Luciano Bonaparte: industriale del ferro
nello Stato Pontificio

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di Valeria Cattaneo

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La pianta attuale dell’altoforno di Canino.
Da: Archeologia industriale del Lazio, Roma 1999,
a cura di Marina Natoli
 

Legenda:
1- Altoforno                             2- Carbonili
3- Ringrane                              4- Chiesetta
5- Officine                                6- Alloggi per gli operai
7- Uffici amministrativi
Il forno di Canino lavorava il materiale ferroso proveniente dall’Isola d’Elba, che giungeva ai porti di Pescia e di Montalto di Castro ed era poi trasportato fino allo stabilimento per essere lavorato, la ghisa prodotta riforniva le ferriere e i distendini di Vetralla, Tivoli, Ronciglione, dov’era lavorata e trasformata in prodotti finiti. Il forno di Canino rivestiva una notevole importanza sia per l’economia dello Stato Pontificio, insieme con quello di Bracciano era l’unico a produrre ghisa nello Stato Pontificio, nei momenti di massima produzione arrivava a lavorare fino a 250.000 libbre di minerale e produceva 200.000 libbre di ghisa [8]; sia per l’economia della zona, vi arrivavano a lavorare fino a duecento operai tra tagliatori, carbonai trasportatori e operai.
La produzione era una ogni due anni e la lavorazione impiegava gli otto mesi che andavano da inverno a primavera.
 

  Il forno si trova a breve distanza dal centro abitato sul torrente Timone che qui forma una cascata, il pelico, si sviluppa su un terreno in forte pendenza lungo assi parallele ad altezze diverse, ciò rendeva più agevoli le operazioni di caricamento e scaricamento dei materiali, nei forni di pre-arrostimento, ringrane, e nell’alto forno.
Il materiale ferroso subiva un pre-arrostimento, veniva inserito nel forno alternativamente a carbone in quantità uguali, dopo circa sei giorni il forno era spento, quest’operazione di calcinazione serviva a eliminare le tracce di zolfo presenti nel materiale. Il materiale ottenuto era lavato in acqua corrente per separare il ferrino dalle impurità più grandi, il ferrino era a sua volta cotto nell’altoforno [9].
  Inizialmente il forno di Canino si avvaleva di un alto forno bergamasco, questo, sistemato tra due torri e fasciato da un sistema di catene di ferro, aveva una parete esterna che poteva essere facilmente smontata per rifare l’interno dell’alto forno senza dover ricostruire la struttura portante. 
 

  Il forno bergamasco fu sostituito, in un momento non precisato, ma comunque dopo la ristrutturazione del 1770, da un forno a sezione circolare alto tre metri e mezzo a forma di tino rastremata alla base [10].
  Fanno inoltre parte del complesso altre strutture: i carbonili, depositi per il carbone; una chiesetta; una diga sul torrente che deviava l’acqua nell’acquedotto, che sovrasta l’intero complesso e faceva funzionare le trombe a vento, un sistema per produrre aria compressa per insufflare aria sul fuoco dell’alto forno, e per portare acqua corrente nelle vasche dov’era lavato il ferrino; gli alloggi per gli operai ed infine un edificio a se stante che era l’abitazione dell’amministratore.
 


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I carbonili (depositi del carbone)
 

Note
8 Piscitelli E., La riforma di Pio VI e gli scrittori economici romani, Milano, 1958.
9 Natoli M. (a cura di), Archeologia Industriale nel Lazio. Storia e recupero, Roma, 1999.
10 Ferragni D., Malliet J., Torraca G., La siderurgia Toscana e le rovine e delle ferriere maremmane, in Il Coltello di Delfo, n. 4

 

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