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I contatti di Luciano con l'ambiente artistico romano:
il cardinale Fesch, Vincenzo Pacetti, Antonio Canova, Raffaele Stern. |
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di
Giulia Item |
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Vincenzo Pacetti
Opera di P. Labruzzi,1790 ca. Olio su tela.
Roma, Accademia Nazionale di San Luca |
Un’altra figura fondamentale, ai
fini della ricostruzione delle committenze artistiche di Luciano
Bonaparte e, soprattutto, al fine di ricostruire il percorso che
porta alla scelta degli artisti che hanno lavorato a Canino, é
quella di Vincenzo Pacetti (1746-1820) [nota5].
E’ probabile che questi abbia ricevuto la sua prima educazione
dal padre incisore; molto giovane cominciò a partecipare ai vari
concorsi per esordienti raggiungendo ottimi risultati. L’abilità
per il restauro l’acquisì di certo negli anni in cui fu a
bottega dallo scultore Pietro Pacilli, il quale aveva lavorato
sia in alcune chiese romane, sia come restauratore, attività
sicuramente più remunerativa. Dal 1772, anno della scomparsa del
Pacilli, Pacetti ereditò la bottega per la quale aveva già
realizzato alcune opere, di cui una sola originale, per la
chiesa di S.Onofrio, di cui si é persa traccia.
Dunque é su queste premesse che si basò la sua attività
principale di restauratore che, tra l’altro, dovette condurre in
maniera abbastanza priva di scrupoli: “i suoi restauri più
celebri erano com’é noto ammirati dai contemporanei, ma in
particolare nel ‘gruppo della Pace’- forse progettato, e certamente portato a
termine, con l’approvazione di Ennio Quirino Visconti (...)- non
é facile distinguere il limite tra una ricostruzione in cui
erudizione e fantasia si erano spinte troppo oltre,
un’integrazione intenzionalmente volta soltanto ad ottenere
un’opera apprezzabile sul mercato antiquario.”
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Per questi contatti, sia con l’ambiente artistico, che con la
committenza ‘importante’ della Roma di inizio secolo, Pacetti fu
un collaboratore stimatissimo da Luciano. Da quanto risulta sia
dal carteggio che, dal 1804 al 1810, testimonia i rapporti tra i
due, sia dal contenuto del ‘Diario’ di Pacetti riferito a quegli
anni, lo scultore ebbe l’importante ruolo di consigliere negli
acquisti che il Bonaparte fece durante il suo soggiorno romano.
Un’idea della collaborazione tra i due ci può venire, ad
esempio, da una lettera che il Bonaparte spedì allo scultore nel
maggio 1806: “Ricevo la vostra: se si vuol vendere il Rafaello
bisogna considerare che la conservazione sia perfetta; e allora
ne darò mille luiggi; (...) nel caso che si convenga del prezzo
e non prima, verrei a Roma per vedere il quadro(...)”.
Da queste parole possiamo dedurre che Luciano si fidò ciecamente
del parere dello scultore. In un’altra missiva della medesima
serie, leggiamo: “Vi prego, stimatissimo S.Pacetti, di fare
incassare subito la cerere di Canino (...): voglio fare fare la
testa-ritratto di Lolotte sul marmo stesso affinché sia più in
armonia con la figura. Desidero che non perdiate tempo. Vostro
Luciano Bonaparte. Tuscolo, 19 ottobre 1809.”
Fu lo stesso Pacetti, inoltre, a pagare incisori e disegnatori
affinché realizzassero i fogli che avrebbero poi costituito il
corpus del catalogo della collezione di Luciano.
Di questo sodalizio é bene anche sottolineare il ruolo di
mediatore che l’artista, responsabile anche dell’ingresso di
Luciano tra gli accademici di S.Luca, ebbe nel proporre gli
artisti più affermati all’attenzione del Senatore, fatto da non
sottovalutare alla luce delle future evoluzioni della
committenza di Luciano.
Inevitabile, considerato il periodo di cui ci stiamo occupando
in queste pagine, dare uno sguardo anche al rapporto che Luciano
Bonaparte instaurò con colui che, di sicuro, fu il massimo
esponente artistico di fama internazionale: Antonio Canova
(1757-1822). Il primo incontro tra Luciano e Canova seguì
immediatamente l’arrivo del Senatore a Roma: lo scultore,
infatti, essendo stato eletto ispettore delle Belle Arti,
dovette redigere un inventario delle opere che Luciano recò con
sé [nota7].
Qualche tempo dopo Luciano cominciò a contattare abbastanza
spesso lo scultore, sia per avere il suo parere di esperto circa
alcuni acquisti, sia per richiedergli sue opere, tra cui una
statua di Musa con le fattezze dell’amata consorte Alexandrine.
Come ha rilevato Honour nel suo saggio sui rapporti tra Luciano
e lo scultore [nota8],
per l’opera non fu mai stipulato un contratto formale, mentre il
carteggio privato dello stesso Canova [nota9]
non reca tracce di questa commissione. Da alcune lettere spedite
dal Senatore nel 1808, durante il soggiorno a Firenze
[nota10], si può supporre
quali furono gli anni in cui Canova lavorò all’opera, essendo
questo il primo documento in cui si menziona la ‘Musa’; dagli
stessi documenti si viene a conoscenza anche del fatto che lo
scultore si servì di un suo apprendista per realizzare dei
disegni che mostrassero l’opera nelle varie fasi di lavorazione.
L’opera figurò, a partire dal 1817, nell’inventario che lo
stesso Canova pubblicò, con il titolo di Catalogo cronologico: a
pagina 14 dell’elenco fu infatti incluso il ‘busto in marmo
della Principessa di Canino’.
Sempre di Canova, la Venere che Bonaparte riuscì ad aggiungere
alla sua collezione: questa fu una delle copie della famosa
‘Venere Italica’, che lo scultore realizzò per la Firenze di
Elisa Bonaparte. Purtroppo l’opera rimase in custodia alla Banca
Torlonia quando Luciano partì per gli Stati Uniti, ed egli non
poté nemmeno godere del suo possesso al ritorno in Italia, in
quanto la vendette per risolvere le sue difficoltà economiche.
Nonostante l’artista non abbia prodotto molto altro per Luciano,
egli rimase sempre in buoni rapporti con la coppia dei principi
di Canino. Il fatto che il senatore abbia optato proprio per
Canova, consente di chiarire ulteriormente quali fossero gli
orientamenti di Luciano in fatto di gusto: infatti, oltre ad
essere stata una scelta obbligata essendo lo scultore il più
noto ed acclamato dell’epoca, fu anche una decisione dettata
dall’amore di Bonaparte per l’antico, per la ripresa dei canoni
classici di cui Canova si servì per la sua arte.
Quando Luciano arrivò a Canino, pensò di risistemare alcuni
angoli della cittadina e la sua stessa dimora, il castello di
Musignano (piccola frazione di Canino che, con il Chirografo del
1828 sarà elevata a castellania da andare in eredità al
primogenito dei principi di Canino).
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Nel corso degli anni
precedenti l’acquisto delle terre di Canino, Luciano si era
spesso rivolto ad un noto architetto romano, ma soprattutto
molto operoso in quel periodo: Raffaele Stern ( 1774-1820)
[nota11]. Proprio all’arrivo
del Senatore, infatti, lo Stern si era occupato della
sistemazione di Palazzo Nuñez [nota12]
e, in seguito, quando Luciano acquistò la villa Rufinella, fu lo
stesso che intervenne, riorganizzando la struttura del parco con
l’inserimento di reperti antichi e siepi variamente disegnate,
che resero famosa questa residenza di campagna. Visti dunque i
precedenti, il Bonaparte decise di affidare ancora allo Stern la
realizzazione della nuova porta di Canino, Porta Luciano , il
restauro della Rocca dalla quale Luciano poteva ammirare i suoi
possedimenti, e la sistemazione della Collegiata notizia da
rivedere in relazione ai documenti di Canino).
Questi lavori occuparono una lunga parentesi all’interno dell’attività
dell’architetto: egli, infatti, rimase al servizio del senatore
dal 1806 al 1808. Tra i servizi che Stern rese a Luciano, è bene
anche ricordare i disegni, in forma di rilievo, raffiguranti i
perimetri in cui furono effettuati gli scavi della campagna
archeologica nei pressi della Rufinella nel 1808.
Ancora una volta, dunque, un sodalizio tra Luciano, amante
dell’arte antica che volle circondarsi di opere scelte secondo
il suo eccellente gusto, e un artista che seppe interpretare
questo gusto, realizzando per lui creazioni che non solo
rispecchiarono le preferenze della committenza, ma più in
generale, le tendenze artistiche del tempo.
Questi sono principalmente gli ‘uomini d’arte’ che affiancarono
di volta in volta il Principe di Canino, collaborando insieme e
influenzando sia le scelte di quest’ultimo, sia il panorama
culturale romano del primo ventennio dell’Ottocento. |

La Minerva Giustiniani
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Note:
5 Vincenzo Pacetti (1746-1820). Per ben cinque volte reggente
dei Virtuosi della Rotonda, più volte eletto Principe dell’Accademia
di S.Luca, Pacetti fu amico dei più noti artisti e conoscitori
d’arte dell’epoca. Egli fu un apprezzato stuccatore, tanto che sin
dall’ultimo trentennio del ‘700 fu spesso ingaggiato per lavorare in
chiese e palazzi di Roma, ma subito dopo la sua morte, avvenuta nel
1820, sembra essere stato presto dimenticato. Cfr. V.Vicario, cit.,
1990.
6 Appare probabile riferire il contenuto di questa seconda
missiva al ritrovamento di una statua di Igea, avvenuto a Canino
durante una ristrutturazione; come ci informa M. Natoli nel suo
saggio sulle residenze di Luciano, la scultura fu poi completata da
Marin con una testa ritratto di Lolotte, primogenita di Luciano e
Cristina Boyer, sua prima moglie. M.Natoli, Luciano Bonaparte, le
sue collezioni d’arte, le sue residenze a Roma, nel Lazio, in Italia
(1804- 1840), Roma 1995, pag. 39.
7 Archivio di Stato di Roma (=A.S.R.), Camerale I, busta 7,
Inventario della Galleria Bonaparte, Roma 1804.
8 H. Honour,Luciano Bonaparte e Canova, pagg.249-261.
9 La corrrispondenza del Canova è oggi conservata presso la
Biblioteca Civica di Bassano del Grappa, in un fondo espressamente
costituito: il ‘carteggio canoviano’.
10 Nel conflitto insorto tra Napoleone e Pio VII Luciano si
schierò dalla parte di quest’ultimo, che gli aveva dimostrato il suo
affetto accettandolo a Roma; per questo motivo Napoleone ritenne
giusto allontanare dallo Stato Pontificio il fratello, obbligandolo
a trasferirsi a Firenze dall’aprile 1808 all’autunno successivo. Cfr.
Th. Yung, Lucien Bonaparte et ses memoires, Parigi 1882, pag.152; A.
Pietromarchi, Luciano Bonaparte, principe romano, Modena
1981,pag.231
11 Raffaele Stern, uno degli artisti più celebri della Roma a
cavallo tra Settecento e Ottocento, nacque in un ambiente che
sicuramente lo influenzò, essendo la sua famiglia ricca di nomi più
o meno importanti nel campo dell’arte; lo stesso padre, Giuseppe
(1734-1794), era architetto nonchè membro della Congregazione dei
virtuosi del Pantheon. Non si esclude dunque che il giovane Raffaele
abbia assistito proprio attraverso il lavoro del padre, al lento
passaggio dalle forme settecentesche a quelle più sobrie dettate dal
nascente gusto neoclassico.
Cfr.E. Brües, Raffaele Stern, Bonn 1958; Registri della
Congregazione dell’Accademia di S. Luca: vol. 70, nn. 18, 83; vol.60,
pagg. 22, 23, 39, 40; M. Natoli, cit., 1985, pagg. 2-27, 62-79,
80-82
12 B.I.A.S.A., Fondo Lanciani, coll. Roma XI 51 35: M.Natoli
attribuisce allo Stern il disegno del progetto, M.Natoli, cit.,
1985, pag.9, n.23
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