Quando il Sipario calerà

Cronaca di una vicenda tragica il cui epilogo si consumò a Canino nel 1925 (terza parte)


prima parte - seconda parte

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di Mauro Ballerini

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Per chi nella propria vita non avrebbe mai visto nient'altro che il proprio paese, con la chiesa e la piazza, quel viaggio immaginifico rappresentava un'irripetibile opportunità. E agli attori, veri motori di quel "folle volo", si era profondamente riconoscenti.

Per chi viveva una vita di stenti, secondo ritmi immutati da secoli, secondo leggi sociali ed etiche fisse e indiscutibili, il teatro offriva l'occasione di vivere, almeno per due ore, una vita diversa dalla propria.

In un mese e mezzo di rappresentazioni, di fronte agli occhi stupiti degli abitanti di Canino, passarono eroi della storia e della fantasia, protagonisti di vicende rocambolesche ed eccezionali; vennero narrate storie di innocenti vittime di un potere tirannico; il trionfo del bene sulle trame ordite dai malvagi; e poi ancora amori traditi, spezzati, ostacolati; relazioni impossibili quanto passionali; odi acerrimi tra fratelli e consanguinei; vendette meditate e poi agite attraverso inganni e sotterfugi...

In quel mese e mezzo, gli occhi di tante persone ignoranti si commossero, brillarono di entusiasmo e si illanguidirono di umana pietà.

Era proprio in questo che risiedeva la magia ineguagliabile dei teatranti: grazie a loro, all'interno della piccola comunità rurale entrava il mondo intero, la variegata storia umana con tutta la sua gamma di colori e contraddittorietà. Gli attori rappresentavano "la finestra" dalla quale si può osservare l'universo, quella "fessura" attraverso la quale l'esterno penetra nella sfera chiusa e compatta dell'identico. Un mese e mezzo appunto: questo il tempo trascorso da quando i Nistri erano arrivati a Canino.

Il Natale intanto è ormai prossimo e la compagnia ha deciso di trattenersi fin dopo le feste, per ripartire con l'inizio di carnevale verso una nuova destinazione.

Per i teatranti che sia Natale, Capodanno o Pasqua, poco conta: ogni sera devono comunque vestire gli abiti di un altro per poi dargli un volto, una voce e un corpo. L'arrivo delle festività, anzi, è spesso un momento malinconico per loro: è in questi momenti che sentono maggiormente di non aver mai goduto l'intimità di una casa, di un focolare, di una famiglia riunita di anno in anno intorno a uno stesso tavolo.

Locandina de La Tosca. Collezione privata Mauro Ballerini

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Locandina de L'Alba, il Giorno, la Notte. Collezione privata M. Ballerini

Locandina de L'Alba, il Giorno, la Notte. Collezione privata M. Ballerini

E proprio in queste circostanze che le squallide camere d'affitto — talmente tutte uguali da sembrare in fondo sempre la stessa camera — rive­lano la loro freddezza ed estraneità: non vi è traccia in loro del dolce tepore domestico, del profumo di casa. Nei giorni di festa, gli attori girovaghi sentono la nostalgia dei pa­renti lontani, dei figli lasciati chissà dove, dei genitori abbandonati troppi anni prima. Persino i loro morti sono disseminati in ogni parte d'Italia, in luoghi in cui forse nessu­no farà mai più ritorno. Illacrimate sepolture, che nessuno potrà mai onorare né con fiori né con visite.

Ed ecco arrivare finalmente il 25 dicembre, celebrato non solo dalle solenni liturgie, ma anche da una doppia rappresentazione teatrale: matinée e serale. Natale è un giorno di riposo per tutti, tranne che per gli attori.

I Nistri e il resto della compagnia attesero il passare dei giorni festivi con l'intima spe­ranza di vederli scorrere via rapidi. In loro era già irresistibile la frenesia di ripartire: e-rano in quella piazza da un mese e mezzo e ormai bruciava in loro il desiderio di vedere altri luoghi, un altro pubblico e di vivere nuove emozioni.

Ma c'è un qualcosa di molto serio che li costringe a trattenersi per qualche giorno anco­ra: Leonilda, da subito dopo Natale, mostra i sintomi di una febbre persistente e preoc­cupante. Si dice che sia molto debilitata e sofferente. Ciononostante, ogni sera, la com­pagnia è tutta radunata in teatro a svolgere il corso regolare delle rappresentazioni: lo spettacolo deve pur sempre continuare! I ruoli solitamente affidati a Leonilda, però, vengono interpretati da un'altra attrice e il pubblico ne è amareggiato. A Canino c'è apprensione per il suo stato di salute e sono molti quelli che se ne prendono cura prepa­randole semmai un pasto caldo.

In un batter di ciglia, ecco arrivare anche la festa di Capodanno, momento cruciale per ciascuno nel quale si spera di poter gettare alle spalle le cose brutte e tristi dell'anno ap­pena trascorso per poter guardare, con rinnovata fiducia, all'anno che ha inizio. La not­te di Capodanno è per tutti una notte illuminata dal "sol dell'avvenire", in cui si metto­no al bando malinconie e angosce.

Ma quella notte di Capodanno, che separò il 1925 dal 1926, per la famiglia Nistri fu, invece, una funesta notte di lacrime e dolore.

 

 

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Alle ore tre antimeridiane accadde infatti l'irreparabile: Leonilda, aggravatasi repentinamente, chiuse definitivamente i suoi occhi malinconici. Aveva solo 22 anni. La mattina del primo gennaio, il paese fu travolto da quella sciagurata notizia: la dolce attrice, la bella ragazza tanto desiderata dai giovani del paese, era morta al principiar dell'anno, precocemente spenta da una spietata malattia.

Il giorno successivo, il 2 gennaio 1926, l'intera popolazione si radunò al cimitero per renderle omaggio: popolino, aristocratici, beghine, uomini d'ogni età, tutti si trovarono riuniti per uno spettacolo al quale mai avrebbero creduto di poter assistere. In cuor loro consideravano quegli strani indivi­dui imperituri come gli eroi, immu­ni dalla sofferenza come gli dèi, così diversi dalla gente comune da esse­re aldilà della vita e... della morte. E invece, di fronte ai loro occhi, si aprì lo strazio, questa volta reale, dell'abbandono e dell'addio. I volti di quella gente si rivelarono — per la prima volta — realmente smarriti e disorientati; lì non si trattava più di fingere; lì si stava consumando il dramma più auten­tico dell'umana esistenza. Si guardavano gli uni gli altri come se fos­sero divenuti d'un tratto estranei, sbalzati di colpo in una dimensione sconosciuta e spietata. Arturo e Giuseppina erano impietriti, più gelidi del marmo che avrebbe da lì a poco suggellato ogni loro speranza. Ma tra tutti, fu il dolore di Pia a raggelare i presenti: un dolore lan­cinante, incontenibile, un urlo irreprimibile contro il fato, l'umana sorte e la beffa crudele della morte.

Finito il rito della sepoltura, la gente a poco a poco se ne ritornò alle proprie case, con­servando però impressa sugli occhi l'immagine indelebile di quella donna, del suo lamento senza attenuanti. In quella scena c'era un qualcosa che lasciava tutti perplessi, un'incongruenza a cui nessuno sapeva trovare una spiegazione: il dolore silenzioso della madre sembrava un nulla rispetto al tormento implacabile della zia. Tante furono le congetture e le ipotesi che si accavallarono e susseguirono: gli attori fa­cevano ancora parlare di sé.

Passati pochi giorni ancora, si seppe che la compagnia aveva deciso di ripartire, senza che nessuno ancora avesse trovato una risposta a quell'enigma. Dietro di sé. insomma, quella gente avrebbe lasciato tanti ricordi, fervide fantasticherie ma soprattutto insolubili domande.

 

Certificato di morte di Leonilda Nistri (Nevastri) Ufficio di Stato Civile Comune di Canino

Certificato di morte di Leonilda Nistri (Nevastri) Ufficio di Stato Civile Comune di Canino

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  Ritratto di Giuseppina Nistri. Collezione privata Mauro Ballerini

  Ritratto di Pia Cresseri. Collezione privata Mauro Ballerini

Ritratto di Giuseppina Nistri. Collezione privata Mauro Ballerini

Ritratto di Pia Cresseri. Collezione privata Mauro Ballerini

Eppure se a quella gente fosse stata raccontata tutta la verità, avrebbe sospettato di trovarsi ancora una volta in presenza di una trama da commedia, forse nel teatro dell'assurdo, forse nella più classiche delle tragedie, ma sempre e comunque nella più inverosimile delle finzioni. Si è detto tante volte che il teatro è il luogo in cui vita reale e vita fittizia si incontrano e si confondono: anche la più vera delle situazioni, in scena, diviene incredibile e anche la più inve­rosimile può apparire plausibile. Questo mondo rovesciato ha un magnetismo così forte da inghiottire talvolta i suoi stessi protagonisti, gli attori, che, nelle loro sto­rie personali, dimenticano il confine tra palco e realtà.

Pia, Giuseppina, Arturo: tre vite che si in­trecciano e si confondono fino a creare la più ingarbugliata delle vicende, un ordito tanto intricato da poter sembrare un'invenzione letteraria. Due sorelle — che il destino ha perennemente unito sulla scena come nella vita — si sono trovate presto a condividere anche lo stesso uomo, un uomo così privo di scrupoli da approfittare della giovinezza innocen­te della cognata e farle generare un figlio.

E così, appena quattordicenne, Pia si era trovata madre di una bimba concepita con l'uomo sbagliato; lei, poco più che bambina, quasi fosse sorella e madre della sua crea­tura; di certo, sorella e nemica di sua sorella, cognata e amante del padre di sua figlia. Al fine di evitare uno scandalo e tenersi al riparo da chiacchiere indiscrete, aveva accet­tato di seguire quell'uomo nel suo eterno girovagare, pur di restare vicino alla piccola Leonilda, ignara della sua ignominiosa origine.

Per tutta la sua vita Pia ha finto e nascosto il suo amore di madre; ha finto agli occhi di Leonilda; ha finto di fronte ai propri occhi. Si è autocondannata a essere solo e unica­mente zia, zia della ragazza da lei partorita, nient'altro che sventurata zitella, volonta­riamente nubile in nome di chissà quale vocazione. Ha trattato con rispetto l'uomo che l'aveva rovinata in gioventù, rubandole l'età più bella e gli affetti più cari; ha ricoperto

11  ruolo di eterna seconda di fronte alla sorella da lei tradita. Ha accettato di essere schiacciata per lunghi anni dalla tirannia della "prima donna", sua rivale e insieme sua consanguinea. Ha trasformato la propria vita in una prolungata menzogna da recitare ogni ora di ogni giorno sul palcoscenico dell'esistenza.

Ma con la morte prematura di Leonilda il sipario si è definitivamente chiuso: il fato crudele ha d'un colpo scompigliato le trame tessute dagli uomini, i loro inganni e le loro bugie. Di fronte alla "grande nemica" cade ogni maschera, si squarcia il velo e la scena rimane nuda e fredda. Per tutti e per sempre tragicamente vera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 
 
 

 

 
                             

                                                                                 

 

 
  
 

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