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Il Principe tombarolo
L'archeologia fu la sua grande passione: entusiasmi, successi e cantonate di Luciano Bonaparte, Principe di Canino |
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di
Giuseppe Moscatelli |
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Il sacco di Vulci
(segue)
Fatto sta che verso la fine dell'anno Luciano Bonaparte iniziò "la
fabbrica degli scavi" con esiti veramente sorprendenti: in poche
settimane setacciò sistematicamente un'area di circa due ettari
portando alla luce oltre duemila vasi!
Fu un merito di Luciano l'aver intuito la valenza culturale e,
soprattutto, le potenzialità economiche di un mercato ancora agli
albori ma che avrebbe conosciuto nei decenni successivi uno
straordinario sviluppo, per la necessità di alimentare collezioni
pubbliche e private e soprattutto rifornire i nascenti musei. Com'è
naturale gran parte di questi reperti finirono all'estero, ma ciò
non deve scandalizzarci considerato che nessuna legge vietava lo
scavo e il commercio di tali oggetti.
Nel Luciano mostrò da subito una spiccata passione per i vasi
dipinti, tanto da ordinare al soprintendente che aveva assunto per
la direzione degli scavi di recuperarne anche il più piccolo
frammento.
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Anfora attica a figure rosse, Scene di lotta, Rinvenuto in
una tomba a camera ai piedi della Cuccumella
(Antikensammlung di Berlino) |
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Le Muséum
étrusque. Copertina del libro con riproduzione dei disegni
dei vasi e delle iscrizioni, ad opera di Louis Maria Valadier |
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I frammenti recuperati venivano quindi abilmente ricomposti e, nel caso,
integrati. I vasi così ricostituiti finivano poi sul mercato,
specialmente europeo.
Questa pratica contribuì indubbiamente al recupero e alla
salvaguardia di una gran quantità di pezzi pregiati, che sarebbero
altrimenti andati dispersi; e favorì la formazione di una nuova
classe di valenti artigiani ceramisti e restauratori (gli stessi
che si daranno poi alla creazione di falsi e imitazioni…). Decretò
tuttavia l'ostracismo e la definitiva condanna del vasellame grezzo
e meno pregiato, buccheri e terrecotte non figurate, che venne
perlopiù distrutto all'apertura delle tombe, per evitare
interferenze sui mercati e calo dei prezzi.
Tutto ciò potrà apparire brutale, ma risponde pienamente alle
logiche di mercato (la rarità incrementa il valore); del resto i
tantissimi pezzi andati perduti, comunque poco significativi dal
punto di vista storico-culturale e pressochè privi di valore
economico, corrispondono a tipologie di vasellame talmente comuni
che tutt'oggi se ne trovano in quantità.
Vulci, evidentemente poco battuta nelle precedenti campagne
"storiche" di spoliazione delle necropoli (già ai tempi di Giulio
Cesare erano di gran moda i vasi attici dipinti e l'imperatore
Teodorico ordinò con un suo editto di ripulire tutti i sepolcri
d'Italia per recuperare oro e metalli…), si rivelò una vera e
propria "miniera di vasi" e Luciano proseguì al meglio la sua
"opera" praticamente fino alla morte, avvenuta a Viterbo nel 1840.
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Adorabile gaffeur
Non gli mancarono successi. Alcuni notevoli ritrovamenti
gratificarono il suo non sopito (fra i commerci) spirito
archeologico: fu lui infatti a scoprire gli importanti sepolcreti
della Cuccumella e della Cuccumelletta. Si lasciò tuttavia sfuggire
la perla più rara e preziosa, la scoperta che forse avrebbe
consegnato alla storia il suo nome non solo con il malinconico
attributo di "Principe di Canino"; ci riferiamo al monumento più
illustre e celebrato di tutta l'Etruria: la favolosa Tomba François
(per altro non distante dai citati sepolcreti) scoperta nel 1857,
per conto dei Torlonia, dall'archeologo Alessandro François, da cui
prese il nome.
Ma se una mancata scoperta non può certo esser considerata una
colpa, occorre anche dire che Luciano prese alcune "cantonate"
davvero clamorose. Avete presente Cristoforo Colombo che scopre per
caso l'America ma è convinto di aver raggiunto le Indie? A Luciano
Bonaparte, facendo ancora una volta le debite proporzioni, è
capitato qualcosa di simile. Riportò alla luce le necropoli di
Vulci convinto di aver scoperto il sito di… Vetulonia. Quest'ultima,
importante città appartenente alla dodecapoli etrusca e già nota
agli studiosi in quanto citata da fonti etrusche e romane, era una
sorta di araba fenice che aveva dato filo da torcere a molte
generazioni di storici e archeologi: fin dal rinascimento si
disputava sulla sua esatta localizzazione ed era stata ricercata in
lungo e largo per tutta la Maremma. A Luciano Bonaparte non sembrò
vero di risolvere questo enigma secolare: e in effetti tra Velcha (Vulci)
e Vatlu (Vetulonia) la differenza, dal punto di vista lessicale, al
profano potrebbe risultare trascurabile…
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