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I due cenotafi della Cappella Bonaparte a Canino
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Cenotafio di Cristina Boyer |
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di
Giulia Item |
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Posto di fronte al
precedente, è il cenotafio
dedicato alla prima moglie di
Luciano, Cristina Boyer [nota17],
deceduta nel 1800. Anche in
questo caso il lavoro è composto
da un’urna strigilata con un
tondo apposto sulla faccia
anteriore e decorato con un
bassorilievo raffigurante un
genio poggiato ad un cippo,.
Sull’urna è distesa una
“affascinante figura de la
Melanconia con i tratti di una
giovane donna vestita come una
vestale che porta una ghirlanda
di cipresso troppo pesante per
le sue deboli mani.” [nota18]. Gli
attributi della figura
allegorica risultano essere dei
chiari rimandi al dolore del
committente per la perdita della
giovane moglie: la Malinconia,
il cipresso, l’atteggiamento
sconsolato della donna si
riferiscono tutti al trapasso.
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Il Cenotafio di Cristina Boyer
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Anch’essa tratta dal
repertorio iconografico
dell’epoca, la figura di donna
dolente accostata alla salma del
defunto può essere rintracciata
a partire dalle steli funerarie
del Canova, tra cui la più nota
stele Volpato del 1804-07,
soggetto originale che ha
inaugurato questa tradizione
nell’ambito dei monumenti
funerari dell’inizio
dell’Ottocento. E’ indubbia, in
tal caso, l’influenza di tipo
anticheggiante che lo scultore
volle seguire in questa che la
critica ha riconosciuto come una
delle sue “più pure
invenzioni” [nota19]: la donna
piangente che si abbandona
accanto all’ immagine del
defunto diverrà una delle
immagini più ricorrenti
nell’ambito artistico romano nel
quarantennio successivo. In quest’opera il Canova espresse
attraverso la figura della
donna, rappresentazione della
Amicizia, il dolore per la
perdita dell’uomo: non
raffigurò, però, un’immagine
drammatica e carica di pathos,
quanto piuttosto l’espressione
un sentimento contenuto,
raccolto, che si potesse leggere
non solo attraverso
l’atteggiamento della figura
femminile, ma anche attraverso
la lavorazione dello stesso
panneggio, accurato nella resa
dell’andamento delle pieghe,
ulteriore espressione della
grazia e della calma tipiche
dell’ideologia neoclassica.
Dunque, proprio grazie alla
grande diffusione che questa
tipologia ebbe, possiamo pensare
che abbia rappresentato una
diretta influenza sul lavoro che
Laboureur svolse proprio negli
stessi anni, come sulle
creazioni di molti altri
artisti. Nonostante la forte
astrazione che caratterizza la
statua di Canino sia molto
lontana dalla drammaticità
deformante della figura
canoviana, non si può comunque
ignorare il forte richiamo tra
le due opere.
Ancora più tardi Laboureur tornò
su quest’immagine quando, per il
Monumento Maffei (1822), collocò
alla sinistra della struttura
una donna in piedi, appena
piegata sul sarcofago,
abbigliata con vesti dalla
foggia anticheggiante.
Forse il merito di F.M.
Laboureur fu quello di riuscire
ad elaborare delle figure in
qualche modo originali, pur
mostrando degli evidenti e
palesi riferimenti al genio
canoviano. Lo scultore, infatti,
in quest’ultima opera citata e,
principalmente, nella scultura
che accompagna il cenotafio di
Cristina Boyer, tradusse le idee
di Canova: la donna che
mestamente siede accanto al
ritratto del defunto divenne,
nell’opera di Canino, una
giovane, anch’essa
rappresentazione allegorica di
un sentimento come dettava la
tendenza di quegli anni, che si
abbandona allo strazio e al
dolore per la perdita della
persona amata. Ciò che rese
molto lontana quest’opera da
quelle di Canova fu soprattutto
la mancanza di quella capacità
di rendere le emozioni in
maniera così immediata, in
qualche modo coinvolgenti, pur
se filtrate attraverso una
compostezza prettamente
neoclassica. Così, la grazia e
la dignità delle donne
raffigurate accanto alle steli
si trasformò, nel lavoro di
Laboureur, in una
cristallizzazione delle
espressioni che, invece di
trasmettere la sensazione di
compartecipazione al
riguardante, isolò ai margini
del suo dolore la figura che
giace sul cenotafio; più che
dolente, la donna sembra
stordita dalla forza del
sentimento.
La raffigurazione che
maggiormente si presta ad essere
accostata al monumento di Canino
è la cosiddetta Dacia
piangente dei Musei Capitolini,
realizzata nel II sec.d.C. In
questo frammento di stele è
raffigurata ad altorilievo
l’immagine di una donna che
siede, ripiegandosi su se
stessa, reggendosi il capo con
la mano sinistra. Nonostante
tale raffigurazione possa far
pensare ad un atteggiamento
meditativo, il volto della donna
contratto in una smorfia di
dolore tradisce il profondo
strazio che la tormenta. Dunque,
non è da escludere che Laboureur,
apportate le dovute modifiche
dettate dall’esigenza, si sia
potuto ispirare a questo tipo di
immagine.
Nel bassorilievo un barlume di
speranza è invece dato dal
genio, figura fondamentale
nell’ambito funerario
neoclassico, che rappresenta sì
il genio della morte che
accompagna l’anima verso
l’aldilà, ma che può essere
visto anche come un riferimento
religioso dell’Amore verso Dio
e, naturalmente, della Fede che
rincuora il vedovo. [nota20]
La figura del genio mortuario è
rappresentata in atteggiamento
pensoso e mesto, mentre si
appoggia con tutto il peso del
corpo ad una face capovolta
presso un cippo; nella sua mano
destra stringe una coroncina di
fiori.
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Il motivo del genio,
del resto, fu un motivo
particolarmente ricorrente
proprio nell’ambito della
produzione neoclassica, in
quanto andò a sostituire i più
drammatici e crudi riferimenti
alla morte della cultura
barocca: per questo, accanto
all’urna o al ritratto del
defunto si prese l’abitudine di
porre questa figura alata. Nel
latino classico e preclassico il
genius fu considerato come una
specie di angelo custode, ma il
riferimento diretto al defunto
fu invece elaborato in ambito
greco: esso, infatti, fu
considerato la rappresentazione
del custode divino, il daimon,
che continua a proteggere il
morto nell’altro mondo. [nota21]“L’angelo mortuario sostituisce
i segni della morte in senso
cristiano; raffigurato con la
bellezza dell’adolescente e la
tranquillità del sonno in atto
di spegnere la fiaccola della
vita, spesso accanto ad un’urna
o in vicinanza del ritratto del
defunto, impersona una delle
realizzazioni all’ideale
artistico neoclassico.” [nota22]
Laboureur, del resto, non
sviluppò questo tema solo nel
caso del cenotafio della prima
moglie di Luciano Bonaparte.
Infatti l’artista, negli stessi
anni in cui lavorò per il
Senatore, si trovò a realizzare
un’opera in cui campeggia la
figura di un genio mortuario
scelto come elemento principale
della composizione che, a sua
volta, comprende anche un
bassorilievo raffigurante la
committente con i suoi altri
figli. Si tratta di un monumento
commissionato da una nobildonna
russa, di cui non si conosce il
nome, che volle così ricordare
uno dei suoi figli scomparso in
giovanissima età.
Dunque la scelta dell’artista di
due immagini ben precise che
accompagnassero il ricordo della
prima moglie di L.B. non furono
operate a caso, ma piuttosto
andando a cercare nella
tradizione iconografica che
caratterizzò l’arte del periodo
i simboli che meglio potessero
interpretare il dolore del
giovane vedovo. Nell’utilizzare
le idee che gli vennero
suggerite in questo modo,
Laboureur operò naturalmente
delle modifiche dettate dalle
esigenze della committenza. Ad
esempio, le numerose figure di
donna dolente a cui si ispirò
per realizzare la Malinconia di
certo erano state create per
scopi diversi. Le stesse effigi
riprese dall’iconografia
canoviana assumono, nell’opera
di Canino, un significato
completamente trasformato
soprattutto per il fatto che
Laboureur isola la sua creatura
da qualsiasi diretto riferimento
con la defunta: la Malinconia di
Laboureur si dimostra piuttosto
un elemento evocativo che,
attraverso il suo atteggiamento,
ci riporta direttamente al
rapporto tra il committente e la
scomparsa. Anche nel caso del
genio scolpito sul cenotafio di
Cristina Boyer-Bonaparte, esso
non è messo in relazione
immediata con la figura
principale, ma piuttosto appare
relegato in una posizione
secondaria forse proprio come a
sottolineare l’aspetto religioso
dell’opera, come già era stato
osservato in precedenza. |
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Note:
17 Al Museo Napoleonico è conservato un busto che
ritrae la prima moglie di Luciano: l’opera fu eseguita da H. Houdon
(1741-1828); n° inv. 51.
18 P.Fleuriot de Langle, cit., 1939, pag.389.
19 M. S. Lilli, cit., 1991, pag.50.
20 N. Cecchini, op. cit., 1976, pagg. 129, 452.
21 H.J.Rose, Dizionario d’Antichità Classiche, Roma 1963, pag.285.
22 M. S. Lilli, cit., 1991, pag. 37. |
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