GIORGIO MORANDI AL MAMbo

Oltre cento opere di uno dei più importanti pittori italiani del novecento sono esposte al Museo d’Arte Moderna di Bologna,  dopo lo straordinario successo della mostra al Metropolitan  di New York

di Fernanda Masetti Fedi

Nata in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art dov’è stata allestita nell’autunno scorso, riportando un successo inaspettato con ben 1800 visitatori al giorno - per inciso la prima rassegna personale che The Met abbia dedicato ad un nostro pittore del novecento -  “Morandi 1890-1964” è la mostra antologica curata da Maria Cristina Bandiera e Renato Miracco , visitabile dal 25 gennaio presso il Museo di Arte Moderna di Bologna. Oltre cento opere selezionate dai curatori, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo che, oltre la bellezza dei dipinti stessi, hanno il pregio di ricostruire per scansioni cronologiche tutto l’arco dell’opera di Morandi, offrendone per la prima volta una lettura approfondita e di facile approccio anche per il pubblico meno esperto.

Giorgio Morandi (Bologna, 20 giugno 1890 – Bologna, 18 giugno 1964) nasce e vive praticamente tutta la sua vita fra Bologna e Grizzana, il paese che s’incontra sull’appennino lungo l’autostrada che ci porta a Bologna, dove la sua famiglia possedeva una casa (un cubo) all’inizio del paese. Primo di cinque fratelli (due maschi, lui e il fratello Giuseppe e 3 sorelle), di famiglia modesta, dimostra precocemente i suoi interessi ed infatti dopo un breve periodo in cui lavora insieme al padre, s’iscrive all’accademia di Belle Arti dove si diploma nel 1913, anche se negli ultimi anni ha vivaci scontri con i professori in quanto già nutre in se concetti propri sul futuro dell’arte. Un viaggio di studi a Firenze lo mette in contatto con i grandi autori di cui è grande ammiratore: Giotto, Paolo Uccello, ma anche di personaggi come Cézanne, che hanno dato un potente contributo al rinnovamento dell’arte in quel periodo.

Morandi non ama viaggiare, non ama lavorare in gruppo, non si riconoscerà mai in nessuna corrente e in nessun  movimento: farà una mostra con i futuristi (ma non sarà futurista), farà alcuni quadri d’ispirazione chiaramente metafisica (De Chirico) ma non sarà pittore metafisico… Sarà invece un abilissimo incisore, uno dei maggiori del novecento. Insegnante nelle scuole comunali di disegno, dal 1930 ottiene per "chiara fama" e "senza concorso" la cattedra  all'Accademia di Belle Arti di Bologna dove insegnerà Tecniche dell'incisione fino al 1956.

Vive le sua vita isolato, non farà nemmeno la guerra perché sarà riformato a causa di una brutta polmonite. Protetto dai portici della sua amata Bologna, trascorrerà la sua vita fra lo studio e l’Accademia; non si farà mai una famiglia e vivrà accudito prima dalla madre e poi dalle tre sorelle.

Schivo e solitario si dedicherà ad un’arte che è lenta ricerca, introspezione, cura accurata: non c’è niente d’istintivo in quello che fa. Riconosce Giotto come grande maestro, eppure ne tradirà la lezione: Giotto è disegno, Morandi dipingerà con il colore, per contrasti di colore; ma non c’inganni la definizione, dipingerà per macchie di colore ma non sarà macchiaiolo ovviamente; il suo è un paesaggio ideale, astratto quasi, personale sempre, senza sole, senza ombre, non si sa da dove venga la luce; essa proviene dalle figure stesse, dai loro colori ed è la loro presenza incombente ed indiscutibile che dà un senso a tutto il resto intorno.

I primi quadri in mostra riflettono chiaramente la lezione di Cézanne: il paesaggio con l’albero che divide simmetricamente in due il quadro, i colori che danno volume allo spazio, non c’è il disegno, ma non ci sono nemmeno particolari; pur essendo un dipinto en plein air non c’è nemmeno l’ombra, non è quindi una riproduzione della realtà oggettiva, ma interpretazione personale. Le altre opere della prima sala sono una serie di 6/7 quadri metafisici, chiaramente ispirati a De Chirico, assolutamente deliziosi. Pensiamo alle piazze rappresentate da De Chirico: non si tratta di una piazza in particolare, non di una realtà specifica, ma di una realtà allusa. Sull’opera di De Chirico pesavano indubbiamente gli studi dell’epoca di Freud che con il primo congresso di psicanalisi tenutosi proprio nel 1908, cominciavano a diffondersi influenzando opinioni e cultura. Così gli oggetti rappresentati da Morandi, non sono legati fra loro da un concetto, sembrano accostati quasi casualmente e forse quindi alludono ad un’altra realtà, meno oggettiva e più profonda. Gli oggetti che riproduce sono inseriti in uno spazio preciso, armadio o bacheca, inscatolati dentro uno spazio ben definito contenuto a sua volta dentro lo spazio più aperto del quadro. Nei quadri metafisici, come negli altri, è lo spazio il fulcro su cui insiste Morandi, è lo spazio il punto da cui parte per “rifondare” la pittura, è il “bandolo della matassa” tutta personale su cui delinea il suo concetto di pittura: lo spazio esiste grazie agli oggetti che vi si trovano. Non esiste un paesaggio con dentro alberi e case, non esiste una stanza con dentro tavolo e sedie: esistono oggetti che hanno un volume grazie al quale viene definito lo spazio intorno.

Nella seconda sala una serie dei celebri vasetti con rose: diverse posizioni, diverse tonalità ma sempre giocate dall’ocra al bianco pastello al rosa, soggetti tutti verticalizzati. Lo spazio è ulteriormente cambiato: l’orizzonte non è più definito, il piano non è più individuato da una forma, da un segno preciso, ma è dato dalla scelta del colore, un colore scuro, un colore chiaro, là dove i due colori combaciano s’individua per contrasto il piano su cui poggiano i vasi. Non ha bisogno del disegno, egli nega espressamente il concetto sostenuto per secoli, dalla pittura e dalla scuola fiorentina (che lui stesso ha ammirato e riconosciuto) che si basa essenzialmente sul disegno. Siamo nel 1924 ca, ed in queste opere vediamo come gli oggetti si delineano per contrasti di colore ed ancora una volta in assenza (tranne poche eccezioni) di ombre: è l’autore con il colore che dice dov’è la luce. Ma dove ha imparato (e lui forse contesterebbe l’affermazione) questa verticalizzazione? Lo intuì bene Pietro Longhi: da Piero della Francesca, basti vedere il Battesimo di Gesù; non solo: stesso concetto della luce che viene dalle figure, senza ombre ad indicarne la provenienza esterna. Manca completamente il disegno, le figure si stagliano per contrasto di colore: chiaro su scuro (altra lezione di Paolo Uccello e Piero della Francesca, si vedano i cavalli della battaglia di San Romano, oppure i cavalli di Piero nella cappella di San Francesco ad Arezzo con  la leggenda aurea della Vera Croce), il piano è dato da una sottile differenza di colore e solo il vaso spostato più avanti o più indietro dà un senso allo spazio intorno e ci dice dove si trova.

Nelle sale successive le nature morte e le “bottiglie” che lo hanno reso celebre. Ancora verticalizzazione dello spazio, assenza di ombre, assenza di disegno, colori giocati nella splendide tonalità che vanno dall’ocra al marrone chiaro al marrone scuro, ai bianchi acidi o rosati, ai gialli spenti. Figure sempre verticalizzate, oggetti che ripetuti all’infinito perdono ogni riferimento personale: non è più quella bottiglia bevuta insieme all’amico…non è una bottiglia di gin o di cognac, non c’è etichetta; è, se c’è, una semplice macchia di colore; sono oggetti ripetuti all’infinito fin quando hanno perso ogni riferimento specifico, ogni soggettività, ogni ricordo, per essere solo forme, volumi, che con la loro presenza, i loro colori, la loro posizione, danno un senso al vuoto intorno, definiscono, quasi creano lo spazio intorno a loro. Possono essere scatole o bottiglie, ma possono essere qualsiasi altra cosa che la nostra mente voglia vedere; sono forme (lezione di Cézanne ma anche di Pitagora: geometria) che con la loro presenza vivificano lo spazio intorno.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(Eugenio Montale,  da  Ossi di seppia, 1927)

Stesso periodo, parole che ben si attagliano all’opera di Morandi.  

In mostra anche due autoritratti di quando era pressoché trentenne. Uno quasi “sbiadito”, l’altro più definito, entrambi visione spiccatamente frontale e con poca attenzione ai particolari, perché il suo scopo non è “raccontare qualcosa” ma con i volumi definire uno spazio. E’ una storia vecchia del resto. A Firenze nel ‘400 Masaccio, Paolo Uccello, Filippo Brunelleschi, il Buonarroti stesso, cercano di delineare lo spazio, e trovano la loro soluzione nella prospettiva,  per rappresentare al meglio quello che è intorno a loro: trovare lo spazio ed in esso inserire gli oggetti, le case, le colline, le persone da raffigurare, ma in uno spazio concreto e dato; per Morandi è esattamente l’opposto: esiste uno spazio mentale in cui lui deve far nascere dei volumi per poterlo delineare. Ritroviamo nella sala successiva alcuni paesaggi, due dei quali veramente belli. Sono diversi da quelli trovati all’inizio che guardavano molto a Cezanne, questi sono macchie di colore, ma delineate, precise, eppure inquietanti: non ci sono particolari, non un uccellino, non un fiore, non un sasso, non il sole, non una nuvola…sono paesaggi irreali, sono forzature d’ordine di un animo che si ostina a privare di ogni forza affettiva, soggettiva, vitale le cose che vivono intorno a lui. Dalle bottiglie, alle scatole, ai paesaggi tutto viene compresso in un ordine forzato fuori del tempo e di ogni oggettiva realtà: c’è una violenza incredibile in questo ordine forzato, come il risultato di un uno stato compulsivo-ossessivo, di un animo che rinuncia alla vita intesa come emozione, come sentimento, come storia, che mette tutto in ordine, solo forma, senza nome, senza luogo, senza tempo, solo spazio… come chi rifiuta la vita o l’amore per paura di soffrire.

L’articolazione nel tempo di questa mostra con le opere del maestro lungo tutto il crinale della sua vita  mi ha consentito di averne un ritratto più profondo e completo.

Si finisce con alcuni acquerelli (proprio degli ultimi anni) in cui ormai si ritrova solo una forma geometrica, non si sa più se bottiglia, caraffa o scatola… una didascalia dice che il maestro parlando con un amico, dicesse “ho ancora tante cose da fare, da dire”, credo sia un bellissimo messaggio, il messaggio di un uomo che pur nella sua ritrosia fino all’ultimo ha cercato in sé qualcosa da dare.

Natura morta, 1960. Olio su tela

 

 

Natura morta, 1929. Olio su tela

 

Natura morta, 1956. Olio su tela

Paesaggio,1928. Olio su tela