|
La nobiltà romana, secondo Mario Tosi
(13),
non trasse le sue origini né dalle conquiste territoriali, né
dall’investitura sovrana per causa di guerra
(14), ma bensì dalle
concessioni del Pontifice che attraverso tale sistema si assicurò
la fedeltà dei feudatari ed il controllo del territorio dello
Stato. L’osmosi tra grande nobiltà romana e possedimenti feudali
caratterizzò, dunque, la struttura del potere civile ed economico
in queste regioni. Il primo passo per diventare un “nobile
romano” fu compiuto da Luciano Bonaparte acquistando un vasto
patrimonio fondiario, il secondo, ovvero il conferimento del titolo
nobiliare, arrivò quando Pio VII eresse:
…in Principato la terra di Canino di proprietà
del nobil’uomo Luciano Bonaparte nativo di Corsica, trasmissibile a
suoi eredi e discendenti legittimi in linea mascolina, che saranno
possessori pro tempore delli beni situati in detto territorio
unitamente a tutti i singoli privilegi, onori e preminenze che si
godono da simili titoli di principato, aggregando detto Luciano
Bonaparte e suoi discendenti nel numero e rango degl’altri nobili
illustri ed antichi principi; (15)
|
|
 |
Pio VII, olio su
tela opera di J.B. Wicar proveniente dalla collezione di
Luciano Bonaparte. Canino, Chiesa Collegiata
(Pio VII al secolo Barnaba Chiaramonti di Cesena, 1800-1823) |
|
|
ed attraverso tale riconoscimento Luciano Bonaparte fu aggregato alla
nobiltà romana, ma allo stesso tempo questo titolo gli consentì di entrare a far
parte del circuito nobiliare italiano
(16). Nel caso in questione si potrebbe
ravvisare una certa concordanza tra “Signoria” e “Signore”, schema
che ricalcava il vecchio modello feudale romano all’interno del quale non veniva
mai disgiunto il “titolo” dal possesso territoriale, ma anche dal potere
giurisdizionale.
Perché Luciano Bonaparte fosse equiparato in tutto e per tutto ad un
signore feudale, mancava però il conferimento del potere giurisdizionale sul
Principato di Canino, ossia la facoltà ad amministrarvi la giustizia civile e
criminale di prima istanza. Su questo particolare aspetto è utile riportare una
puntualizzazione del Cardinal Pacca al Delegato Apostolico di Viterbo, contenuta
in una nota del 29 ottobre 1814 nella quale egli affermava che:
…nel Sovrano chirografo col quale si degnò la Santità di
nostro Signore di erigere in Principato la terra di Canino, non viene accordata
al Principe Luciano Bonaparte la infeudazione di detto luogo coll’esercizio del
mero e misto impero; (17)
sarebbe stato veramente curioso se un ex giacobino avesse ricevuto una simile
investitura.
|
|
------------------------
Note
13) M. TOSI, La società romana dalla feudalità al patriziato, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura, 1968, p.87.
14) Sull’importanza del cingolo militare come mezzo d’ascesa verso
i gradi maggiori della nobiltà, si veda: B.G. ZENOBI, Ceti e potere
potere nella Marca pontificia, Bologna, Il Mulino, 1976, p.
255,257.
15) Chirografo pontificio del 31 agosto 1814. (ASRo, Camerale I,
Regesti di Chirografi, Reg. 213, n.641).
16) Su quali fossero i privilegi connessi all’appartenenza alla
nobiltà civica, Bandino Zenobi sottolinea che: “…l’aggregazione
operava, infatti, come carta di credito indispensabile al fine
dell’ammissione ai patriziati di altre comunità e costituiva così
il mezzo più idoneo per ottenere l’esercizio della magistratura e
delle cariche cominitative in città magari assai maggiori o
comunque più ambite per motivi attinenti alla residenza o alla
dislocazione e amministrazione del patrimonio familiare [...]. Lo
stesso può dirsi per l’ulteriore ammissione sia agli Ordini
militari di Cavalleria, sia ai collegi di giureconsulti o altri
corpi dottorali ove, fra le altre prove di nobiltà positiva, si
richiedeva l’appartenenza dell’istante ai patriziati, nobiltà o
decurionati delle città aventi effettiva separazione di ceti”. (B.G.
ZENOBI, Tarda feudalità e reclutamento delle élites nello Stato
pontificio (secoli XV-XVIII), Università degli Studi di Urbino,
Facoltà di Giurisprudenza, Urbino 1983, pp. 72,73).
17) ASVt, Delegazione Apostolica di Viterbo, Serie I, Lettere dai
superiori, v.104, foglio 46.
|
|