Il Monumento a Giuseppe-Luciano Bonaparte
 

Joseph-Charles Marin (1759-1834)


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di Giulia Item

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Il Veduta della Cappella Bonaparte all'interno della Collegiata di Canino.
Il Monumento a Giuseppe Luciano è situato sulla destra.
 

  Joseph-Charles Marin nacque a Nancy da una famiglia borghese parigina. I suoi studi cominciarono alla bottega di Clodion, artista che segnerà profondamente la maniera di Marin durante tutta la carriera.
  Nel 1796 si recò in Italia per la prima volta, ma l’arte locale non lo distolse dall’impronta datagli dal maestro: egli, infatti, continuò a produrre i suoi soggetti galanti la cui influenza si ritroverà in tutta la produzione dell’artista nel corso degli anni. Partecipò al Salon dal 1791 al 1833.


 
  Nel 1801, a quarantadue anni, Marin vinse il Prix de Rome, ottenendo così la borsa di studio per trasferirsi nuovamente in Italia: lo scultore partì nel 1803 e, nonostante il ritorno fosse stato fissato per il 1806, egli si trattenne fino al 1810. Nel 1805 presentò all’Accademia di S.Luca il Telemaco che gli valse l’ammissione e la nomina a professore. Questo secondo viaggio in Italia lo portò ad accostarsi all’arte antica come volevano i dettami artistici dell’epoca. Naturalmente si accostò alla poetica di Canova traendo nuovi spunti per le sue opere che, anche se per poco, si ‘piegarono’ al gusto neoclassico come testimonia l’opera proposta al concorso dell’istituzione romana.
A Roma ricevette alcune importanti commissioni: nel 1805 fu contattato da Chateaubriand che gli commissionò un monumento funerario in memoria della sua amante scomparsa due anni prima. Marin realizzò così il monumento alla contessa de Monmorin de Beaumont, che venne prima esposto a Villa Medici e poi collocato in S.Luigi dei Francesi.

 
  Proprio in questo secondo periodo romano lavorò per Luciano Bonaparte, il suo maggiore committente.
Tornato in patria ebbe alcune commissioni in ambito privato. Dal 1813 al 1818 ottenne il posto di professore alla cattedra di scultura lasciata vacante da Chinard. Dopo la Restaurazione tornò definitivamente a Parigi dove, ormai uscito dalla scena artistica, morì in miseria.
Come abbiamo accennato inizialmente, l’influenza di Clodion segnò fortemente l’arte di Marin, tant’è che lo scultore è conosciuto soprattutto per la produzione di statue di piccole dimensioni di terracotta, proprio la stessa ‘specialità’ del maestro. Lo stile che lo scultore subì per primo era ancora intriso di quei principi che avevano caratterizzato il rocaille francese, con una decisa preferenza verso i soggetti non troppo seri e ‘graziosi’.
La scultura del XVIII era tornata al naturalismo dopo gli anni di egemonia assoluta delle convenzioni imposte dal genere storico dell’Accademia, consentendo agli artisti di riacquistare la loro individualità.
Verso la fine del secolo, però, la nuova tendenza al recupero dell’antico fece sì che si creasse un eclettismo che divenne tipico dell’arte francese a cavallo tra i due secoli: i soggetti ripresi dai modelli classici vennero riletti in un’insolita chiave vivace e piena di grazia.




Il genio funerario, posto sulla parte superiore del bassorilievo.
 

  Marin è ‘figlio’ di quest’espressione: durante il suo soggiorno romano degli inizi dell’Ottocento, infatti, lo scultore pur ammirando lo stile di Canova, non abbandonò mai un certo naturalismo, né disdegnò di “apprezzare le opere del Rinascimento e del Barocco nonché il folclore romano.”
In realtà, Marin portò lo stile di Clodion nel XIX sec. Nel caso delle committenze ufficiali, infatti, lo scultore aderì pienamente al gusto neoclassico: è il caso di un busto di Carlo Bonaparte realizzato nel 1805 , dove il soggetto appare fortemente idealizzato, o come nel Telemaco, ma fatta eccezione per questi due esempi, egli dimostrò sempre la sua impostazione naturalistica. Le terrecotte furono le sue prove più brillanti: nel 1791 espose al Salon delle piccole terrecotte raffiguranti soggetti mitologici, mentre all’esposizione del 1808 presentò Une jeune fille e Une petit chevre, anch’essi di dimensioni ridotte. Nella Carità Romana (1805), soggetto che raramente attrasse gli scultori, Marin interpreta sia il nudo che il drappeggio con una tale sensibilità che riporta alla mente direttamente alle sculture del secolo precedente, dimostrando soprattutto di saper abilmente dominare la tecnica attraverso una lavorazione della materia assolutamente caratteristica e personale.
 
  Il suo capolavoro è considerato la Bagnante del 1808, oggi conservata al Louvre. Per questo soggetto, realizzato prima in terracotta e poi più tardi trasformata in marmo, Marin si ispirò sicuramente alle veneri androgine ellenistiche, ma seppe aggiungere al modello la naturalezza del proprio linguaggio in maniera da rendere il lavoro indipendente dalle correnti allora predominanti. Quando però la convertì in marmo, la sua sensibilità venne meno in favore di una resa troppo ideale, cercando di imitare il languore delle opere di Canova.
Dunque, l’arte di Marin fu continuamente in bilico tra la ‘libertà’ inculcatagli dal maestro e le convenzioni dettate dall’Accademia: in questo modo dette vita ad uno stile che spesso toccò tali punte di naturalismo che, a posteriori, ha spesso fatto pensare ad un’anticipazione del romanticismo, dove l’antichità non rappresentò altro che la libertà dello spirito. Per questo motivo Pradel lo ha definito “un artista galante del XVIII sec. sottomesso al regime di David”.

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