VERSIONE DEI FATTI

Stefano Massini conclude la trilogia della Gabbia


 

 

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di Fernanda Masetti Fedi

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È giunto alla sua conclusione il percorso di Stefano Massini attraverso il carcere e i suoi abitanti: Versione dei fatti, presentato in prima nazionale al Teatro delle donne di Calenzano, chiude la Trilogia del parlatorio, mettendo in scena il confronto fra una donna e la sua giovane avvocatessa. La struttura rispecchia da vicino i due precedenti spettacoli: Figlia di notaio (2006) che trattava dell’incontro, dietro le sbarre, di una giovane brigatista e della madre scrittrice di mezza età, e Zone d’ombra (2007), che metteva a confronto un professore universitario e la figlia violinista.

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Entriamo in numero ristretto in uno spazio non molto ampio e ci disponiamo su due file intorno ai tre lati di una struttura in ferro: sbarre, prigione, cella, gabbia.

Siamo nel parlatorio di un carcere, un’anziana detenuta aspetta di parlare con il suo difensore d’ufficio. Nella cella entra un’inserviente a pulire, l’anziana cerca di scambiare qualche parola, senza mai ricevere alcuna risposta, ciò nonostante continua a parlarle. Prima di uscire la ragazza si volta verso di lei, toglie le cuffie dell’auricolare dalle orecchie e le chiede se ha detto qualcosa, lapidaria la risposta:“no, non ho detto nulla”.

E’ la triste coscienza della voce persa nel vuoto, in un dialogo inesistente e forse impossibile.

Esce l’inserviente e arriva l’avvocato.

Giovane, bella, ben vestita, professionale, perfetta per il suo ruolo.

Si guardano ed inizia un dialogo “sconnesso”: mentre l’anziana rivolge alla giovane tentando un aggancio, parlando del cappotto, del colore, di quanto sia bello, di come anche lei ne avesse avuto uno, l’altra si siede e inizia il suo lavoro, spiegando il suo compito, cominciando con le domande, cercando ostinatamente di portare la donna a rispondere e fornirle le informazioni necessarie.

Da una parte la ricerca del contatto umano, sia pur nella labile conversazione intorno ad un capo di vestiario, dall’altra il muro di chi guarda senza vedere, di chi –sia pure in buona fede- cerca di svolgere bene il proprio compito, di assolvere in maniera professionale al proprio incarico, senza lasciarsi coinvolgere.

 

L’avvocato: “Non sono una delicata, la avverto. Non lo sono innanzitutto perché non mi spetta: lo stipendio me lo danno a fine mese per fare il vostro interesse, io il vostro interesse lo faccio con il Codice, senza mezzi termini che tanto non servono. Anzi: complicano e basta.”

La donna: “Guardo… la sua voce, sa? Non mi riesce ascoltare e basta. Quando la gente parla io le voci le guardo. Dico così. Le sembro pazza, vero? Però lo faccio: guardo parlare. La bocca. Le labbra. Come si muovono. Cosa fanno. Ci sono certi che quasi non le aprono. Altri il contrario: neanche gridassero… Lei ha una voce strana. A sentirla è dura. Ma a guardare la bocca… La sua bocca è leggera.

 

E’ un susseguirsi di frasi che si alternano su piani diversi, quasi mondi diversi: da una parte l’umanità dolente di chi cerca di farsi percepire come persona, come essere umano, parlando di argomenti banali, cercando una conversazione, dall’altro società, il gioco dei ruoli, la professionalità impeccabile e lontana, diligente, impeccabile, indifferente. 

E’ come se l’anziana carcerata colpisse una porta coperta da un materasso, nessun rumore passa oltre, i suoi tentativi di creare un contatto umano, naufragano nell’oceano del silenzio di chi non vuol sentire, delle convenzioni, degli stereotipi, del tempo da spendere bene.

I fatti, l’avvocato vuole i fatti, dettagli precisi, il resto non conta.

Così piano piano si snoda la storia, in un dialogo frammentato, ognuno che parla su una frequenza diversa. L’accusa è grave: omicidio di discendente.

Versione dei fatti: finalmente l’anziana racconta la sua dolorosa storia che affronta un tema assai scottante che proprio negli ultimi tempi ha occupato tanto spazio nei quotidiani e alla televisione.

Una figlia in un letto d’ospedale per sedici anni tenuta in vita dalle macchine. Fuori il mondo. Fuori la vita. Dentro solitudine e silenzio. Sedici anni una madre confinata in quella stanza vicina ad un corpo attaccato alle macchine, tecnicamente perfette, che un giorno decide di staccare.

Pochi contatti, poche occasioni per chi non è inserito nel tessuto sociale, forse il dramma comincia da li. Quando chi è solo cerca di scambiare quattro parole, magari con il bottegaio, con l’impiegato della posta, ricevendone in cambio una cortesia stereotipata che ripete frasi gentili, ma senza vederti senza sentirti.

La solitudine di un mondo che lascia soli di fronte al dolore, nei momenti bui della vita. Nessuno si è occupato di quella donna finché il fatto di cronaca non l’ha portata alla ribalta  ed allora persino il giornalaio dell’angolo –di cui lei non conosce quasi la voce- rilascia interviste su di lei dicendo che sa tutto…

Poi l’epilogo.

La donna: “Lo scriva: versione dei fatti è che io non sono una macchina. E – mi creda – a un certo punto – dopo sedici anni – è normale – sì, lo dico io: normale – che un corpo torni corpo. Con due gambe, due braccia, un torace, un collo, perfino un viso… ma senza nessuno che ci soffi dentro.”

Versione dei fatti è che non ho ucciso il corpo. Ho ucciso la macchina.”

Un’ora scarsa di dialogo serrato, nessun commento, nessun suggerimento, nessuna risposta.

Massini non fornisce risposte, fornisce domande.

Invita a riflettere, invita ognuno di noi a recuperare un contatto profondo con se stesso, con la propria coscienza, con il suo teatro cerca di fermare l’inquietudine affannata del nostro vivere quotidiano tecnicamente vigile e professionalmente qualificato per invitarci a riscoprire il bisogno, l’importanza di pensare, ognuno per suo conto, magari sbagliando, a cercare ognuno le proprie risposte; punzecchia il suo spettatore invitandolo a recuperare la propria individualità piuttosto che lasciarsi sempre trascinare da una vita che ormai sembra destinata a consumarsi nella corsa quotidiana contro il tempo e frastornata dal bombardamento dei media che troppo spesso ormai ingeriamo, con forse troppa poca capacità critica.

Viviamo in superficie, presi da mille impegni, seguiamo correnti e luoghi comuni talvolta in assoluta buona fede e senza quasi accorgersene, intorno il mondo lancia segnali pericolosi di un altrettanto pericoloso degrado morale. E se l’uomo non recupera il rapporto profondo con se stesso, nessun rapporto può esserci con gli altri.

Per concludere non ci sono di meglio che le battute finali:

La ragazza                        Tutte queste cose che mi ha detto… spiacente ma… non sono giuridicamente rilevanti.

                                               Tornerò. Domani. Per raccogliere la sua versione dei fatti.

La donna mormora qualcosa

La ragazza                        Ha detto qualcosa?

Non risponde.

Esce la ragazza.

Si richiude la porta.

La donna resta sola, seduta.

Silenzio.

La donna                            Non ho detto nulla.

                                               No. Non ho detto nulla.

Silenzio.

La donna                            Nulla di nulla.

Buio

 

 

 

 



 

L'autore e regista Stefano Massini

Il parlatorio

L'anziana detenuta e il suo difensore d'ufficio

Alla ricerca di un contatto

 

 

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