Gli scavi archeologici a Vulci
 di Luciano Bonaparte

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di Giacomo Mazzuoli

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L'estensione del fondo di Canino era di circa 8.000 ettari e comprendeva anche il Palazzo Farnese, il Castello di Musignano ed il Castello della Badia nei pressi di Vulci. In tutto il feudo dimoravano circa 12.000 persone, la Maremma laziale era disseminata da acquitrini e vi prosperava la Macchia mediterranea, con i pini marittimi, il ginepro, il mirto ed il rosmarino. L’entroterra collinoso era coperto di lecci e di sugheri e vi abbondava una ricca selvaggina composta da cinghiali, daini, caprioli ed anatre selvatiche. Era un mondo selvaggio e rude che affascinò sicuramente lo spirito inquieto e pensoso di Luciano, che rimase legato per tutto il resto della sua vita a queste terre. All’inizio però il soggiorno a Canino fu assai breve, nello stesso anno dell’acquisto del feudo lo Stato Pontificio venne annesso all’Impero Francese e Luciano pensò di rifugiarsi in America per sfuggire alla collera del fratello, ma a largo di Cagliari fu fatto prigioniero dagli inglesi e costretto a risiedere a Thorngrove nello Shropshire fino al 1814. Tornò a Roma nel maggio di quell’anno e qui il Papa Pio VII, con il quale era sempre stato in ottimi rapporti, volle nominarlo Principe di Canino per il “leale e sincero attaccamento alla Santa Sede”.

 

 
 
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Coppa attica a figure rosse proveniente dalla necropoli di cavalupo.
(Parigi, museo del Louvre)
 
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Anfora attica a figure rosse.
(Parigi, Museo del Louvre)
 
 
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Coppa attica a figure nere.
(Parigi, Museo del Louvre)
 
 
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Luciano Bonaparte riteneva erroneamente, come si evince da questa riproduzione di un’anfora attica a figure nere del Pittore di Berlino, che il sito su cui conduceva gli scavi fosse quello di Vetulonia.
 
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Disegni del Valadier che rappresentano la Kylix attica a figure nere in cui è rappresentato il Dio Bacco (Dioniso) su una nave circondato da delfini e grappoli d’uva. Al di là degli errori di interpretazione di Luciano Bonaparte, occorre sottolineare l’importanza e la bellezza di queste immagini e la certosina opera di catalogazione del Principe di Canino.
 
 

Fu così che, il 18 Agosto 1814 la terra di Canino assurse all’onore ed al titolo di principato. Ma gli anni che seguirono non furono facili per Luciano e per la sua famiglia divenuta peraltro piuttosto numerosa: 10 figli ed una corte di una ventina di persone da mantenere con un tenore di vita all’altezza della propria fama comportava problemi di carattere economico non indifferenti. Nel 1818 Luciano dovette vendere la villa della Rufinella ed il Palazzo Nuñez e nel 1826 ricorse ad un aiuto economico dello zio, il Cardinal Fesh, e del fratello Giuseppe poiché i suoi creditori stavano per chiedere il suo fallimento al Tribunale. Ma a questo punto avvenne la svolta che diede sollievo alle finanze del Principe di Canino e soprattutto fece in modo che venissero portati alla luce migliaia di reperti etruschi. Lo stesso Luciano racconta così:”Nel principio del 1828, e quando da più di un anno ero lontano dalle mie terre si scoprì per accidente una grotta sotterranea nel piano detto Cavalupo poco distante da monte Cuccumella ove si trovarono alcuni vasi etruschi. Due agenti infedeli mi nascosero l’accaduto, si appropriarono di tutto, si occuparono di scavare in tutta l’estensione delle terre di Canino, e vendettero furtivamente gli oggetti ritrovati al Signor Dorow…Il Governo ed i proprietari dopo poche settimane furono informati dell’accaduto. Gli agenti infedeli furono puniti, e dopo la regolare licenza, nel mese di ottobre scorso la Principessa di Canino fece aprire gli scavi in sua presenza alla Doganella presso il Ponte dell’Abbadia”.

  Luciano in quel periodo si trovava a Senigallia, a curare una delle sue grandi passioni, l’astronomia, ed era impegnato in un’imponente opera di schedatura di migliaia di nuove stelle. Alexandrine, che era evidentemente l’anima pratica della coppia, ebbe la prontezza, dopo il fatto sopra narrato, di inoltrare regolare domanda di scavo al Camerlengato e di dirigere le prime fasi delle indagini archeologiche del territorio.

  Alla fine del 1828 Luciano fece rientro a Musignano per dare inizio ad una lunga serie di campagne di scavo in cui furono impegnate fino a 100 persone. In prossimità della Cuccumella furono montate tre tende che servirono da quartier generale per il Principe, che coordinò personalmente le operazioni: dallo scavo al restauro, alla schedatura dei materiali, alla documentazione ed infine anche alla pubblicazione finale. Si è molto criticato Luciano Bonaparte per la sua attività di archeologo, ai suoi tempi per le sue convinzioni cosiddette filo-italiche che lo portavano ad errori madornali nell’interpretare i dipinti sui vasi (scambiò l’immagine di Dioniso –Bacco- su una nave e contornato di grappoli d’uva per quella di Noè inventore del vino).

 
 
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La famosa kylix attica a figure nere con il dio Bacco che Luciano interpretò come Noè inventore del vino, suscitando l’ilarità della comunità scientifica del tempo. (Antikensammlungen di Monaco)
 

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