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20 ottobre 1896
Quante ingiustizie, quante
maldicenze! Quanto odio c’è nel mondo, luogo che
fortunatamente è considerato di passaggio, secondo il mio
credo.
Spero che le fiamme dell’inferno
siano alte per coloro che hanno visto nei miei occhi il
freddo sguardo di chi, seppure un po’ timidamente, cercava
di inserirsi nel contesto sociale.
Io non sono quello che tutti
conoscono con il nome di “brigante”, sono solo un povero
“garzone”, o almeno lo ero, e lo sarei stato ancora, o
meglio sarei riuscito a diventare un “buttero” maremmano;
tutto questo mi è stato negato da chi nutriva odio nei
miei confronti.
Sono stato malgiudicato e condannato
ad una vita errabonda insieme ad altri latitanti, gente
che non avrei mai voluto incontrare sui miei passi. Ma ora
come paglia vicino al fuoco devo unirmi a queste “belve” e
trascorrere con essi una vita fatta di stenti, rimorsi e
silenzi.
Siccome sono stato rifiutato dalla
gente del mio paese, ho imparato a ragionare come solo un
brigante può, cancellando dalla mente ogni singola forma
di civiltà, accendendo così in me un indomabile senso di
ribellione verso un potere sempre più assoluto negli anni
a venire.
Ora sono qui nel mio rifugio per
nascondermi dai miei inseguitori che, in maniera
repentina, fanno della mia vita e di questo luogo
selvaggio il mio più grande incubo!
E sono qui a scrivere le mie assurde
vicende a cui nessuno potrà mai credere, così pur non
avendo ancora molti anni di vita a mia disposizione, ho
pensato di iniziare a scrivere un diario che ritraesse il
mio stato interiore e il mio animo distrutto dai tormenti.
Forse queste pagine di diario, se verranno ritrovate dopo
la mia morte, non saranno neanche ritenute frutto della
mia memoria, bensì la testimonianza di una versione poco
plausibile delle mie vicende.
Forse nella vita sono stato un po’
scontroso e crudo di sentimenti, ma ciò non mi vietava di
svolgere una vita normale se non fosse stato per la mia
irascibilità che portava le persone a fare molte
considerazioni negative e quindi al mio isolamento da
parte loro.
Per far capire alle persone che mi
hanno conosciuto che sono una persona edonista e piena di
cuore sono costretto a tornare indietro, quando fui
accusato di essermi macchiato di un ignobile omicidio.
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Il
brigante Tiburzi |
la
Selva del Lamone e il lago di Mezzano |
23 ottobre 1896
Quella tetra notte la ricordo molto
bene, fu da quel giorno che la mia persona perse ogni
stima e ogni appoggio da parte dei compaesani.
Ero con altri pastori nei pressi di
Montalto poiché avevamo in custodia in quelle zone i bovi
di Francesco Luciani e Filippo Rossetti e, per andare in
cerca delle bestie dateci in affidamento, ci siamo armati
tutti di fucile, per paura di un possibile incontro con i
cinghiali che non avrebbero esitato ad imporre la loro
“autorità” a difesa dei loro piccoli.
Il fucile nelle macchie maremmane è
sempre considerato utile ed essenziale se si vuole uscire
vivi da quelle terre inesplorate, ma quella sera per me
non fu così: fu la mia rovina e la mia condanna.
Era buio e la tetra atmosfera era
accompagnata dalla fastidiosa pioggia tintinnante sulle
rocce e sui rami, così decidemmo di fermarci a riposare a
Camposcala, la tenuta dei marchesi Guglielmi, dove eravamo
propensi a passare l’intera nottata.
Appena ci siamo accampati, per
accertarmi che quello era un posto sicuro, ho voluto
perlustrare ancora una volta la zona ed arrivai fino alla
macchia che guardava il sentiero, e fu lì che vidi
l’incredibile!
Erano di passaggio per un ordine di
sopralluogo due guardiani a cavallo, Angelo Del Buono e
Luigi Rossi; notai che quest’ultimo aveva un fucile uguale
al mio, stesso calibro e stessa fattura.
Sembravano intenti a discutere
pesantemente su un problema di confini territoriali: il
guardiano Luigi sosteneva che suo padre avesse donato alla
famiglia Del Buono le sue 20 pecore poiché cessò la sua
attività di pastore, quindi in cambio voleva che il
confine tra le loro terre, tra esse confinanti, venisse
spostato a sfavore dell’altro.
Del Buono, contrario alla proposta
del collega, cominciò a far valere le sue ragioni con
altri futili discorsi, ma venne interrotto bruscamente
dall’altro che, accecato dalla rabbia e dall’egoismo, lo
uccise con il fucile che teneva tra le mani facendolo
cadere da cavallo.
Resosi conto del gesto compiuto, notò
che era spiato da una figura non ben identificabile che si
celava nel buio, così corse via, facendomi rimanere senza
parole con il cadavere del guardiano a pochi metri dai
miei piedi!
Ritornai all’accampamento pressoché
sbigottito e, silenziosamente, raggiunsi gli altri che,
vedendomi distratto, pensieroso e agitato si chiesero cosa
mi avesse turbato, ma non fecero domande.
Sapevo che non ne avrebbero avuto il
coraggio perché un giorno, sentendoli parlare tra loro,
capii che c’era qualcosa nel mio volto che gli incuteva
paura, e forse è stato così anche per chi, in paese, mi
disprezzava e prendeva le distanze senza permettermi un
minuto di dialogo.
Stetti in silenzio per tutta la sera
e la notte la passai in bianco: troppi pensieri nella mia
testa, pensavo all’anima di quel povero guardiano che
abbandonò il suo corpo esanime ai miei piedi, mentre
l’altro fuggiva con la coda tra le gambe.
Non pensavo però che, oltre al
pesante fardello che avrebbe dovuto portare per tutta la
vita, il Rossi si sarebbe potuto tenere altri rimorsi e
invece, quando seppe che io e i miei colleghi eravamo
nelle vicinanze, riconobbe in me quella misteriosa ombra
celata tra i fitti alberi della macchia e mi testimoniò
contro.
E a chi dar retta ora? La sentenza
spettava a giudici “imparziali” che, vedendo il beneamato
guardiano raccomandato dai marchesi Guglielmi e un povero
e ribelle custode di animali odiato dal paese dove
abitava, scelsero la via che avrebbe apportato più
guadagno, dando ragione ai benestanti e condannandomi per
omicidio.
Mi portarono nel carcere di
Civitavecchia e qui fui condannato a ben 18 anni di
ingiusta reclusione e non potevo oppormi a tale
situazione, anzi, già ero stato abbastanza graziato dal
mio fedele avvocato il quale fece sì che la pena di morte,
la quale in questi casi era assai frequente, non mi fosse
inflitta.
Subii un periodo di isolamento nel
bagno penale dove ho potuto marcare i miei sentimenti di
odio verso i padroni e i potenti delle zone limitrofe, i
quali, tramite un mercato illegale chiamato corruzione,
potevano comprarsi la libertà e continuare a vivere alle
spalle dei lavoratori.
Riflettei molto su questo argomento e
arrivai alla conclusione che il mondo è dei ricchi, dei
furbi e dei raccomandati. Purtroppo, gente che, come me,
non rientra tra queste categotie, non avrà sicuramente
vita facile.
Durante la mia permanenza in carcere
cominciai anche a mettere in dubbio la potenza divina. Non
potevo credere che un Dio Onnipotente avrebbe potuto
permettere tutto ciò.
Fui trasferito poi in un salone dove
i prigionieri erano incatenati a due a due ed io dovetti
dividere le mie catene con un prigioniero politico con il
quale, dopo qualche settimana di diffidenza nei suoi
confronti, strinsi un discreto rapporto amichevole che mi
portò ad aumentare il mio risentimento verso un contesto
sociale emarginante per quelli come me.
Quando morì Pio IX, speravo in una
liberazione, ma fu liberato solamente il mio “compagno di
catene” che non rividi più. Rimasi senza qualcuno con cui
poter parlare e passare il tempo e la mia permanenza in
quel posto sarebbe stata ancora lunga. Sapevo che dal
carcere di Tarquinia era facile evadere così, preso dalla
voglia di correre di nuovo tra i verdi prati e respirare
l’odore della libertà, chiesi immediatamente il
trasferimento ai lavori forzati nelle saline di Tarquinia.
E lì, appena mi si fu offerta la prima occasione, evasi
insieme ad altri due detenuti ed arrivammo a Pianiano per
confidarci con il prete del paese che ci consigliò di
dirigerci, per ragioni di sicurezza, nelle macchie di
Montauto. Lì le nostre strade si divisero e non si
incrociarono più perché gli altri due ebbero una brutta
sorte, così continuai la mia latitanza nelle selve del
Lamone.
24 ottobre 1896
Negli anni del mio soggiorno tra le
macchie fui persino accusato di praticare “la tassa sul
brigantaggio” a danno dei ricchi latifondisti e dei
signori proprietari di tenute maremmane. Di questo posso
soltanto dire che ne fui incolpato ingiustamente: infatti,
di quello sporco denaro non ne ho visto neanche l’ombra
poiché molti poveri contadini a me sconosciuti, dicendo di
essere miei manutengoli, implicavano pesanti tasse sul
brigantaggio con tutta sicurezza; sapevano benissimo che
il mio nome era temuto da tutti, così vivevano alle mie
spalle in assoluta libertà.
Fui preso da una tale rabbia che
volevo farla pagare cara a questi “parassiti” che
portavano avanti la famiglia a mio discapito, facendo del
mio nome il loro pane quotidiano. Volevo intimorirli,
tutto qui, ma il 25 gennaio 1874 successe l’irreparabile:
quel giorno uscii allo scoperto dalle macchie e tornai
dopo tanto tempo al mio paese d’origine.
Giunto che fui alla farmacia del
paese notai un uomo, un forestiero originario di Urbino,
un certo Cerasoli. Lo sentii parlare con un contadino
della zona e capii che anche lui si arricchiva grazie alla
mia fama. Mi nascosi tra i primi alberi che erano l’inizio
della mia vasta magione, tra i quali si sarebbero perse le
mie tracce e, da lì, volli intimorire il Cerasoli con un
paio di schioppettate di fucile. Mentre mi accingevo
a sparare, quell’uomo si mosse bruscamente e, colpito dal
mio proiettile vagante, si accasciò a terra sotto gli
occhi increduli e pieni di terrore del fratello e del
farmacista.
Quest’omicidio venne subito
attribuito alla mia persona, ma non si spiegò mai
esattamente il motivo di tale comportamento. Ancora oggi
chiedo perdono al Signore per quell’inaspettato omicidio;
non mi sono fatto avanti perché sapevo di aver sbagliato,
ma non sarei riuscito a stare di nuovo in prigione,
tantomeno mi sollevava l’idea di rischiare la pena di
morte, così tornai nella mia casa senza soffitto, né
pareti, dove avrei potuto riflettere su ciò che,
erroneamente, avevo commesso, lì tra il verde
incontaminato dei prati e degli alberi e il piacevole
sgorgar dell’acqua fra le rocce.
Dopotutto non avevo tutti i torti, il
mio non si può considerare come un regolamento di conti
anche se sono passato dalla parte del torto
successivamente; io però non volevo affatto negare la vita
ad una persona poiché è un diritto di tutti, volevo
soltanto fare in modo che i miei finti manutengoli
avessero pensato almeno due volte prima.
Alla fine l’omicidio mi fu attribuito
come conto in sospeso con il marchigiano poiché quest’ultimo
avrebbe provato a commettere abusi sulla mia povera moglie
Veronica.
Veronica... Quanto mi manca la mia
Veronica, troppo giovane e troppo bella per morire alla
tenera età di 35 anni colpita da morbo.
Per soddisfare i miei bisogni
sessuali e per appagare il sentimento di nostalgia che
provavo per la mia amata, avevo una relazione con una
compaesana che però era sposata. Questa, in cambio delle
sue prestazioni, voleva essere ricompensata ed io ero
sempre propenso a soddisfarla economicamente. Lei lo
prendeva però come un gioco, non sentiva la passione come
quella che provavo io e fu così che un giorno, mentre
uscivo da casa sua, vidi suo marito che, conoscendomi, non
esitò ad urlare e ad imprecare. La moglie, sentendo il
trambusto e capendo che sarebbe diventata lo zimbello di
tutto il paese e disprezzata dal marito, si praticò delle
lesioni al proprio corpo con oggetti contundenti che trovò
in giro per casa per far capire ai presenti fuori casa che
fosse stata la mia furia omicida non giustificata.
Naturalmente sono stato condannato ad altri 2 anni di
carcere per queste barbarie contro la donna alla quale mai
avrei torto un capello poiché nutrivo per lei un
sentimento amoroso inappagabile.
Nelle sperdute macchie ho avuto
l’onore di condividere i dolori e le paure annesse alla
latitanza con altri tre noti briganti: Biagini, Pastorini
e Basili. Eravamo il quartetto delle estorsioni di cui
temevano tanto i commercianti che, non potendo percorrere
altre vie, almeno la maggior parte di essi, ci
favoreggiavano offrendoci viveri e parti del ricavato.
Per questo tipo di crimini ero sempre presente; avevo
timore degli altri tre che, anche essendo stati miei
amici, erano pur sempre freddi e spietati briganti e, se
volevo continuare a vivere, avrei dovuto adeguarmi alle
loro regole. Fortunatamente rimanemmo solo in due, perché
Pastorini venne ucciso per mano mia quando ero sopraffatto
dall’alcool dopo una dura discussione che si trasformò in
duello con pistole dove venni ferito al braccio destro.
Basili invece fu ucciso nel sonno dal Biagini perché
ritenuto d’ostacolo per le trattative con i commercianti
che subivano dei pestaggi per mano sua e quindi sempre
meno propensi ad accordarsi con noi.
L’ uccisione di Pastorini non mi
procurò rimorsi, tantomeno paura, ormai avevo già ucciso
una persona e non sarei stato comunque perdonato da nostro
Signore. L’eliminazione di Pastorini e di Basili mi
portarono molta più sicurezza e strinsi rapporti di
amicizia intima con Biagini, anch’esso spietato e senza
cuore, ma sempre cordiale e bendisposto nei miei
confronti.
Con Basili fuori dalla “società” i
manutengoli erano più liberi e più disponibili per la
nostra incolumità. Ne approfittò di questa situazione un
certo Vestri che ci tese un’ imboscata accordandosi del
luogo dell’incontro anche con le forze dell’ordine. Giunti
al masso dove avremmo dovuto incontrarlo, ci siamo resi
conto di non essere soli e, prima che potessero iniziare a
spararci, ci siamo addentrati nella densa e fitta rete di
alberi che caratterizzava quella zona della selva. Pochi
mesi dopo lo uccidemmo perché anche lui, tendendoci una
trappola, avrebbe voluto vedere i nostri corpi giacere a
terra senza vita.
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Veduta di Capalbio |
La
tomba di Tiburzi a Capalbio |
25 ottobre 1896
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Il diario del Re della Maremma si
conclude alla sera del 24 ottobre 1896.
Domenico Tiburzi, a seguito di una
retata dei carabinieri, venne ucciso alle “forane”, presso
Capalbio alla veneranda età di 60 anni.
Ormai stanco e provato, con evidenti
segni sul viso scavati dal tempo, la fatidica sera
dell’agguato stava con il Fioravanti, il quale scampò
dall’imboscata lasciandolo arrancare nella sperduta
macchia e, raggiunto dai carabinieri non potè che pensare
ai momenti più belli della giovinezza. Così la sua vita si
spense e, quando la sua anima abbandonò il corpo, essa non
vide altro che un brigante vendicatore giacere a terra
esanime con lo sguardo accigliato perso nel vuoto ma con
evidenti lacrime di paura che sgorgavano lente verso
terra.
Così la pagina del diario del 25
ottobre rimase vuota come il suo corpo rimase senza anima.
Tutti sappiamo come è andata la
storia del “Re della Maremma”... ma sono certo che questo
mio compaesano si sia reso conto di tutto il male che ha
fatto e, spero che in punto di morte abbia avuto il tempo
di chiedere perdono di ogni peccato.
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