in caratteri strabici, poco consoni
a un luogo sacro; una piccola e insignificante immagine della
Madonna appesa ad un pannello triangolare sospeso al soffitto; un
desolante senso di vuoto per la mancanza di tutto ciò che fa di una
chiesa una chiesa: unico elemento di arredo una miriade di sedie
monoposto infisse al suolo.
Avendo conquistato il posto a sedere e mancando
ancora un pò all’inizio della cerimonia chiedo ad Anna di
accompagnarmi a visitare il santuario storico del Divino Amore, che
sorge su un’altura proprio di fronte alla nuova costruzione.
All’uscita però incontriamo altri amici che ci intrattengono e ci
suggeriscono di mangiare qualcosa per cena, visto che la veglia
andrà per lunghe. In effetti abbiamo panini e bibite nel nostro
zainetto, ed anche un thermos con il caffè. Procediamo, ma ad un
certo punto Anna mi fa: “Senti! stanno già cantando i fiumi di
acqua viva!”. Abbandonando l’idea di raggiungere il vecchio
santuario ci precipitiamo nella chiesa, ora stracolma in ogni
ordine possibile di posti. L’effetto visivo è quello del movimento
ondoso del mare: una massa di mani, di teste, di corpi si muovono e
cantano all’unisono, immersi in un’aura di genuino fervore.
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Il santuario del Divino Amore |
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I canti scaldano gli animi e rinvigoriscono
l’entusiasmo: chi riesce a ricavarsi un pò di spazio intorno a sé
accenna a movenze di danza. E c’è anche chi si lascia tentare da
una sorta di “trenino”. Dal palco, prossimo all’altare, viene
annunciata la presenza del leader nazionale dell’organizzazione -
un nome vagamente ispanico - che si approssima al microfono,
accolto da uno scrosciare di applausi. “Guarda quanto è
carismatico!” mi sussurra Anna.
Bell’uomo, davvero. Non molto alto ma eretto,
autorevole, un gran portamento. Indossa un impeccabile abito scuro,
una camicia di un bianco abbagliante e una cravatta blu cupo
perfettamente annodata. Non riesco a reprimere un moto di
ammirazione: mai vista una camicia così ben stirata. Con
espressione chiara, robusta, eloquente si rivolge ai presenti,
richiamando i valori della Pentecoste. Ha una voce calda, possente,
trascinante. Davvero carismatico.
Conclude il suo intervento invitando i presenti a
cantare uno degli hit dell’organizzazione: “Ti amo di più di ieri”
e lo introduce - in un crescendo di enfasi - con una serie di
esortazioni che mandano in visibilio il pubblico: “I mariti lo
dicano alle loro mogli, le mogli ai mariti! I fidanzati lo dicano
alle fidanzate, le fidanzate ai loro fidanzati! I figli lo dicano
la sera ai papà che rientrano dal lavoro e i padri ai figli! Ti amo
di più di ieri! TI AMO DI PIU’ DI IERI! Ditelo tutti con me TI AMO
DI PIU’ DI IERI!”. Un profluvio di amorosi sensi dilaga tra le
coppie presenti, non tutte – si presume – regolari. Tutti
enfaticamente si stringono, si abbracciano, si baciano.
L’annuncio dell’imminenza della Santa Messa riporta
silenzio e compostezza nell’assemblea. Un gran numero di sacerdoti
affiancherà nella celebrazione l’officiante Don Cantalamessa, un
nome sicuramente evocativo, cui spetterà anche il compito di
proferire l’omelia. E’ un momento atteso. Siamo lì per quello, per
la celebrazione comunitaria della Pentecoste. Ecco, ora l’assemblea
all’unisono eleva il suo canto e implora la venuta dello Spirito:
“Spirito di Dio scendi su di noi... Vieni... Riempici”. E’ un
momento di straordinaria intensità, si avverte un senso di attesa.
Alzo gli occhi verso l’alto, come se l’anonimo soffitto del tempio
da un momento all’altro si dovesse squarciare per far posto al
globo infuocato dell’Amore di Dio che lancia su di noi le sue
guizzanti fiammelle. |
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Avverto al mio fianco un botto sordo: una donna di
mezz’età è strapiombata a terra come colpita da un dardo e ora
giace distesa sul pavimento, con gli occhi chiusi, tra i piedi
degli astanti che cercano di trarsi da parte per non calpestarla.
Istintivamente mi protendo verso di lei, ma vengo trattenuto da
Anna che stringe con forza il mio polso: “fai finta di niente, come
tutti”, mi sussurra “la nostra sorella è in rilassamento, tra poco
si rialzerà”. Sarà. Ma non riesco a distogliere lo sguardo da
quella figura dal volto pallido che giace ai miei piedi quasi priva
di vita. Dal fatto che qua e la si formino capannelli circolari di
fedeli presumo che la stessa cosa stia accadendo ad altre persone,
in altri punti della sala. Ma nessuno sembra darsene pensiero,
continua la celebrazione, continua l’invocazione allo Spirito.
Ora l’assemblea eleva il “cantinlingue”, più soave e
suadente che mai: tutti vi partecipano con un filo di voce, quasi a
non voler turbare il raccoglimento che misticamente avvolge la
sala. Si odono ai quattro lati del tempio voci stridenti: grida,
guaiti, rantoli acuti; urla lancinanti di parole incomprensibili
feriscono per qualche istante la quiete spirituale che alberga in
tutti noi. Non mi giro a guardare, a cercare. Resto con me.
La messa prosegue. Al momento dell’elevazione il
leader carismatico si prostra in ginocchio dinanzi al celebrante,
con il viso affondato tra le mani. Resto a guardarlo ammirato: così
elegantemente inginocchiato, incurante di compromettere la piega
perfetta dei pantaloni. Davvero carismatico. Siamo all’eucarestia:
a mani giunte si accosta al sacramento con la stessa raffinata
distinzione con cui nel corso della celebrazione si è raccolto in
preghiera. Si vede che è un leader.
La messa è finita: ora tutti quanti sventoliamo
felici il fazzoletto rosso che ci è stato consegnato all’ingresso.
C’è anche Pippo Franco, mi fanno notare. Anche lui, in mezzo alla
folla, a sventolare il suo fazzoletto. Lo Spirito Divino è venuto e
ha effuso su di noi le sue rosse fiammelle. Tutta la sala è un
rigoglioso sventolio di bandiere cremisi. Don Cantalamessa è sceso
dell’altare e attraversa la folla scortato da due “cordoni” del
servizio d’ordine che impediscono a chiunque di avvicinarlo
(neanche fosse una rock star) mentre impartisce benedizioni a
destra e a manca (neanche fosse il papa).
All’uscita ritrovo gli amici di Tuscania ed anche
qualcuno del gruppo di Montefiascone. Inevitabile la richiesta di
“impressioni”. Mi è molto piaciuto, continuo a dire, davvero, non
mi aspettavo, sono felice di aver partecipato. Qualcuno mi fa:
“Perché non vieni a Rimini, al raduno nazionale?”. “A Rimini?”
rispondo io “beh, non so...”. Mi rispondono con aria compiaciuta:
quello che hai visto non è niente rispetto a quello che vedrai a
Rimini... Vedrai!...a Rimini, a Rimini...”.
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