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di Giacomo Mazzuoli

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Napoli
Il Museo Archeologico Nazionale. Nel 1777 con il trasferimento dell'Università nel Real Convitto del Salvatore, il re Ferdinando IV decise di destinare il seicentesco Palazzo degli Studi a sede del Museo Borbonico e della Real Biblioteca. Si andava così realizzando il progetto dei Borbone di creare a Napoli, capitale del Regno, un grandioso istituto per le arti, riunendo in un solo complesso il fondo librario, la ricchissima raccolta di antichità, appartenute ad Elisabetta Farnese, madre di Carlo III, divisa tra Roma e Capodimonte, e le collezioni archeologiche formatesi durante gli scavi intrapresi nelle cittadine vesuviane dal 1738 e precedentemente esposte nel Museo Ercolanese di Portici. Nonostante le difficoltà economiche ed i grandi rivolgimenti politici dell'epoca, che rallentarono notevolmente l'impresa, nel 1801 fu aperta al pubblico, nel Gran Salone della Meridiana, la "Real Biblioteca di Napoli", e durante il decennio francese (1806-1815) si inaugurarono le prime sezioni del "Museo Reale". Tornati i Borbone dal temporaneo esilio in Sicilia e arricchito di nuove importanti collezioni, quali la Borgia, la Vivenzio, e parte della stessa collezione personale formata a Napoli da Carolina Murat, il Museo fu inaugurato nel 1816 col nome di Real Museo Borbonico. Nel corso del XIX secolo si susseguirono molte nuove immissioni sia di collezioni private, sia di materiali provenienti dagli scavi eseguiti in Campania e nell'Italia meridionale e soprattutto nell'agro Pompeiano e Vesuviano: tra il 1830 e il 1840, tra i monumenti di prestigio, giunsero al Museo il mosaico di Alessandro e gli altri mosaici della Casa del Fauno, il "Vetro blu", il "Vaso di Dario". Nel 1860, con l'Unità d'Italia, il Real Museo Borbonico diveniva proprietà dello Stato, assumendo la nuova denominazione di "Museo Nazionale". Tra il 1863 e il 1875 oltre ad arricchirsi della notevolissima collezione Santangelo, esso venne completamente riordinato da Giuseppe Fiorelli, secondo un criterio tipologico. Alla nuova riorganizzazione operata da Ettore Pais tra il 1901 e il 1904 fecero seguito sistemazioni di singole collezioni, rese possibili anche dalla disponibilità di nuovi spazi creatisi con i trasferimenti, nel 1925, della Biblioteca nel Palazzo Reale di Napoli e, nel 1957, della Pinacoteca nell'attuale Museo di Capodimonte. Rimasero così in questa sede soltanto le ricche collezioni di antichità, cosicché il Museo iniziò ad assumere la sua odierna identità di Museo Archeologico. Attualmente, quasi ultimato un restauro radicale dell'edificio, si va realizzando una globale nuova sistemazione delle collezioni tesa a documentare da un lato il collezionismo privato, dall'altro i vari contesti topografici di scavo.
 
 

Cippo fallico con iscrizione etrusca

Il Palazzo degli Studi, sede del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Percorso di visita

Fra le più importanti raccolte di antichità esistenti al mondo, le collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono distribuite fra piano terra, seminterrato, ammezzato e piano nobile.

 

Piano terra

Qui si trovano le sculture marmoree greco-romane, per la maggior parte copie di età classica ed ellenistica. Le opere qui conservate sono, spesso, l’unica testimonianza di originali ormai perduti, capolavori dell’arte di ogni tempo. La loro provenienza è varia: da numerose località di scavo – in particolare dall’area vesuviana e del territorio flegreo – e da raccolte private, in primo luogo quella Farnese.

Nel più recente allestimento, a partire dal grande Vestibolo dei Magistrati, dove sono esposte sculture onorarie provenienti da Pompei ed Ercolano, si succedono la Galleria dei Marmi arcaici, con il gruppo dei Tirannicidi, Armodio e Aristogitone, e quella delle sculture dei Grandi Maestri, con il Doriforo di Policleto.

Notevolissimo è il nucleo di sculture della Collezione Farnese, di età imperiale, rinvenute nel Cinquecento dai Farnese nelle Terme di Caracalla a Roma: fra queste, le statue colossali di Ercole (un’opera fondamentale anche per i suoi riflessi sull’arte rinascimentale, che ad essa s’ispirò) e il Toro Farnese.

Superata la galleria delle statue Farnese, è possibile visitare un’altra delle collezioni storiche del Museo, la Raccolta di gemme provenienti sia da ritrovamenti in Campania, sia dalla raccolta Farnese. Si veda, in questo sito, la scheda di approfondimento sulla Collezione Farnese (statue e gemme).

Seminterrato

Dall’atrio del Museo, oltre un antico portale seicentesco posto sulla destra di chi entra, si scende al piano seminterrato, dove sono ospitate la sezione epigrafica e la sezione egizia.

La Collezione epigrafica del Museo Archeologico Nazionale di Napoli comprende oltre 2.000 documenti, per la maggior parte in lingua latina; circa 200 sono in greco e un centinaio nei dialetti dei popoli italici. È una delle più importanti raccolte del genere al mondo.

Il nucleo più antico della collezione è quello formatosi a Palazzo Farnese a Roma, via via arricchito da rinvenimenti sporadici o provenienti da scavi sistematici, condotti a partire dall’epoca borbonica, in particolare in Campania (Ercolano, Pompei, Pozzuoli, Cuma) e in tutto il vasto territorio che faceva parte del Regno delle due Sicilie.

Le iscrizioni sono ordinate per aree culturali: la prima sezione ospita epigrafi della Magna Grecia e della Sicilia. Di importanza fondamentale sono le Tavole di Eraclea (relative all’amministrazione dei terreni pertinenti a due santuari) e le Lamine d’oro di Thurii, una testimonianza notevolissima del culto orfico.

Un settore è specificamente dedicato a Neapolis: molte di queste epigrafi sono fondamentali per le notizie sulle istituzioni (le “fratrie”) e i culti (di Demetra, di Dioniso, dei Dioscuri) della città.

Segue una sezione con documenti dell’Italia centro-meridionale, una testimonianza diretta della lingua e della scrittura delle genti indigene della penisola e della Sicilia. Numerose sono le iscrizioni osche provenienti da Pompei, importanti le iscrizioni provenienti dal Santuario di Pietrabbondante.

C’è infine il settore dedicato alle leggi e alla romanizzazione che aiutano a comprendere l’espansione del sistema statuale romano nell’Italia antica: iscrizioni relative a leggi giudiziarie, una legge agraria, alcuni statuti municipali ecc. Interessanti anche i calendari (fasti), che indicavano i giorni dell’anno e quelli dedicati agli dei, nonché le feste stabilite dai pontefici (feriae).
L’illuminazione, di tipo radente, è studiata per far risaltare le scritte incise.

Segue la sezione egiziana, che testimonia i rapporti del mondo classico con l’Egitto, a partire dal IV secolo a.C. Tra le opere esposte, la stele funeraria dello scriba Hui, la statua di Anubi da Cuma, mummie umane e la mummia di un coccodrillo imbalsamato. Si veda in questo sito la scheda di approfondimento.

Piano ammezzato

Dal vestibolo del Museo si accede al piano ammezzato, dove si trovano, a destra, una selezione delle oltre 200.000 monete della Collezione numismatica, provenienti da numerose collezioni private e da aree di scavo della Campania e dell’Italia meridionale e, a sinistra, i Mosaici (per i quali si veda, in questo sito, la scheda di approfondimento) e il c.d. Gabinetto segreto, un tempo accessibile solo con speciali permessi. Il primo nucleo della “Raccolta pornografica”, come venne intitolata nella sua prima esposizione del 1819, risale al Settecento. Il materiale proveniva da Pompei e dagli scavi vesuviani. Da allora, oggetti di uso quotidiano, come lucerne o amuleti, affreschi, marmi, ceramiche e bronzi ritenuti di “contenuto osceno” vennero custoditi in stanze riservate alla visita di persone di moralità ineccepibile.

Primo piano

Al piano nobile la visita comincia dal Salone della Meridiana, inizialmente destinato a ospitare la biblioteca borbonica, che prende il nome dalla meridiana tracciata sul pavimento: qui è conservato il grande Atlante Farnese.

Si accede di qui alla Collezione della Campania preistorica e preromana, dove è documentata – fra l’altro – la storia della colonia greca di Cuma dal periodo della fondazione fino all’epoca romana. Si veda, in questo sito, la relativa scheda di approfondimento.

Segue la Collezione della Magna Grecia, con i reperti da Locri, Ruvo (celebre la lastra tombale con Danza di donne), Taranto, Paestum, Canosa.

Si visita quindi la sezione dedicata alla Campania di età romana: oltre a Pompei, Ercolano e Stabia, sono ampiamente rappresentate le testimonianze archeologiche di Baia, Pozzuoli, Napoli, Sorrento e Capua, con la bella Afrodite che ne decorava l’Anfiteatro.

Sempre dal Salone della Meridiana si può accedere alla Collezione degli affreschi (si veda in questo sito la scheda di approfondimento) cui fanno seguito le cinque sale dedicate alle decorazioni del Tempio di Iside a Pompei. La scoperta del tempio pressoché intatto, durante i primi scavi di Pompei, ebbe un’eco straordinaria e determinò il primo grande afflusso di viaggiatori stranieri, al tempo del Grand Tour.

Notevoli, per il valore di documentazione di resti ormai danneggiati, i disegni e le incisioni commissionati da Carlo di Borbone. I Rami incisi provengono dalla Stamperia Reale Borbonica, istituita per produrre le lastre delle Antichità di Ercolano, un’impresa editoriale cui l’Accademia Ercolanese attese per circa cento anni.

La visita prosegue nelle sale dedicate alla Villa dei Papiri, fastosa residenza ercolanese dei Pisoni dalla quale provengono sculture, bronzi e i celebri papiri con testi greci, oggi conservati nella Biblioteca Nazionale. La villa, che attualmente è ancora sepolta sotto venti metri di materiale vulcanico, fu esplorata, attraverso una rete di cunicoli, tra il 1750 e il 1765 sotto la direzione di Carlo Weber, che ne disegnò la pianta indicando l’ubicazione dei rinvenimenti. È qui esposta una delle macchine escogitate per srotolare i circa 1800 papiri rinvenuti, schiacciati e semicarbonizzati, senza danneggiarli. Si adottò, dopo alcuni tentativi iniziali disastrosi, il metodo ideato nel 1753 dall’abate Antonio Piaggio, utilizzato fino al 1906. Il metodo prevedeva che i rotoli di papiro fossero sottoposti a trazione, in tempi lunghissimi, per mezzo di una macchina come quella esposta (per srotolare completamente il primo manoscritto ci vollero quattro anni). Occorreva inoltre impiegare una speciale colla, sia per agevolare lo srotolamento dei papiri, sia per fissarne i frammenti su tele o su una speciale pellicola, ottenuta dalla vescica di maiale o di pecora.

Nell’altra ala del Museo, rispetto al Salone della Meridiana, si trova la Collezione vascolare, con significativi esemplari della ceramografia greca e italiota: vasi attici, eseguiti nelle tecniche delle “figure nere” e delle “figure rosse”, e vasi prodotti dalle officine dell’Italia meridionale.

Seguono le collezioni di argenti, per lo più provenienti da abitazioni pompeiane ed ercolanesi; notevole, per la varietà di tipi e per la qualità delle decorazioni, il servizio da tavola proveniente dalla casa del Menandro a Pompei.

Nella sala successiva gli oggetti di avorio e osso e le terrecotte invetriate – lucerne, vasellame, plastica decorativa – di fabbrica o di tipo egizi testimoniano alcuni aspetti della vita quotidiana di Pompei ed Ercolano.

La raccolta dei vetri comprende un nucleo appartenente alla collezione Farnese e oggetti provenienti da diverse località della Campania e dell’Italia meridionale. Da Pompei provengono tre pregevoli opere realizzate con la tecnica del vetro-cammeo: due pannelli figurati di soggetto dionisiaco e il famoso “Vaso blu” con amorini vendemmiatori.

L’itinerario di visita prosegue verso il grande Plastico di Pompei realizzato in sughero (in scala 1 : 100) fra il 1861 e il 1879 che documenta (con qualche parziale aggiornamento successivo) lo stato degli scavi nell’antica città vesuviana all’inizio del periodo post-unitario. Il plastico – eseguito per volontà di G. Fiorelli, il nuovo direttore degli scavi del Regno d’Italia – costituisce un documento prezioso della museografia ottocentesca ed è esemplare per la minuziosa rifinitura di ogni particolare. Grazie a questo plastico abbiamo, in qualche caso, l’unica riproduzione di pitture e mosaici ormai perduti. Fiorelli diede un’impostazione scientifica agli scavi di Pompei suddividendone la pianta in quartieri (regiones) e isolati (insulae) e mettendo a punto la tecnica per ottenere i calchi in gesso degli abitanti sepolti dalla pioggia di cenere e lapilli.

Di fronte alla sala del plastico si trovano gli ambienti dedicati alla Sezione degli affreschi: la collezione è costituita in massima parte dagli intonaci dipinti che, dalla metà del Settecento fino a quasi tutto l’Ottocento, furono distaccati dalle pareti degli edifici sepolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

 

 

Collezione dei vasi dipinti

Anfora a figure nere di produzione capuana

Specchio inciso del V secolo a.C.

 
 
 
 

 


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