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I due cenotafi della Cappella Bonaparte a Canino
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Conclusioni |
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di
Giulia Item |
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| L’interpretazione
della figura di Carlo Bonaparte
fu commissionata a F.M.Laboureur
proprio negli anni più operosi
della sua carriera. L’arte
funeraria di quell’epoca
richiedeva soprattutto la resa
del sublime nell’opera in
maniera tale da avvicinare
spiritualmente lo spettatore al
defunto: la “tranquillità
dell’eroe morente” [nota23],
su cui si basò l’intera
creazione del monumento,
abbandonò gli schemi spaventosi
e tragici di memoria barocca per
fare spazio al sentimento
commosso, ma dignitosissimo
dell’arte di Canova. |
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Sfortunatamente,
però, Laboureur finì molto
spesso con l’imitare
pedissequamente il genio di
quest’ultimo senza preoccuparsi
di rivederlo secondo una lettura
personale: per questo motivo
l’opera dello scultore può
definirsi classicheggiante,
piuttosto che classicista nel
vero senso della parola, un
imitatore piuttosto che un
interprete. [nota24]
Il discorso cambia se invece si
pensa all’altro cenotafio,
quello dedicato alla memoria di
Cristina Boyer, che Luciano
Bonaparte commissionò insieme al
primo. Qui, infatti, pur non
distaccandosi enormemente
dall’influsso dell’opera di
Canova, l’artista tentò un
maggiore sforzo affinché
l’interpretazione dei sentimenti
del committente risultasse
efficacemente risolta.
Una diversa esecuzione di due
opere analoghe nella forma e
realizzate per lo stesso
committente derivò dal diverso
sentimento che portò Luciano a
richiederle a Laboureur.
Difatti, l’allora Senatore volle
che venissero onorate due figure
a cui fu molto legato, ma per le
quali nutrì affetti
diversissimi, data la differente
natura dei legami. Nell’omaggio
a Carlo Bonaparte Laboureur si
trovò a dover esprimere il
dolore del figlio in maniera
tale da farlo risultare comunque
pieno di contegno e di orgoglio
per il padre. D’altro canto lo
scultore si trovò anche a dover
rappresentare lo stordimento e
la sofferenza che deriva dalla
perdita improvvisa e prematura
della persona amata. Da un lato,
quindi, un ufficiale
celebrazione di un uomo valoroso
da parte di un figlio che vuole
esprimere tutta la sua
ammirazione verso la figura del
padre, dall’altro un cordoglio
sincero e appassionato di un
giovane uomo rimasto vedovo. Per
queste differenti immagini lo
scultore si servì di elementi
iconografici che traducessero
immediatamente i sentimenti: per
la ‘versione’ ufficiale del
cenotafio un’effigie
classicissima e di
rappresentanza: il
busto-ritratto. Per l’aspetto
intimo del dolore la figura
della Malinconia - allegoria di
un sentimento straziante causato
dalla perdita di
qualcosa/qualcuno che non può
ritornare.
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In questa operazione
Laboureur si aiutò anche con
l’inserimento di altre
raffigurazioni che
accompagnassero, modellate a
bassorilievo, le sculture. I due
tondi posti sulle facce
anteriori dei sarcofagi
servirono quasi come delle
legende esplicative in forma di
immagini. In uno l’onore,
l’orgoglio per il defunto che
venne tradotto nel gesto
simbolico di una donna velata
che incorona con una ghirlanda
di alloro un cippo; nell’altro
bassorilievo la rappresentazione
del dolore che si placa soltanto
con la speranza di una serenità
ultraterrena per la defunta: il
genio si trasforma in angelo
custode che provvede a
proteggere l’anima della donna
in luogo del marito.
In qualche modo le due opere hanno anche un diversità intrinseca che
consiste nel fatto che la prima
- dedicata a Carlo Bonaparte -
rappresenta più la versione
‘pagana’ del tributo ad un caro
scomparso, mentre la seconda -
il cenotafio della prima moglie
di Luciano - si accosta
maggiormente ad una espressione
cristiana di una volontà
celebrativa. Nonostante questa
diversa interpretazione, i due
cenotafi appartengono
stilisticamente ad un’unica
tendenza, quella neoclassica,
che ne determinò le forme. In
ogni caso entrambe le sculture
interpretarono in maniera
consona i sentimenti che
spinsero Luciano Bonaparte a
commissionarle ad un artista
che, sin dalla creazione delle
opere, fu individuato nella
figura di Francesco Massimiliano
Laboureur, comunemente indicato
come uno dei maggiori interpreti
dell’arte della prima metà del
XIX sec. |
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Note:
23 S. Lilli, Aspetti dell’arte neoclassica,
sculture nelle chiese romane, 1780-1845, Roma 1991, pag. 14.
24 Ibid., pag. 17. |
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