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di Giacomo Mazzuoli

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Piacenza


A Piacenza, città di fondazione romana, non ci fu mai un insediamento etrusco. Però nelle sue campagne venne rinvenuto, nel 1877,  il cosiddetto “fegato etrusco”, che è uno tra gli oggetti più noti di questa civiltà; e poi altre testimonianze sono affiorate (tra cui un'olla rinvenuta nei pressi di Cortemaggiore verso il 1960, ora conservata nel Museo Civico, e vari frammenti ceramici), fino ad uno cippo fallico in marmo di Carrara, recante sulle quattro facce lettere etrusche, rinvenuto, probabilmente nel secolo XIX, in una delle proprietà dei Marazzani Visconti Terzi. Il fegato, un modello in bronzo  dell'organo epatico ovino, rinvenuto a Ciavernasco di Settima, in comune di Gossolengo (PC), costituisce una rara testimonianza diretta di pratiche religiose etrusche. E’  datato alla fine del II - inizi del I secolo a.C., mentre più incerto è il suo utilizzo, legato comunque alla divinazione ad opera degli aruspici, mediante l’esame dell’organo della vittima sacrificata. La straordinaria importanza del pezzo sta nella serie di iscrizioni di nomi di divinità, che sulla faccia piana dell’oggetto sono organizzate in modo da riflettere l’ordinamento del cielo secondo gli Etruschi.

La faccia superiore dell'oggetto, a superficie piana, è quasi interamente occupata da iscrizioni in lingua etrusca, inserite in 38 caselle di diversa forma.
Per gli studiosi moderni sono state queste iscrizioni il punto di partenza per giungere ad una comprensione ed interpretazione, pur suscettibile di ulteriori sviluppi, della struttura spirituale etrusca. L'accostamento tra i nomi di divinità scritti nelle diverse caselle in cui appare divisa la superficie del fegato di bronzo di Piacenza, e la partizione del cielo con i suoi divini abitatori secondo Marziano Capella (scrittore latino del V sec.d.C. autore di un'opera enciclopedica in nove libri), hanno reso possibile la ricostruzione di un quadro approssimativo del sistema di ubicazione cosmica degli dei secondo la dottrina etrusca.

Il fegato di Piacenza

Veduta aerea del Palazzo Farnese di Piacenza dove è allestito il Museo Archeologico

Lo spazio "sacro", orientato e suddiviso, riguardava il cielo o un'area terrestre consacrata - il recinto di un santuario, di una città, di un'acropoli - oppure anche una superficie assai più piccola, ad esempio il fegato di un animale utilizzato per le pratiche divinatorie, purché sussistessero le condizioni dell'orientamento e della partizione secondo il modello celeste.
Si immaginava che la volta celeste fosse divisa secondo gli assi cardinali in quattro parti, ciascuna delle quali, suddivisa in quattro, dava luogo a sedici settori minori, nei quali erano le abitazioni degli dei celesti, terreni ed inferi.
Questo schema appare riflesso nelle caselle del bordo esterno (appunto in numero di sedici) e nelle caselle interne (ad esse corrispondenti, seppure in maniera non del tutto chiara) del fegato di Piacenza.

Tra i numi dei sedici campi celesti citati da Marziano Capella, e i nomi degli dei inscritti sul fegato esistono indubbie concordanze, anche se non corrispondenza assoluta a causa di una presumibile alterazione delle fonti da parte del tardo scrittore romano.
Le grandi divinità superiori, tendenzialmente favorevoli, abitavano dunque le plaghe orientali del cielo, specie nel settore nord-est; le divinità della terra e della natura erano collocate verso mezzogiorno; le divinità infernali e del fato, paurose e inesorabili, occupavano le tristi regioni dell'occaso, in particolare il settore nord-ovest, considerato il più nefasto.

Il Museo Archeologico è allestito a Palazzo Farnese dove sono attualmente aperte le prime due sezioni  : “La prima pietra”, dedicata alle fasi più antiche della preistoria (100.000 anni fa - metà del IV millennio a.C.), e “Dal fuoco il metallo”, relativa alla vita delle comunità in possesso della metallurgia (3400-900 a.C.).
Il percorso, che si snoda nei sotterranei della Cittadella Viscontea, è scandito da un ricco apparato didattico che fa da filo conduttore dell’esposizione, integrando le informazioni fornite dai reperti.
Nella sezione iniziale, dopo un inquadramento generale dei problemi inerenti la ricerca preistorica, il plastico del territorio documenta la distribuzione del popolamento nella provincia di Piacenza dalla comparsa dell’ uomo fino all’epoca della romanizzazione, avviata nel 218 a.C. con la fondazione della colonia di Placentia.
Nel torrione, in posizione appartata, è allestito il fegato etrusco, il reperto più noto e prestigioso delle collezioni civiche. Il modello in bronzo di fegato ovino, rinvenuto nel 1877 a Ciavernasco di Settima, in comune di Gossolengo (PC)

 
   
   
 
 
   
   
 
 
 
 
 
 
 

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