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È
giunto alla sua conclusione il percorso di Stefano Massini
attraverso il carcere e i suoi abitanti: Versione dei fatti,
presentato in prima nazionale al Teatro delle donne di Calenzano,
chiude la Trilogia del parlatorio, mettendo in scena il
confronto fra una donna e la sua giovane avvocatessa. La
struttura rispecchia da vicino i due precedenti spettacoli:
Figlia di notaio (2006) che trattava dell’incontro, dietro
le sbarre, di una giovane brigatista e della madre scrittrice di
mezza età, e Zone d’ombra (2007), che metteva a confronto
un professore universitario e la figlia violinista.
*****
Entriamo in
numero ristretto in uno spazio non molto ampio e ci disponiamo
su due file intorno ai tre lati di una struttura in ferro:
sbarre, prigione, cella, gabbia.
Siamo nel
parlatorio di un carcere, un’anziana detenuta aspetta di parlare
con il suo difensore d’ufficio. Nella cella entra un’inserviente
a pulire, l’anziana cerca di scambiare qualche parola, senza mai
ricevere alcuna risposta, ciò nonostante continua a parlarle.
Prima di uscire la ragazza si volta verso di lei, toglie le
cuffie dell’auricolare dalle orecchie e le chiede se ha detto
qualcosa, lapidaria la risposta:“no, non ho detto nulla”.
E’ la triste
coscienza della voce persa nel vuoto, in un dialogo inesistente
e forse impossibile.
Esce
l’inserviente e arriva l’avvocato.
Giovane, bella,
ben vestita, professionale, perfetta per il suo ruolo.
Si guardano ed
inizia un dialogo “sconnesso”: mentre l’anziana rivolge alla
giovane tentando un aggancio, parlando del cappotto, del
colore, di quanto sia bello, di come anche lei ne avesse avuto
uno, l’altra si siede e inizia il suo lavoro, spiegando il suo
compito, cominciando con le domande, cercando ostinatamente di
portare la donna a rispondere e fornirle le informazioni
necessarie.
Da una parte la
ricerca del contatto umano, sia pur nella labile conversazione
intorno ad un capo di vestiario, dall’altra il muro di chi
guarda senza vedere, di chi –sia pure in buona fede- cerca di
svolgere bene il proprio compito, di assolvere in maniera
professionale al proprio incarico, senza lasciarsi coinvolgere.
L’avvocato: “Non
sono una delicata, la avverto. Non lo sono innanzitutto perché
non mi spetta: lo stipendio me lo danno a fine mese per fare il
vostro interesse, io il vostro interesse lo faccio con il
Codice, senza mezzi termini che tanto non servono. Anzi:
complicano e basta.”
La donna:
“Guardo… la sua voce, sa? Non mi riesce ascoltare e basta.
Quando la gente parla io le voci le guardo. Dico così. Le sembro
pazza, vero? Però lo faccio: guardo parlare. La bocca. Le
labbra. Come si muovono. Cosa fanno. Ci sono certi che quasi non
le aprono. Altri il contrario: neanche gridassero… Lei ha una
voce strana. A sentirla è dura. Ma a guardare la bocca… La sua
bocca è leggera.
E’ un
susseguirsi di frasi che si alternano su piani diversi, quasi
mondi diversi: da una parte l’umanità dolente di chi cerca di
farsi percepire come persona, come essere umano, parlando di
argomenti banali, cercando una conversazione, dall’altro
società, il gioco dei ruoli, la professionalità impeccabile e
lontana, diligente, impeccabile, indifferente.
E’ come se
l’anziana carcerata colpisse una porta coperta da un materasso,
nessun rumore passa oltre, i suoi tentativi di creare un
contatto umano, naufragano nell’oceano del silenzio di chi
non vuol sentire, delle convenzioni, degli stereotipi, del tempo
da spendere bene.
I fatti,
l’avvocato vuole i fatti, dettagli precisi, il resto non conta.
Così piano piano
si snoda la storia, in un dialogo frammentato, ognuno che parla
su una frequenza diversa. L’accusa è grave: omicidio di
discendente.
Versione dei
fatti: finalmente l’anziana racconta la sua dolorosa storia
che affronta un tema assai scottante che proprio negli ultimi
tempi ha occupato tanto spazio nei quotidiani e alla
televisione.
Una figlia in un
letto d’ospedale per sedici anni tenuta in vita dalle macchine.
Fuori il mondo. Fuori la vita. Dentro solitudine e silenzio.
Sedici anni una madre confinata in quella stanza vicina ad un
corpo attaccato alle macchine, tecnicamente perfette, che un
giorno decide di staccare.
Pochi contatti,
poche occasioni per chi non è inserito nel tessuto sociale,
forse il dramma comincia da li. Quando chi è solo cerca di
scambiare quattro parole, magari con il bottegaio, con
l’impiegato della posta, ricevendone in cambio una cortesia
stereotipata che ripete frasi gentili, ma senza vederti senza
sentirti.
La solitudine di
un mondo che lascia soli di fronte al dolore, nei momenti bui
della vita. Nessuno si è occupato di quella donna finché il
fatto di cronaca non l’ha portata alla ribalta ed allora
persino il giornalaio dell’angolo –di cui lei non conosce quasi
la voce- rilascia interviste su di lei dicendo che sa tutto…
Poi l’epilogo.
La donna: “Lo
scriva: versione dei fatti è che io non sono una macchina. E –
mi creda – a un certo punto – dopo sedici anni – è normale – sì,
lo dico io: normale – che un corpo torni corpo. Con due gambe,
due braccia, un torace, un collo, perfino un viso… ma senza
nessuno che ci soffi dentro.”
“Versione dei fatti è che non ho
ucciso il corpo. Ho ucciso la macchina.”
Un’ora scarsa di
dialogo serrato, nessun commento, nessun suggerimento, nessuna
risposta.
Massini non fornisce risposte, fornisce domande.
Invita a riflettere, invita ognuno di noi a recuperare un
contatto profondo con se stesso, con la propria coscienza, con
il suo teatro cerca di fermare l’inquietudine affannata del
nostro vivere quotidiano tecnicamente vigile e professionalmente
qualificato per invitarci a riscoprire il bisogno, l’importanza
di pensare, ognuno per suo conto, magari sbagliando, a cercare
ognuno le proprie risposte; punzecchia il suo spettatore
invitandolo a recuperare la propria individualità piuttosto che
lasciarsi sempre trascinare da una vita che ormai sembra
destinata a consumarsi nella corsa quotidiana contro il tempo e
frastornata dal bombardamento dei media che troppo spesso ormai
ingeriamo, con forse troppa poca capacità critica.
Viviamo in superficie, presi da mille impegni, seguiamo correnti
e luoghi comuni talvolta in assoluta buona fede e senza quasi
accorgersene, intorno il mondo lancia segnali pericolosi di un
altrettanto pericoloso degrado morale. E se l’uomo non recupera
il rapporto profondo con se stesso, nessun rapporto può esserci
con gli altri.
Per concludere non ci sono di meglio che le battute finali:
La ragazza
Tutte queste cose che mi ha detto… spiacente ma… non sono
giuridicamente rilevanti.
Tornerò.
Domani. Per raccogliere la sua versione dei fatti.
La donna mormora qualcosa
La
ragazza Ha detto qualcosa?
Non risponde.
Esce la ragazza.
Si richiude la porta.
La donna resta sola, seduta.
Silenzio.
La donna Non
ho detto nulla.
No. Non ho detto
nulla.
Silenzio.
La donna
Nulla di nulla.
Buio
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