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Nata in collaborazione con il
Metropolitan Museum of Art dov’è stata allestita nell’autunno scorso,
riportando un successo inaspettato con ben 1800 visitatori al giorno - per
inciso la prima rassegna personale che The Met abbia dedicato ad un
nostro pittore del novecento - “Morandi 1890-1964” è la mostra antologica
curata da Maria Cristina Bandiera e Renato Miracco , visitabile dal 25
gennaio presso il Museo di Arte Moderna di Bologna. Oltre cento opere
selezionate dai curatori, provenienti da collezioni pubbliche e private di
tutto il mondo che, oltre la bellezza dei dipinti stessi, hanno il pregio di
ricostruire per scansioni cronologiche tutto l’arco dell’opera di Morandi,
offrendone per la prima volta una lettura approfondita e di facile approccio
anche per il pubblico meno esperto.
Giorgio Morandi
(Bologna, 20 giugno 1890 – Bologna, 18 giugno 1964)
nasce e vive praticamente tutta la sua vita fra Bologna e Grizzana, il paese
che s’incontra sull’appennino lungo l’autostrada che ci porta a Bologna,
dove la sua famiglia possedeva una casa (un cubo) all’inizio del paese.
Primo di cinque fratelli (due maschi, lui e il fratello Giuseppe e 3
sorelle), di famiglia modesta, dimostra precocemente i suoi interessi ed
infatti dopo un breve periodo in cui lavora insieme al padre, s’iscrive
all’accademia di Belle Arti dove si diploma nel 1913, anche se negli ultimi
anni ha vivaci scontri con i professori in quanto già nutre in se concetti
propri sul futuro dell’arte. Un viaggio di studi a Firenze lo mette in
contatto con i grandi autori di cui è grande ammiratore: Giotto, Paolo
Uccello, ma anche di personaggi come Cézanne, che hanno dato un potente
contributo al rinnovamento dell’arte in quel periodo.
Morandi non ama viaggiare, non ama lavorare in gruppo,
non si riconoscerà mai in nessuna corrente e in nessun movimento: farà una
mostra con i futuristi (ma non sarà futurista), farà alcuni quadri
d’ispirazione chiaramente metafisica (De Chirico) ma non sarà pittore
metafisico… Sarà invece un abilissimo incisore, uno dei maggiori del
novecento. Insegnante nelle scuole comunali di disegno, dal 1930 ottiene per
"chiara fama" e "senza concorso" la cattedra all'Accademia di Belle Arti di
Bologna dove insegnerà Tecniche dell'incisione fino al 1956.
Vive le sua vita isolato, non farà nemmeno la guerra
perché sarà riformato a causa di una brutta polmonite. Protetto dai portici
della sua amata Bologna, trascorrerà la sua vita fra lo studio e
l’Accademia; non si farà mai una famiglia e vivrà accudito prima dalla madre
e poi dalle tre sorelle.
Schivo
e solitario si dedicherà ad un’arte che è lenta ricerca, introspezione, cura
accurata: non c’è niente d’istintivo in quello che fa. Riconosce Giotto come
grande maestro, eppure ne tradirà la lezione: Giotto è disegno,
Morandi dipingerà con il colore, per contrasti di colore; ma non c’inganni
la definizione, dipingerà per macchie di colore ma non sarà macchiaiolo
ovviamente; il suo è un paesaggio ideale, astratto quasi, personale sempre,
senza sole, senza ombre, non si sa da dove venga la luce; essa proviene
dalle figure stesse, dai loro colori ed è la loro presenza incombente ed
indiscutibile che dà un senso a tutto il resto intorno.
I primi quadri in mostra riflettono chiaramente la
lezione di Cézanne: il paesaggio con l’albero che divide simmetricamente in
due il quadro, i colori che danno volume allo spazio, non c’è il disegno, ma
non ci sono nemmeno particolari; pur essendo un dipinto en plein air
non c’è nemmeno l’ombra, non è quindi una riproduzione della realtà
oggettiva, ma interpretazione personale. Le altre opere della prima sala
sono una serie di 6/7 quadri metafisici, chiaramente ispirati a De Chirico,
assolutamente deliziosi. Pensiamo alle piazze rappresentate da De Chirico:
non si tratta di una piazza in particolare, non di una realtà specifica, ma
di una realtà allusa. Sull’opera di De Chirico pesavano indubbiamente gli
studi dell’epoca di Freud che con il primo congresso di psicanalisi tenutosi
proprio nel 1908, cominciavano a diffondersi influenzando opinioni e
cultura. Così gli oggetti rappresentati da Morandi, non sono legati fra loro
da un concetto, sembrano accostati quasi casualmente e forse quindi alludono
ad un’altra realtà, meno oggettiva e più profonda. Gli oggetti che riproduce
sono inseriti in uno spazio preciso, armadio o bacheca, inscatolati dentro
uno spazio ben definito contenuto a sua volta dentro lo spazio più aperto
del quadro. Nei quadri metafisici, come negli altri, è lo spazio il fulcro
su cui insiste Morandi, è lo spazio il punto da cui parte per “rifondare” la
pittura, è il “bandolo della matassa” tutta personale su cui delinea il suo
concetto di pittura: lo spazio esiste grazie agli oggetti che vi si trovano.
Non esiste un paesaggio con dentro alberi e case, non esiste una stanza con
dentro tavolo e sedie: esistono oggetti che hanno un volume grazie al quale
viene definito lo spazio intorno.
Nella seconda sala una serie dei celebri vasetti con
rose: diverse posizioni, diverse tonalità ma sempre giocate dall’ocra al
bianco pastello al rosa, soggetti tutti verticalizzati. Lo spazio è
ulteriormente cambiato: l’orizzonte non è più definito, il piano non è più
individuato da una forma, da un segno preciso, ma è dato dalla scelta del
colore, un colore scuro, un colore chiaro, là dove i due colori combaciano
s’individua per contrasto il piano su cui poggiano i vasi. Non ha bisogno
del disegno, egli nega espressamente il concetto sostenuto per secoli, dalla
pittura e dalla scuola fiorentina (che lui stesso ha ammirato e
riconosciuto) che si basa essenzialmente sul disegno. Siamo nel 1924 ca, ed
in queste opere vediamo come gli oggetti si delineano per contrasti di
colore ed ancora una volta in assenza (tranne poche eccezioni) di ombre: è
l’autore con il colore che dice dov’è la luce. Ma dove ha imparato (e lui
forse contesterebbe l’affermazione) questa verticalizzazione? Lo intuì bene
Pietro Longhi: da Piero della Francesca, basti vedere il Battesimo di Gesù;
non solo: stesso concetto della luce che viene dalle figure, senza ombre ad
indicarne la provenienza esterna. Manca completamente il disegno, le figure
si stagliano per contrasto di colore: chiaro su scuro (altra lezione di
Paolo Uccello e Piero della Francesca, si vedano i cavalli della battaglia
di San Romano, oppure i cavalli di Piero nella cappella di San Francesco ad
Arezzo con la leggenda aurea della Vera Croce), il piano è dato da una
sottile differenza di colore e solo il vaso spostato più avanti o più
indietro dà un senso allo spazio intorno e ci dice dove si trova.
Nelle sale successive le nature morte e le “bottiglie”
che lo hanno reso celebre. Ancora verticalizzazione dello spazio, assenza di
ombre, assenza di disegno, colori giocati nella splendide tonalità che vanno
dall’ocra al marrone chiaro al marrone scuro, ai bianchi acidi o rosati, ai
gialli spenti. Figure sempre verticalizzate, oggetti che ripetuti
all’infinito perdono ogni riferimento personale: non è più quella bottiglia
bevuta insieme all’amico…non è una bottiglia di gin o di cognac, non c’è
etichetta; è, se c’è, una semplice macchia di colore; sono oggetti ripetuti
all’infinito fin quando hanno perso ogni riferimento specifico, ogni
soggettività, ogni ricordo, per essere solo forme, volumi, che con la loro
presenza, i loro colori, la loro posizione, danno un senso al vuoto intorno,
definiscono, quasi creano lo spazio intorno a loro. Possono essere scatole o
bottiglie, ma possono essere qualsiasi altra cosa che la nostra mente voglia
vedere; sono forme (lezione di Cézanne ma anche di Pitagora: geometria) che
con la loro presenza vivificano lo spazio intorno.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale, da Ossi di seppia, 1927)
Stesso periodo, parole che ben si attagliano all’opera
di Morandi.
In mostra anche due autoritratti di quando era
pressoché trentenne. Uno quasi “sbiadito”, l’altro più definito, entrambi
visione spiccatamente frontale e con poca attenzione ai particolari, perché
il suo scopo non è “raccontare qualcosa” ma con i volumi definire uno
spazio. E’ una storia vecchia del resto. A Firenze nel ‘400 Masaccio, Paolo
Uccello, Filippo Brunelleschi, il Buonarroti stesso, cercano di delineare lo
spazio, e trovano la loro soluzione nella prospettiva, per rappresentare al
meglio quello che è intorno a loro: trovare lo spazio ed in esso inserire
gli oggetti, le case, le colline, le persone da raffigurare, ma in uno
spazio concreto e dato; per Morandi è esattamente l’opposto: esiste uno
spazio mentale in cui lui deve far nascere dei volumi per poterlo delineare.
Ritroviamo nella sala successiva alcuni paesaggi, due dei quali veramente
belli. Sono diversi da quelli trovati all’inizio che guardavano molto a
Cezanne, questi sono macchie di colore, ma delineate, precise, eppure
inquietanti: non ci sono particolari, non un uccellino, non un fiore, non un
sasso, non il sole, non una nuvola…sono paesaggi irreali, sono forzature
d’ordine di un animo che si ostina a privare di ogni forza affettiva,
soggettiva, vitale le cose che vivono intorno a lui. Dalle bottiglie, alle
scatole, ai paesaggi tutto viene compresso in un ordine forzato fuori del
tempo e di ogni oggettiva realtà: c’è una violenza incredibile in questo
ordine forzato, come il risultato di un uno stato compulsivo-ossessivo, di
un animo che rinuncia alla vita intesa come emozione, come sentimento, come
storia, che mette tutto in ordine, solo forma, senza nome, senza luogo,
senza tempo, solo spazio… come chi rifiuta la vita o l’amore per paura di
soffrire.
L’articolazione nel tempo di questa mostra con le opere
del maestro lungo tutto il crinale della sua vita mi ha consentito di
averne un ritratto più profondo e completo.
Si finisce con alcuni acquerelli (proprio degli ultimi
anni) in cui ormai si ritrova solo una forma geometrica, non si sa più se
bottiglia, caraffa o scatola… una didascalia dice che il maestro parlando
con un amico, dicesse “ho ancora tante cose da fare, da dire”, credo sia un
bellissimo messaggio, il messaggio di un uomo che pur nella sua ritrosia
fino all’ultimo ha cercato in sé qualcosa da dare. |

Natura morta, 1960. Olio su tela
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