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La poesia erotica etrusca
Lingua e scrittura
In che lingua parlavano gli
etruschi?
Che domande, direte voi, gli etruschi parlavano in etrusco!
La risposta tuttavia, come vedremo, potrebbe non essere così ovvia.
Proviamo allora a porci un'altra domanda: in che lingua scrivevano gli etruschi?
Qui la risposta non ci suscita particolari imbarazzi, è ormai pacificamente
accettato che gli etruschi scrivevano in greco: utilizzavano cioè un alfabeto
greco arcaico.
Ma allora, se gli etruschi scrivevano in
greco non è anche possibile che parlassero in greco?
Il sillogismo non fa una grinza, ma i
linguisti potrebbero darci una tiratina d'orecchi: utilizzare un determinato
alfabeto non vuol dire parlare quella determinata lingua. In Europa usiamo tutti
(o quasi) lo stesso alfabeto, ma ogni nazione parla una lingua diversa. Questo è
vero, ma è anche vero che molte lingue europee hanno un origine comune; e poi
l'ipotesi prospettata è affascinante, e merita un approfondimento.
La verità è che la lingua etrusca,
checché se ne dica, è tutt'oggi un mistero. Tutti i tentativi di traduzione
rimangono mere ipotesi; le versioni proposte risultano incerte e lacunose. Basta
che una iscrizione superi le quattro o cinque parole per far disperare il più
accorto etruscologo. Ed anche in quelle brevissime e dal senso condiviso i "bug"
linguistici si sprecano.
Dove sta scritto, chi ha decretato che
il "mi" etrusco, che troviamo talvolta all'inizio di iscrizioni vascolari o in
altri reperti, corrisponda necessariamente al pronome personale italiano?
Certamente il ritenerlo ci fornisce una chiave di interpretazione utile in
contesti assimilabili ("mi ha dedicato…" oppure "io appartengo a …"), ma pur
sempre al di fuori di qualsiasi oggettività scientifica.
Così pure chi ha detto che certe parole
per noi incomprensibili designino per forza di cose gentilizi o nomi propri di
persona (come "Venel Atelinas" su un vaso attico proveniente da Tarquinia o "Thefarie
Velianas" sulle lamine di Pyrgi)? Per non parlare dei testi che si esprimono in
una "scriptio continua" (lunga sequenza di caratteri senza apparente soluzione
di continuità, come quella nel succitato vaso attico da Tarquinia): qui ogni
tentativo di decifrazione (e forse anche di lettura!) rischia di apparire più
che altro aleatorio.
E che dire dei segni di interpunzione, i
famosi punti che in numero da uno a quattro spesso troviamo inseriti
verticalmente tra una parola e l'altra? Ci sembra riduttivo considerarli
semplici separatori: primo perché il più delle volte le parole risultano
chiaramente separate anche senza ricorrere ai suddetti punti; e poi perché se il
numero varia, a seconda dei casi, da uno a quattro un motivo dovrà pur esserci.
Viene naturale chiedersi: ma come è
possibile che siamo riusciti a decifrare tutte le lingue dell'antichità, dai
geroglifici alla scrittura cuneiforme; dalla lineare B ai vari dialetti delle
isole egee, e con l'etrusco non riusciamo a uscire dal campo delle ipotesi? Si è
anche detto che le iscrizioni etrusche sono, il più delle volte, troppo brevi e
ripetitive per esserci di aiuto nella comprensione di un seppur elementare
vocabolario.
Sarà, ma a noi sembra, come è stato
osservato, alquanto improbabile che una civiltà durata mille anni sia stata in
grado di produrre solo mozziconi di frasi del tipo "mi ha dedicato il tale" o
"appartengo al tal altro". E del resto non è che le (poche, in verità)
iscrizioni più lunghe ci siano molto di aiuto. Anche la fortuita (e fortunata)
scoperta di un testo bilingue, le famose lamine di Pyrgi, piuttosto che chiarire
i dubbi ci ha confuso ancor più le idee.
Forse qualcosa ci sfugge, o forse la
chiave interpretativa è tanto evidente che non riusciamo a scorgerla. I testi
etruschi ci appaiono come testi "criptati": riusciamo a leggerli ma non a
comprenderli, è come se ci mancasse il loro codice. Ecco, un codice. Un codice
può avere una duplice funzione: può servire ad escludere tutti gli altri da una
certa informazione (come quello che usiamo per leggere le nostre e-mail) o
precludere a tutti gli altri una certa attività (come quello che usiamo per
aprire una cassaforte). In questi casi il codice è evidentemente segreto. Ma un
codice segreto per la scrittura in generale non ha senso: se scrivere è
comunicare, l'interesse di chi scrive è che il suo messaggio possa raggiungere
il maggior numero di lettori.
Si tratta quindi di un codice pubblico,
o comunque conoscibile da chiunque. Rimane da chiederci: sarà un codice
complicato o di facile utilizzo? Il fatto che la gran parte delle iscrizioni si
trovino su oggetti di uso comune e quotidiano o su tombe e sarcofagi ci fa
propendere per la seconda ipotesi. Visitando la necropoli Crocefisso del Tufo di
Orvieto, ci appare del tutto naturale che le scritte sui frontoni delle tombe
dovessero essere immediatamente comprensibili a chiunque si trovasse a passare
di lì. Ma intanto questo codice, ammesso che esista, non lo abbiamo ancora
individuato.
Qualcuno però ha ritenuto di esserci
arrivato molto vicino. Non si tratta, evidentemente, di "professionisti"
dell'etruscologia: i "professori" sono, in genere, legati alle loro blande
certezze. Si tratta di studiosi e di appassionati, colti ed estremamente
documentati, spesso guardati con ironia, se non con scherno, dagli etruscologi
"ufficiali".
Uno di questi è Francesco Tellini,
studioso toscano, autore del volume La lingua etrusca, scienza e fantascienza
(Arezzo, 1997). L'illustre studioso dopo aver constatato che la scrittura
etrusca, come quella greco-cipriota, scarta le lettere "b, d, g", presume una
identità fonetica e una parentela genetica tra le due scritture, al punto da
ritenere che la lingua etrusca possa esprimere quella greca. In sostanza
l'etrusco sarebbe una lingua sillabica greco-codificata la cui interpretazione
non può prescindere dall'analisi dei reperti su cui le iscrizioni si trovano.
Ogni parola andrebbe scomposta in gruppi sillabici di due, tre, quattro lettere,
procedendo sia da sinistra verso destra, che da destra verso sinistra. Ogni
sillaba costituirebbe l'inizio (si direbbe l'abbreviazione) di una ulteriore
parola da individuare, vocabolario greco alla mano, non prescindendo
dall'attenta osservazione del reperto e di ciò che vi è rappresentato. In
sostanza ogni parola sarebbe una specie di scatola cinese che ne contiene molte
altre, che sta a noi individuare. Questo spiegherebbe anche la brevità delle
iscrizioni etrusche, che quindi, a ben vedere, non sarebbe tale.
Beh, la teoria enunciata è decisamente
più elaborata di quanto noi abbiamo maldestramente cercato di riassumere, e
soprattutto riccamente documentata. Ma noi, ora, non stiamo conducendo uno
studio glottologico: la nostra ricerca è incentrata sull'eros. Se abbiamo
parlato di questa teoria è perché l'applicazione dei suoi criteri di
interpretazione alle iscrizioni contenute in uno specchio etrusco del III secolo
a.C., conservato all'Oberling College Usa, ci consente risultati estremamente
suggestivi ai nostri fini.
Il giudizio di Paride
Il reperto, appunto uno specchio
bronzeo del III secolo a.C. proveniente da Tarquinia, raffigura un
episodio mitologico estremamente noto: il giudizio di Paride, evento che
fu all'origine della guerra di Troia.
Il giovane eroe, nudo e seduto su un masso, ha
di fronte le tre permalose divinità tra le quali dovrà effettuare la sua
scelta: giudicare cioè chi sia la più bella. A destra, quasi in secondo
piano, vediamo Atena, ancora completamente vestita, in attesa del suo
turno. Al centro, in primo piano, Era
si sta pudicamente spogliando per sottoporsi al giudizio del giovane.
Subito dopo Afrodite, completamente nuda e piegata di fianco, in una
posizione seducente e vezzosa, ci mostra le sue splendide natiche (non a
caso il suo attributo è "callipigia"…), e si offre senza
alcuna inibizione o imbarazzo (non a caso è la dea dell'amore…) allo
sguardo del giovane, che con gli occhi abbassati sembra ammirarla proprio
lì…
Sul bordo dello specchio sono riportati, secondo la comune
interpretazione, i nomi delle tre dee: Minerva, Uni e Turan. Secondo il
nostro Autore invece le cose non starebbero propriamente così, e ci offre
a titolo di esempio la sua traduzione dell'espressione:
TURAN(E):,
ottenuta attraverso il
succitato metodo della scomposizione sillabica, diretta e inversa.
Abbiamo cercato, con quel po’ di
greco che conosciamo, di applicare i criteri suggeriti dall'illustre
studioso, prendendo come base la traduzione letterale da lui proposta, e
cercando di rendere il tutto in un buon italiano. Abbiamo preferito la
versione in versi, a cui la scomposizione sillabica del testo ben si
presta, alla prosa. Alla luce
di ciò si spiega il titolo, sicuramente pretenzioso, di questo
intervento: in effetti non conosciamo testi etruschi di tipo letterario o
poetico, o forse non siamo ancora in grado di individuarli. Sarebbe ben
strano che soltanto gli etruschi, fra i popoli dell'antichità, non
abbiano saputo produrre simili contenuti!
Sicuramente il testo da noi di seguito
proposto non è tale da pretendere di sciogliere o chiarire i dubbi in tal
senso. I risultati ci sembrano comunque assai interessanti. Ai lettori il
giudizio.
Nel fine
cesello
del lucido e rotondo
specchio rosa
dal manico vermiglio
puoi vedere scolpita
piegata su un fianco
una
figura
dall'eccitante solco
arabile:
è Afrodite,
denudata per far erigere
dura come un bastone
alla vista del provocante
arabile campo coniugale
la verga del novello
sposo,
che introdotta nel solco
percuote come una clava
e stilla violentemente
lo scorrente umore;
a periodi indifferente
per lo sgradevole
sangue sgocciolante…
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