L'Eros degli Etruschi

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Parte Quarta

di Giuseppe Moscatelli

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La poesia erotica etrusca

Lingua e scrittura

In che lingua parlavano gli etruschi?
Che domande, direte voi, gli etruschi parlavano in etrusco!
La risposta tuttavia, come vedremo, potrebbe non essere così ovvia.
Proviamo allora a porci un'altra domanda: in che lingua scrivevano gli etruschi?
Qui la risposta non ci suscita particolari imbarazzi, è ormai pacificamente accettato che gli etruschi scrivevano in greco: utilizzavano cioè un alfabeto greco arcaico.

Ma allora, se gli etruschi scrivevano in greco non è anche possibile che parlassero in greco?

Il sillogismo non fa una grinza, ma i linguisti potrebbero darci una tiratina d'orecchi: utilizzare un determinato alfabeto non vuol dire parlare quella determinata lingua. In Europa usiamo tutti (o quasi) lo stesso alfabeto, ma ogni nazione parla una lingua diversa. Questo è vero, ma è anche vero che molte lingue europee hanno un origine comune; e poi l'ipotesi prospettata è affascinante, e merita un approfondimento.

La verità è che la lingua etrusca, checché se ne dica, è tutt'oggi un mistero. Tutti i tentativi di traduzione rimangono mere ipotesi; le versioni proposte risultano incerte e lacunose. Basta che una iscrizione superi le quattro o cinque parole per far disperare il più accorto etruscologo. Ed anche in quelle brevissime e dal senso condiviso i "bug" linguistici si sprecano.

Dove sta scritto, chi ha decretato che il "mi" etrusco, che troviamo talvolta all'inizio di iscrizioni vascolari o in altri reperti, corrisponda necessariamente al pronome personale italiano? Certamente il ritenerlo ci fornisce una chiave di interpretazione utile in contesti assimilabili ("mi ha dedicato…" oppure "io appartengo a …"), ma pur sempre al di fuori di qualsiasi oggettività scientifica.

Così pure chi ha detto che certe parole per noi incomprensibili designino per forza di cose gentilizi o nomi propri di persona (come "Venel Atelinas" su un vaso attico proveniente da Tarquinia o "Thefarie Velianas" sulle lamine di Pyrgi)? Per non parlare dei testi che si esprimono in una "scriptio continua" (lunga sequenza di caratteri senza apparente soluzione di continuità, come quella nel succitato vaso attico da Tarquinia): qui ogni tentativo di decifrazione (e forse anche di lettura!) rischia di apparire più che altro aleatorio.

E che dire dei segni di interpunzione, i famosi punti che in numero da uno a quattro spesso troviamo inseriti verticalmente tra una parola e l'altra? Ci sembra riduttivo considerarli semplici separatori: primo perché il più delle volte le parole risultano chiaramente separate anche senza ricorrere ai suddetti punti; e poi perché se il numero varia, a seconda dei casi, da uno a quattro un motivo dovrà pur esserci.

Viene naturale chiedersi: ma come è possibile che siamo riusciti a decifrare tutte le lingue dell'antichità, dai geroglifici alla scrittura cuneiforme; dalla lineare B ai vari dialetti delle isole egee, e con l'etrusco non riusciamo a uscire dal campo delle ipotesi? Si è anche detto che le iscrizioni etrusche sono, il più delle volte, troppo brevi e ripetitive per esserci di aiuto nella comprensione di un seppur elementare vocabolario.

Sarà, ma a noi sembra, come è stato osservato, alquanto improbabile che una civiltà durata mille anni sia stata in grado di produrre solo mozziconi di frasi del tipo "mi ha dedicato il tale" o "appartengo al tal altro". E del resto non è che le (poche, in verità) iscrizioni più lunghe ci siano molto di aiuto. Anche la fortuita (e fortunata) scoperta di un testo bilingue, le famose lamine di Pyrgi, piuttosto che chiarire i dubbi ci ha confuso ancor più le idee.

Forse qualcosa ci sfugge, o forse la chiave interpretativa è tanto evidente che non riusciamo a scorgerla. I testi etruschi ci appaiono come testi "criptati": riusciamo a leggerli ma non a comprenderli, è come se ci mancasse il loro codice. Ecco, un codice. Un codice può avere una duplice funzione: può servire ad escludere tutti gli altri da una certa informazione (come quello che usiamo per leggere le nostre e-mail) o precludere a tutti gli altri una certa attività (come quello che usiamo per aprire una cassaforte). In questi casi il codice è evidentemente segreto. Ma un codice segreto per la scrittura in generale non ha senso: se scrivere è comunicare, l'interesse di chi scrive è che il suo messaggio possa raggiungere il maggior numero di lettori.

Si tratta quindi di un codice pubblico, o comunque conoscibile da chiunque. Rimane da chiederci: sarà un codice complicato o di facile utilizzo? Il fatto che la gran parte delle iscrizioni si trovino su oggetti di uso comune e quotidiano o su tombe e sarcofagi ci fa propendere per la seconda ipotesi. Visitando la necropoli Crocefisso del Tufo di Orvieto, ci appare del tutto naturale che le scritte sui frontoni delle tombe dovessero essere immediatamente comprensibili a chiunque si trovasse a passare di lì. Ma intanto questo codice, ammesso che esista, non lo abbiamo ancora individuato.

Qualcuno però ha ritenuto di esserci arrivato molto vicino. Non si tratta, evidentemente, di "professionisti" dell'etruscologia: i "professori" sono, in genere, legati alle loro blande certezze. Si tratta di studiosi e di appassionati, colti ed estremamente documentati, spesso guardati con ironia, se non con scherno, dagli etruscologi "ufficiali".

Uno di questi è Francesco Tellini, studioso toscano, autore del volume La lingua etrusca, scienza e fantascienza (Arezzo, 1997). L'illustre studioso dopo aver constatato che la scrittura etrusca, come quella greco-cipriota, scarta le lettere "b, d, g", presume una identità fonetica e una parentela genetica tra le due scritture, al punto da ritenere che la lingua etrusca possa esprimere quella greca. In sostanza l'etrusco sarebbe una lingua sillabica greco-codificata la cui interpretazione non può prescindere dall'analisi dei reperti su cui le iscrizioni si trovano. Ogni parola andrebbe scomposta in gruppi sillabici di due, tre, quattro lettere, procedendo sia da sinistra verso destra, che da destra verso sinistra. Ogni sillaba costituirebbe l'inizio (si direbbe l'abbreviazione) di una ulteriore parola da individuare, vocabolario greco alla mano, non prescindendo dall'attenta osservazione del reperto e di ciò che vi è rappresentato. In sostanza ogni parola sarebbe una specie di scatola cinese che ne contiene molte altre, che sta a noi individuare. Questo spiegherebbe anche la brevità delle iscrizioni etrusche, che quindi, a ben vedere, non sarebbe tale.

Beh, la teoria enunciata è decisamente più elaborata di quanto noi abbiamo maldestramente cercato di riassumere, e soprattutto riccamente documentata. Ma noi, ora, non stiamo conducendo uno studio glottologico: la nostra ricerca è incentrata sull'eros. Se abbiamo parlato di questa teoria è perché l'applicazione dei suoi criteri di interpretazione alle iscrizioni contenute in uno specchio etrusco del III secolo a.C., conservato all'Oberling College Usa, ci consente risultati estremamente suggestivi ai nostri fini.

Il giudizio di Paride
Il reperto, appunto uno specchio bronzeo del III secolo a.C. proveniente da Tarquinia, raffigura un episodio mitologico estremamente noto: il giudizio di Paride, evento che fu all'origine della guerra di Troia.

Il giovane eroe, nudo e seduto su un masso, ha di fronte le tre permalose divinità tra le quali dovrà effettuare la sua scelta: giudicare cioè chi sia la più bella. A destra, quasi in secondo piano, vediamo Atena, ancora completamente vestita, in attesa del suo turno. Al centro, in primo piano,  Era si sta pudicamente spogliando per sottoporsi al giudizio del giovane. Subito dopo Afrodite, completamente nuda e piegata di fianco, in una posizione seducente e vezzosa, ci mostra le sue splendide natiche (non a caso il suo attributo è "callipigia"…), e si offre senza alcuna inibizione o imbarazzo (non a caso è la dea dell'amore…) allo sguardo del giovane, che con gli occhi abbassati sembra ammirarla proprio lì…

Sul bordo dello specchio sono riportati, secondo la comune interpretazione, i nomi delle tre dee: Minerva, Uni e Turan. Secondo il nostro Autore invece le cose non starebbero propriamente così, e ci offre a titolo di esempio la sua traduzione dell'espressione: TURAN(E):, ottenuta attraverso il succitato metodo della scomposizione sillabica, diretta e inversa.

Abbiamo cercato, con quel po’ di greco che conosciamo, di applicare i criteri suggeriti dall'illustre studioso, prendendo come base la traduzione letterale da lui proposta, e cercando di rendere il tutto in un buon italiano. Abbiamo preferito la versione in versi, a cui la scomposizione sillabica del testo ben si presta,  alla prosa. Alla luce di ciò si spiega il titolo, sicuramente pretenzioso, di questo intervento: in effetti non conosciamo testi etruschi di tipo letterario o poetico, o forse non siamo ancora in grado di individuarli. Sarebbe ben strano che soltanto gli etruschi, fra i popoli dell'antichità, non abbiano saputo produrre simili contenuti!

Sicuramente il testo da noi di seguito proposto non è tale da pretendere di sciogliere o chiarire i dubbi in tal senso. I risultati ci sembrano comunque assai interessanti. Ai lettori il giudizio.

        Nel fine cesello

        del lucido e rotondo

        specchio rosa

        dal manico vermiglio

        puoi vedere scolpita

        piegata su un fianco

        una  figura

        dall'eccitante solco arabile:

        è Afrodite,

        denudata per far erigere

        dura come un bastone

        alla vista del provocante

        arabile campo coniugale

        la verga del novello sposo,

        che introdotta nel solco

        percuote come una clava

        e stilla violentemente

        lo scorrente umore;

        a periodi indifferente

        per lo sgradevole

        sangue sgocciolante…

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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