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Per chi nella propria vita non avrebbe mai visto nient'altro che
il proprio paese, con la chiesa e la piazza, quel viaggio
immaginifico rappresentava un'irripetibile opportunità. E agli
attori, veri motori di quel "folle volo", si era profondamente
riconoscenti.
Per chi viveva una vita di stenti, secondo ritmi immutati da
secoli, secondo leggi sociali ed etiche fisse e indiscutibili,
il teatro offriva l'occasione di vivere, almeno per due ore, una
vita diversa dalla propria.
In un mese e mezzo di rappresentazioni, di fronte agli occhi
stupiti degli abitanti di Canino, passarono eroi della storia e
della fantasia, protagonisti di vicende rocambolesche ed
eccezionali; vennero narrate storie di innocenti vittime di un
potere tirannico; il trionfo del bene sulle trame ordite dai
malvagi; e poi ancora amori traditi, spezzati, ostacolati;
relazioni impossibili quanto passionali; odi acerrimi tra
fratelli e consanguinei; vendette meditate e poi agite
attraverso inganni e sotterfugi...
In quel mese e mezzo, gli occhi di tante persone ignoranti si
commossero, brillarono di entusiasmo e si illanguidirono di
umana pietà.
Era proprio in questo che risiedeva la magia ineguagliabile dei
teatranti: grazie a loro, all'interno della piccola comunità
rurale entrava il mondo intero, la variegata storia umana con
tutta la sua gamma di colori e contraddittorietà. Gli attori
rappresentavano "la finestra" dalla quale si può osservare
l'universo, quella "fessura" attraverso la quale l'esterno
penetra nella sfera chiusa e compatta dell'identico. Un mese e
mezzo appunto: questo il tempo trascorso da quando i Nistri
erano arrivati a
Canino.
Il Natale intanto è ormai prossimo e la compagnia ha deciso di
trattenersi fin dopo le feste, per ripartire
con l'inizio di carnevale verso una nuova destinazione.
Per i teatranti che sia Natale, Capodanno o Pasqua, poco conta:
ogni sera devono comunque vestire gli abiti di un altro
per poi dargli un volto, una voce e un corpo. L'arrivo delle
festività, anzi, è spesso un momento malinconico per loro: è in
questi momenti che sentono maggiormente di non aver mai goduto
l'intimità di una casa, di un focolare, di una famiglia riunita
di anno in anno intorno a uno stesso tavolo. |

Locandina de La Tosca. Collezione privata Mauro
Ballerini |
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Locandina de L'Alba, il Giorno, la Notte.
Collezione privata M. Ballerini
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E proprio in queste circostanze che le squallide camere
d'affitto — talmente tutte uguali da sembrare in fondo sempre la
stessa camera — rivelano la loro freddezza ed estraneità: non
vi è traccia in loro del dolce tepore domestico, del profumo di
casa. Nei giorni di festa, gli attori girovaghi sentono la
nostalgia dei parenti lontani, dei figli lasciati chissà dove,
dei genitori abbandonati troppi anni prima. Persino i
loro morti sono disseminati in ogni parte d'Italia, in luoghi in
cui forse nessuno farà mai più ritorno. Illacrimate
sepolture, che nessuno potrà mai onorare né con fiori né con
visite.
Ed ecco arrivare finalmente il 25 dicembre, celebrato non solo
dalle solenni liturgie, ma anche da una doppia rappresentazione
teatrale: matinée e serale. Natale è un giorno di riposo
per tutti, tranne che per gli attori.
I Nistri e il resto della compagnia attesero il passare dei
giorni festivi con l'intima speranza di vederli scorrere via
rapidi. In loro era già irresistibile la frenesia di ripartire:
e-rano in quella piazza da un mese e mezzo e ormai
bruciava in loro il desiderio di vedere altri luoghi, un altro
pubblico e di vivere nuove emozioni.
Ma c'è un qualcosa di molto serio che li costringe a trattenersi
per qualche giorno ancora: Leonilda, da subito dopo Natale,
mostra i sintomi di una febbre persistente e preoccupante. Si
dice che sia molto debilitata e sofferente. Ciononostante, ogni
sera, la compagnia è tutta radunata in teatro a svolgere il
corso regolare delle rappresentazioni: lo spettacolo deve pur
sempre continuare! I ruoli solitamente affidati a Leonilda,
però, vengono interpretati da un'altra attrice e il pubblico ne
è amareggiato. A Canino c'è apprensione per il suo stato di
salute e sono molti quelli che se ne prendono cura preparandole
semmai un pasto caldo.
In
un batter di ciglia,
ecco arrivare anche la festa di Capodanno, momento cruciale per
ciascuno nel quale si spera di poter gettare alle spalle le cose
brutte e tristi dell'anno appena trascorso per poter guardare,
con rinnovata fiducia, all'anno che ha inizio. La notte di
Capodanno è per tutti una notte illuminata dal "sol
dell'avvenire", in cui si mettono al bando malinconie e
angosce.
Ma quella notte di Capodanno, che separò il 1925 dal 1926, per
la famiglia Nistri fu, invece, una funesta notte di lacrime e
dolore.
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Alle ore tre antimeridiane accadde infatti l'irreparabile:
Leonilda, aggravatasi repentinamente, chiuse definitivamente i
suoi occhi malinconici. Aveva solo 22 anni. La mattina del primo
gennaio, il paese fu travolto da quella sciagurata notizia: la
dolce attrice, la bella ragazza tanto desiderata dai giovani del
paese, era morta al principiar dell'anno, precocemente spenta da
una spietata malattia.
Il giorno successivo, il 2 gennaio 1926, l'intera popolazione si
radunò al cimitero per renderle omaggio: popolino,
aristocratici, beghine, uomini d'ogni età, tutti si trovarono
riuniti per uno spettacolo al quale mai avrebbero creduto di
poter assistere. In cuor loro consideravano quegli strani
individui imperituri come gli eroi, immuni dalla sofferenza
come gli dèi, così diversi dalla gente comune da essere aldilà
della vita e... della morte. E invece, di fronte ai loro occhi,
si aprì lo strazio, questa volta reale, dell'abbandono e
dell'addio. I volti di quella gente si rivelarono — per la prima
volta — realmente smarriti e disorientati; lì non si trattava
più di fingere; lì si stava consumando il dramma più autentico
dell'umana esistenza. Si guardavano gli uni gli altri come se
fossero divenuti d'un tratto estranei, sbalzati di colpo in una
dimensione sconosciuta e spietata. Arturo e Giuseppina erano
impietriti, più gelidi del marmo che avrebbe da lì a poco
suggellato ogni loro speranza. Ma tra tutti, fu il dolore di Pia
a raggelare i presenti: un dolore lancinante, incontenibile, un
urlo irreprimibile contro il fato, l'umana sorte e la beffa
crudele della morte.
Finito il rito della sepoltura, la gente a poco a poco se ne
ritornò alle proprie case, conservando però impressa sugli
occhi l'immagine indelebile di quella donna, del suo lamento
senza attenuanti. In quella scena c'era un qualcosa che lasciava
tutti perplessi, un'incongruenza a cui nessuno sapeva trovare
una spiegazione: il dolore silenzioso della madre sembrava un
nulla rispetto al tormento implacabile della zia. Tante furono
le congetture e le ipotesi che si accavallarono e susseguirono:
gli attori facevano ancora parlare di sé.
Passati pochi giorni ancora, si seppe che la compagnia aveva
deciso di ripartire, senza che nessuno ancora avesse trovato una
risposta a quell'enigma. Dietro di sé. insomma, quella gente
avrebbe lasciato tanti ricordi, fervide fantasticherie ma
soprattutto insolubili domande.
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Certificato di morte di
Leonilda Nistri (Nevastri) Ufficio di Stato Civile
Comune di Canino |
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Ritratto di Giuseppina Nistri. Collezione
privata Mauro Ballerini |
Ritratto di Pia Cresseri. Collezione privata
Mauro Ballerini |
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Eppure se a quella gente fosse stata raccontata tutta la verità,
avrebbe sospettato di trovarsi ancora una volta in presenza di
una trama da commedia, forse nel teatro dell'assurdo, forse
nella più classiche delle tragedie, ma sempre e comunque nella
più inverosimile delle finzioni. Si è detto tante volte che il
teatro è il luogo in cui vita reale e vita fittizia si
incontrano e si confondono: anche la più vera delle situazioni,
in scena, diviene incredibile e anche la più inverosimile può
apparire plausibile. Questo mondo rovesciato ha un
magnetismo così forte da inghiottire talvolta i suoi stessi
protagonisti, gli attori, che, nelle loro storie personali,
dimenticano il confine tra palco e realtà.
Pia, Giuseppina, Arturo: tre vite che si intrecciano e si
confondono fino a creare la più ingarbugliata delle vicende, un
ordito tanto intricato da poter sembrare un'invenzione
letteraria. Due sorelle — che il destino ha perennemente unito
sulla scena come nella vita — si sono trovate presto a
condividere anche lo stesso uomo, un uomo così privo di scrupoli
da approfittare della giovinezza innocente della cognata e
farle generare un figlio.
E così, appena quattordicenne, Pia si era trovata madre di una
bimba concepita con l'uomo sbagliato; lei, poco più che bambina,
quasi fosse sorella e madre della sua creatura; di certo,
sorella e nemica di sua sorella, cognata e amante del padre di
sua figlia. Al fine di evitare uno scandalo e tenersi al riparo
da chiacchiere indiscrete, aveva accettato di seguire
quell'uomo nel suo eterno girovagare, pur di restare vicino alla
piccola Leonilda, ignara della sua ignominiosa origine.
Per tutta la sua vita Pia ha finto e nascosto il suo amore di
madre; ha finto agli occhi di Leonilda; ha finto di fronte ai
propri occhi. Si è autocondannata a essere solo e unicamente
zia, zia della ragazza da lei partorita, nient'altro che
sventurata zitella, volontariamente nubile in nome di chissà
quale vocazione. Ha trattato con rispetto l'uomo che l'aveva
rovinata in gioventù, rubandole l'età più bella e gli affetti
più cari; ha ricoperto
11 ruolo di eterna seconda di fronte alla sorella da lei
tradita. Ha accettato di essere schiacciata per lunghi anni
dalla tirannia della "prima donna", sua rivale e insieme sua
consanguinea. Ha trasformato la propria vita in una prolungata
menzogna da recitare ogni ora di ogni giorno sul palcoscenico
dell'esistenza.
Ma con la morte
prematura di Leonilda il sipario si è definitivamente chiuso: il
fato crudele ha d'un colpo scompigliato le trame tessute dagli
uomini, i loro inganni e le loro bugie. Di fronte alla "grande
nemica" cade ogni maschera, si squarcia il velo e la scena
rimane nuda e fredda. Per tutti e per sempre tragicamente
vera.
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