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La base di calcolo per stabilire il
valore dei beni camerali di Canino, fu costituita dal reddito annuo
netto che si ricavava da questi. Nella tabella 1, sotto la colonna
Fruttato, sono riportati sia i canoni pagati da Parri per l’affitto
dei beni rustici, che quelli corrisposti dall’enfiteuta Stampa per
il forno fusorio. Dal totale delle rendite furono detratte le
passività dovute alle imposte e tasse, risultando la rendita netta
annua di 7.342,475 scudi.
Per determinare il valore di mercato dei beni oggetto della transazione,
si adottò il metodo di stima per capitalizzazione dei redditi (8),
in sostanza si scontarono all’attualità le rendite annue future al
saggio del 7,34%, da questa operazione scaturì che il prezzo da
corrispondere ammontava a 100.000 scudi.
Il pagamento della somma stabilita, avvenne con le seguenti modalità:
47.219,81 scudi come:
…residuo della prestanza ricevuta dalli
sovventori genovesi coll’ipoteca della detta castellania di Canino
ed altri fondi camerali, quali il Sig. Benotti nel suddetto nome
dichiara liberi e sciolti dall’ipoteca suddetta assumendola sopra
di se; (9)
con questa operazione Luciano Bonaparte subentrava alla Camera
Apostolica nel rimborso del prestito effettuato dai banchieri
genovesi, assumendo sopra di se la relativa ipoteca.
La rimanente somma, ossia a 52.780,19 scudi, fu corrisposta in contanti:
…mediante ordine di simil somma diretto al Banco
Torlonia, pagabile nel termine di dieci giorni. (10)
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Pio VI (Giovanni
Angelo Braschi di Cesena, 1775-1799) |
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Dall’esame di questo contratto, sembrerebbe che Pio VII abbia in qualche
modo ceduto alle pressioni di Luciano Bonaparte desideroso di acquistare delle
proprietà fondiarie, e non piuttosto che la Camera Apostolica avesse la
necessità di trovare in tempi brevi un’acquirente. E’ plausibile credere che in
quel momento si fossero incontrate l’offerta e la domanda. Per quanto riguarda
la Camera Apostolica abbiamo visto quali furono i motivi che stavano alla base
della vendita, proviamo ora a capire perché Luciano Bonaparte si propose come
acquirente.
Giunto a Roma nel 1804 Luciano Bonaparte legò ben presto con la grande
nobiltà romana, anche se per integrarsi pienamente era necessario conformarsi
alle tradizioni economiche e sociali di questa, in sostanza doveva uniformarsi a
quella vita more nobilium che contraddistingueva il ceto nobiliare dal
resto della società. Anche se feudo e nobiltà erano istituti tra loro collegati
da un vincolo molto stretto, non era indispensabile possedere feudi per essere
ammessi al patriziato, ma certamente il possesso fondiario era la strada più
breve per accedervi (11), e l’acquisto effettuato
da Luciano Bonaparte rientrava nella logica del modello patrimoniale patrizio (12).
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Note
8) Lo stesso metodo fu usato per la stima dei beni rustici nel
catasto “Piano” del 1777.
9) ASRo, Segretari e Cancellieri della R.C.A., notaio Nicola Nardi,
27 febbraio 1808, vol. 1336.
10) ASRo, Segretari e Cancellieri della R.C.A., notaio Nicola
Nardi, 27 febbraio 1808, vol. 1336.
11) G. VISMARA, Il patriziato milanese nel Cinque-Seicento, in
Potere e società negli Stati regionali italiani fra ‘500 e ‘600 (a
cura di E.F.Guarini), Il Mulino, Bologna, 1978, p.166.
12) C. PAZZAGLI, Nobiltà civile e sangue blu. Il patriziato
volterrano alla fine dell’età moderna, Firenze, Olschki, 1996, p.211
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