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Dissacratori, polemici, chiassosi, i Futuristi
permisero all’Italia d’inserirsi nelle avanguardie internazionali. I fasti
del passato erano ormai lontani per il nostro Paese che era da tempo
diventato una provincia, i talenti più vivaci nei diversi campi languivano e
stentavano a farsi posto e molti dovettero andare all’estero per affermarsi.
L’Italia del periodo giolittiano aveva avuto una grande espansione
industriale, con mutamenti sociali fortissimi, con la nascita di un
proletariato urbano mai conosciuto prima, un salto in avanti che si compiva
con un certo ritardo rispetto ad altre nazioni quali la Francia, la Germania
e la Gran Bretagna, ritardo che si rifletteva inevitabilmente nell’ambito
della creatività artistica e della sua promozione.
I Futuristi non cambiarono il mondo, il loro
potenziale innovativo però fu notevole e anticipò molte delle soluzioni
utilizzate da artisti e correnti successive: basti pensare all’utilizzo per
le opere d’arte di materiali comuni (fili metallici, lana, seta, perline,
specchi, lamine metalliche ecc.), ai congegni meccanici ed elettrotecnici,
al linguaggio poetico portato vicino alla grafica, al linguaggio musicale
che accetta i rumori e le casualità sonore come elementi musicali (a cui
musicisti delle avanguardie successive, come l’americano John Cage hanno
riconosciuto un debito sostanziale).
Il Futurismo nacque come movimento letterario e le sue
premesse teoriche furono redatte dal poeta Filippo Tommaso Marinetti
(1876-1944) e furono rese pubbliche con il celebre Manifesto del Futurismo.
Molti testi riportano ancora come prima data della sua pubblicazione quella
del Figarò (a spese dello stesso Marinetti) 20 Febbraio 1909, e
successivamente la pubblicazione sulla rivista milanese Poesia (da lui
fondata quattro anni prima), ma la mostra aperta a Bologna il 5 Febbraio
scorso “5 Febbraio 1909- Bologna avanguardia futurista”, espone
finalmente la copia del giornale “Gazzetta dell’Emilia” del 5 Febbraio 1909,
con il testo del Manifesto del Futurismo, (15 gg prima di Parigi) pubblicato
con una nota curiosa e quasi provocatoria del direttore del giornale: “Vedremo
se alle premesse e alle promesse seguiranno le idee, i libri, i fatti...”. |

Umberto Boccioni - Forme uniche nella
continuità dello spazio, 1913 |
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Marinetti veniva da una famiglia decisamente agiata,
aveva studiato a Parigi città con cui mantenne sempre un legame
intellettuale, poteva condurre una vita da dandy che lui stesso non esitava
a definire “tumultuosa, stramba, colorata”, il suo pensiero si nutriva delle
teorie di volontà e potenza enunciate da Nietzsche, del socialismo
libertario di Sorel, delle idee sullo scorrere soggettivo del tempo
elaborate da Bergson; i suoi miti, che furono quelli dei movimento da lui
fondato, erano la velocità, l’elettricità, la città moderna dai ritmi
concitati, l’automobile come segno del progresso, l’uomo atletico ed eroico,
la guerra…. Basta leggere queste ultime parole per provare un senso di
ostile rifiuto nei suoi confronti, ma bisogna pensare che la sua posizione
non era così lontana dallo spirito del suo tempo. Dopo la battaglia di Sédan,
l’Europa aveva attraversato un periodo di pace e la generazione cresciuta in
quegli anni non aveva vissuto gli orrori della guerra, poteva quindi
immaginarla in senso patriottico, romantico addirittura, quasi mitologico.
Il nobile eroe forte e coraggioso che combatte senza paura per i propri
ideali ed il proprio paese… Molti artisti si lasciarono “corrompere” da
questo mito quando nel 1914 si aprì lo scenario della Grande Guerra:
molti vi morirono, molti subirono forti contraccolpi psicologici.
Marinetti è stato definito in mille modi, da ciarlatano
esaltato a genio, di sicuro fu un uomo di capacità notevoli, sempre fedele a
se stesso, con una spiccata capacità provocatoria e sicuramente grandi doti
da leader (ampiamente sostenute dai suoi mezzi economici). Le sue “Parole in
Libertà” o “Parolibere” erano composizioni fatte incollando frammenti di
giornali e quindi molto vicine ad un esperimento grafico e quasi
tipografico. Di certo egli comprese assai per tempo il potere della
pubblicità, dei metodi di propaganda, fu il primo esponente delle
Avanguardie a rivolgersi ad un pubblico anche non colto e specializzato. Fu
poeta ma fu attore, agitatore, istrionico instancabile promotore di se
stesso, compì azioni fuori dalla norma, invaghito dell’idea di arte
totale pensò persino di delineare “come dorme un futurista -
come mangia un futurista – come cammina un futurista” fu
personaggio insomma nell’accezione più ampia del termine e questo è
inscindibile dalla sua opera letteraria, alla quale hanno comunque
riconosciuto un tributo scrittori quali James Joyce, Thomas S. Eliot, Ezra
Pound.
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Umberto Boccioni - Strada che entra nella casa, 1911 |
Umberto Boccioni - Materia, 1912 |
Carlo Carrà - Manifestazione interventista,1914 |
Giacomo Balla - Bambina che corre sul balcone,1912 |
Come detto Marinetti esordì con il linguaggio
letterario ma ben presto si rese conto che le arti visive avevano un più
ampio potere di diffusione e coinvolgimento soprattutto a livello
internazionale, essendo indipendenti dalla lingua specifica, e rapidamente,
con un’azione degna di uomo di marketing dei nostri giorni, radunò intorno a
se a Milano, giovani pittori e scultori: Umberto Boccioni, Carlo Carrà,
Luigi Russolo, Giacomo Balla (viveva a Roma) e Gino Severini che abitava a
Parigi. A un anno di distanza dal primo Manifesto uscì sulla rivista Poesia,
Il Manifesto della pittura futurista (firmato da Boccioni, Balla,
Russolo, Severini e Carrà), a cui seguirono Il Manifesto tecnico della
pittura Futurista ed Il Manifesto della scultura. Questi scritti
teorici sono importanti perché consentono di comprendere come in questo
movimento vi fossero germi e spunti importanti che sono stati poi espressi
nell’arte del dopoguerra internazionale.
Due rapporti sono stati particolarmente importanti per
il Futurismo:
-
quello con le foto sequenziali scattate da Marey e Muybridge, foto
realizzate per cogliere i corpi in movimento. Marey faceva queste foto
aprendo e chiudendo ritmicamente l’otturatore dell’obiettivo, registrando su
una stessa lastra la sequenza di un movimento, mentre Muybridge fotografava
gli animali in movimento posizionando una serie di macchine fotografiche a
distanza regolare sul percorso, le varie immagini rimesse in sequenza davano
il senso del dinamismo. Quadri come “Dinamismo di un cane al guinzaglio”,
“Bambina che corre sul balcone”, “Volo di rondini” di Balla, realizzate con
la tecnica delle immagini sovrapposte, gli sono senz’altro debitori… (però
permettetemi una divagazione: nel tempio di Abu Simbel in Egitto, una biga
reca cavalli con molte gambe…dando proprio la stessa riproduzione del
movimento…);
- e
quello con il Cubismo imposto all’attenzione degli amici proprio da Severini
che viveva a Parigi.
Il
Cubismo insegnò loro ad infrangere gli oggetti rappresentati, a superare il
puntinismo, ad usare colori meno sgargianti, ma i Futuristi rimasero sempre
legati ad un valore metaforico dei loro dipinti, sia che dipingessero
persone, macchine o lampioni, inoltre cercarono sempre di rappresentare la
forza del movimento, inteso non solo come movimento degli oggetti, ma anche
il movimento interno dei soggetti, ossia lo stato d’animo di chi percepisce.
Se i cubisti erano impegnati nei problemi formali legati al rinnovamento
della rappresentazione e quindi prediligevano quadri statici come nature
morte o ritratti, i futuristi amavano la velocità, e lo scontro di forze,
preferendo quindi soggetti come la città, le macchine o la vita dei
boulevards.
Pensiamo alla celebre “La città che sale” di Boccioni,
oppure alla “Strada che entra nella casa” in cui l’artista rappresentò la
madre affacciata al balcone, cercando di rendere non solo ciò che la
finestra permette di vedere, ma anche tutte le sensazioni percepite dal
pittore che sta sul balcone, come il brulichio soleggiato della strada. Sui
Manifesti era scritto in proposito “ I nostri corpi entrano nei divani ed
i divani entrano in noi, così come il tram che passa entra nelle case, le
quali a loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano”.
Ancora un esempio in “Materia”: già il titolo nella comune radice lessicale
di tre termini quali “madre, materia, matrice” suggerisce un profondo valore
simbolico, il centro del quadro sono le mani intrecciate che spingono il
nostro sguardo verso i lati del dipinto, che sembrano fondersi confondendo
il rapporto tradizionale fra figura e sfondo, le braccia formano un cerchio
sopra il quale è appoggiata la testa (realizzata secondo la scomposizione
cubista), mentre la scena urbana disegna un cerchio alle sue spalle. Ne
risulta una compenetrazione fra spazio interno, figura e spazio esterno
proprio come enunciato nelle teorie del Manifesto Tecnico delle Pittura
Futurista.
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Giacomo Balla -
Lampada, 1909 |
I futuristi - La
celebre foto di Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini a Parigi,
1912 |
Umberto Boccioni - La
città che sale, 1910 |
E ancora, di Carlo Carrà “Manifestazione Interventista”
, opera che si ricollega alle Parolibere di Marinetti. In essa l’autore
affermò di aver voluto rappresentare il volteggiare di volantini lanciati in
aria da un aereo su Piazza del Duomo a Milano. La vediamo come un vortice
centrifugo di segni che sono resi dinamici dalla disposizione a raggiera di
linee rette, suggerisce quasi l’impressione dell’onda sonora che si diffonde
nell’aria, mentre i colori contribuiscono a dare questo senso di espansione
partendo dal nero del centro per arrivare ai toni giallastri e rosati dei
bordi. L’opera era nata con il titolo Dipinto Parolibero (realizzata
a pochi giorni di distanza dall’assassinio dell’Arciduca Francesco
Ferdinando) e fu pubblicata sulla rivista Lacerba il giorno in cui la
Germania dichiarò guerra alla Russia, ovviamente per i Futuristi
l’interventismo irredentistico era troppo ghiotta occasione…da cui il cambio
di nome.
Paradossalmente fu proprio la Grande Guerra a smorzare
la carica rivoluzionaria e creativa del Futurismo, quella guerra che loro
avevano cantato e idealizzato, ma che alla sua fine, dopo la cruda e
dolorosa esperienza, si tradusse in uno smembramento del movimento che,
persa la coesione, (nel 1914 già molti di loro cambiavano stile) si risolse
in una serie di manifestazioni locali, trainate da persone molto diverse fra
loro. Fra queste realtà è giusto segnalare almeno l’Aeropittura,
protagonista della quale fu la resa della visione dall’alto, il mito
dell’aereo esploso durante la Grande Guerra e ormai avviato ad essere
affascinante strumento di trasporto per i civili.
Il Futurismo bruciò rapidamente, come un grande fuoco
d’artificio, ma sottovalutarlo sarebbe un errore, è stato un potente
crogiuolo d’idee ed intuizioni, molte delle quali sono giunte fino a noi: se
si cerca un antenato delle opere d’arte recenti che si espandono in interni
d’ambienti e persino in discoteche, luoghi nati per sollecitare e
amplificare le emozioni attraverso il pulsare di luci e suoni, possiamo
trovarlo nelle idee e nelle decorazioni d’interni futuriste.
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