VIZI E VIRTU’ DEI ROMANI NEL I SEC. D.C, SECONDO IL FILOSOFO SENECA

di Paolo Campidori

Rimettendo in ordine gli scaffali della mia piccola “biblioteca” mi è capitato per le mani un libretto, un po’ vecchio, ma sempre attuale,  e cioè,  “Le lettere a Lucilio” del filosofo “stoico” romano Seneca, a cura del linguista Massimo Pittau.

 “Seneca è senz’alcun dubbio uno scrittore di primissimo piano, uno degli autori più importanti che si conoscano non solo nell’ambito della letteratura latina, ma addirittura nell’ambito della letteratura mondiale” (Seneca - Lettera a Lucilio – a cura di Massimo Pittau – La Scuola Editrice – Brescia 1961 - pag. 34)

“Ciò che spiega la fortuna di questo scrittore è innanzi tutto il suo messaggio di pensiero;…messaggio umano di altissimo valore morale e spirituale” ( Op. cit. pag. 35)

“Le “Lettere a Lucilio” (Ad Lucilium, epistulae morales) sono una raccolta di 124 lettere, raggruppate in 20 libri…..Le lettere sono state scritte quasi tutte nel triennio 62-65, intercorso tra il ritiro di Seneca dalla corte imperiale a vita privata e la sua morte)” (Op. cit. pag. 42)

Queste precisazioni fatte da Pittau sul messaggio di pensiero di Seneca, sulla sua vita e sulla mole dei suoi scritti, mi interessano solo marginalmente, poiché lo scopo precipuo di questa mia ricerca è quello di conoscere la vita dei Romani, attraverso le Lettere di Seneca all’amico Lucilio, quindi diciamo che in questo contesto Seneca ci interessa più come un cronista e come un testimone dei suoi tempi.

Nell’epistola VII Seneca punta il dito contro gli atroci spettacoli del circo. “I giochi del circo duravano l’intera giornata: nello spettacolo del mattino si facevano combattere gli animali feroci o fra loro o contro i gladiatori (bestiarii); lo spettacolo del pomeriggio invece era molto più crudele in quanto consisteva nella lotta dei gladiatori fra loro….spesso la ferocia della folla era tale che non sopportava indugi alla passione per lo spettacolo del sangue umano” (Op. cit. pag. 92-93). Prosegue la descrizione di queste orribili crudeltà: “gli organizzatori dei giochi del circo, alla ricerca di soddisfare i brutali capricci delle folle, arrivavano ad indire i cosiddetti combattimenti  sine missione, all’ultimo sangue… quando un gladiatore si mostrava esitante o semplicemente stanco, veniva spinto al combattimento con un ferro rovente…”Occide, verbera, ure!” “Uccidilo, uccidilo, brucialo” Erano questi gli incitamenti con cui nel circo si faceva il “tifo!”…(op. cit. pag. 94-5). “La folla inferocita pretendeva che il gladiatore andasse incontro alla morte “volentieri”…”Incurrit…occidit…moritur”, gridavano i romani sugli spalti, oppure ”plagis agatur in vulnera” (lo si spinga incontro alle ferite a suon di nerbate). Ancora le voci che gridano sangue: “mutuos ictus nudis et obviis pectoribus excipiant” (Si scontrino e si diano a vicenda i colpi con petti i nudi). Quando lo spetacolo veniva sospeso per una pausa, gli spettatori avidi di sangue gridavano “Interim iugulentur homines, ne nihil agatur” (Nel frattempo si sgozzino (altri) uomini, affinché non si stia  a far nulla).

In una nota il commentatore del libro (Massimo Pittau), vuole quasi scusarsi con i giovani lettori (in particolar modo studenti delle scuole superiori) e precisa: “di aver esitato prima di decidersi a mettere per iscritto certi particolari di quello che è stato uno dei più gravi obbrobri nella storia dell’umanità” (Pag. 103).

Solo all’inizio del V secolo (403 d.C.) l’imperatore Onorio, con un editto proibì per sempre in tutto l’Impero d’occidente i combattimenti gladiatori.

Nell’epistola XLVII Seneca mette in evidenza, un’altra abitudine bestiale dei romani ed è quella dell’avidità per il cibo, tanto da arrivare al punto di rigettare tutto per poter ricominciare da capo “ut maiore opera omnia egerat quam ingessit” (tanto che rigetta tutto con fatica più grande di quella fatta per ingerirlo). Nella stessa nota il Pittau commenta: “Nell’epoca dell’Impero molti ricchi romani avevano, in fatto di cibo, usanze bestiali, anzi peggio che bestiali. Al fine di poter reggere alla prova nelle interminabili cene, arrivavano al punto di sollecitarsi il vomito; e dopo il vomito riprendevano le gozzoviglie. “Vomunt ut edant, edant ut vomant” (Mangiano per vomitare e vomitano per mangiare” dice lo stesso Seneca nella ‘Consolazione alla madre Elvia’.

Non meno disgustoso è il comportamento dei romani nei confronti degli schiavi. Durante i banchetti dei signori romani agli schiavi non era concesso di muovere le labbra per parlare e “neppure i rumori causali (ossia) la tosse, gli starnuti, il singhiozzo, vanno esenti da percosse” “ne fortuita quidem verberibus excepta sunt, tussis, sternumenta, singultis”. “Adulatio et intemperantia aut gulae aut lingue”. I Romani amavano esere adulati ed i motivi per i quali “un convitato poteva essere chiamato di nuovo a cena l’indomani, erano l’adulazione fatta al padrone di casa oppure il fatto che il convitato si distinguesse per l’intemperanza  nel mangiare e per la licenza nel parlare. Chi insomma a cena si ingozzava oppure chi nel parlare era sboccato più degli altri commensali, aveva buone speranze di essere invitato altre volte….”

Chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza, così la pensava anche Lorenzo il Magnifico che morì di una malattia dovuta alla troppa ingestione di cibi: la gotta.

Ho parlato dei vizi dei Romani, in una prossima occasione parlerò delle virtù degli stessi.

© Copyright: Paolo Campidori

Fiesole, 4 novembre 09

Busto di Seneca