|
La storia del potente
casato della Tuscia raccontata sulle ceramiche
Una grande mostra sulle ceramiche legate ai Farnese, ai loro
personaggi, ai loro stemmi e alle loro imprese, venne
organizzata in Italia (con tappe a Roma all'Accademia di
Spagna, nel Palazzo Farnese di Colorno, per concludersi come
mostra principe della IV Biennale Nazionale della Ceramica a
Faenza) tra il 1993 e il 1994. Fu questa l'occasione per
ammirare oltre cento terrecotte e maioliche, splendide per
fattura, tecnica e storia, legate proprio alla committenza
Farnese. Praticamente vennero presentate in mostra e nel
relativo catalogo le opere più importanti conservate nel mondo
se consideriamo che l'inventario delle ceramiche farnesiane,
allora redatto, contemplava circa 180 pezzi. Questo
avvenimento precedette di un anno la grande mostra europea sui
Farnese organizzata tra Colorno, Monaco di Baviera e Napoli,
nella ricorrenza del 450° anniversario della fondazione del
Ducato di Parma e Piacenza (1545), Un evento che ha avuto il
merito di riproporre alla ribalta degli appassionati questa
grande famiglia le cui origini, come abbiamo visto, si legano
strettamente al Lazio e alla cittadina di Farnese.
|
|
|
|
|

Rinfrescatoio del XVI sec. a forma di
navicella con baccellature lungo i fianchi
(maiolica a smalto blu, impastato di colore rosato) |
|
|
|
|
|
|

Coppa
baccellata decorata nei colori blu,
giallo ocra spento e rosso rubino |
|
| |
|
Ma le
vicende della famiglia si riallacciano subito alle primitive
maioliche medievali, decorate con bruno manganese e verde ramina, di
produzione delle botteghe dei valenti vasai di Orvieto, la cittadina
che dal 1100 registra la presenza di numerosi personaggi farnesiani
che vi hanno ricoperto importanti incarichi pubblici, senza
considerare che fu proprio Guido (o, forse, Leonardo) Farnese il
vescovo che nel 1322 pose la prima pietra del magnifico Duomo,
eretto per conservare le reliquie del miracolo di Bolsena. Tra le
molte ceramiche trecentesche di tipologia orvietana va ricordato il
grande catino con gli stemmi nuziali dei Farnese e dei Monaldeschi,
scavato nel butto di Palazzo Lauretti ad Orvieto tra il 1905 e il
1908, fotografata e pubblicata dal ceramologo Pericle Perali, e
quindi entrata a far parte della collezione Mario De Ciccio e da
questo donata, con la propria collezione, al Museo di Capodimonte in
Napoli. Il grande catino ha una singolare decorazione: una "regal
sirena" bicaudata tiene per le mani due code.
Al centro è posto lo scudo con lo stemma dei Farnese (gigli
seminati) affiancata da altri due scudi con lo stemma dei
Monaldeschi (rastrelli a banda), a testimoniare quasi certamente il
matrimonio, celebrato attorno al 1320, tra Bartolomeo Farnese di
Pietro e Violante Monaldeschi della Cervara.
|
|
|
La storia di questa ceramica, notissima nelle pubblicazioni del settore, è
controversa in quanto, uno studioso ha individuato nello stemma Farnese,
quello di Carlo I d'Angiò, Re di Napoli, anticipando la datazione della
maiolica agli anni 1268-72 e, quindi, ha parlato di un "incunabolo della
maiolica napoletana"! Una ceramica non meno importante è anche la piccola
tazza, rinvenuta nel butto di Palazzo Faina ad Orvieto nel 1983, sul cui
scudo araldico campeggiano una serie di gigli farnesiani seminati. Gli
stessi gigli collocati sulle armi quattrocentesche che ornano torri e
manieri di molti paesi del Viterbese. Sono queste le testimonianze arcaiche
della rappresentazione araldica dei gigli, anche se va sottolineata la
circostanza che molte maioliche coeve - o successive - appaiono decorate, al
di fuori degli schemi araldici, anche da un unico giglio, elemento
ornamentale che conserva comunque l'originale significato emblematico.
E' di questi anni la prima testimonianza letteraria che ricorda l'arme dei
Farnese e la ritroviamo nel Centiloquio del fiorentino Antonio Puccio:
Al
campo d' oro con gli azzurri gigli / Che sotto sopra portavan gli artigli...
Lo stesso poeta Annibal Caro, il traduttore dell'Eneide di Virgilio, quando
era Segretario del Card. Alessandro Farnese, confermava che il "giglio" era
l'arme principale della Casa descrivendo le imprese della famiglia in una
lettera del 1563, diretta a Vittoria Farnese, figlia del duca Pier Luigi,
andata in sposa Guidubaldo della Rovere, duca d'Urbino.
|
|
| |
|

Piatto con
tesa obliqua, cavetti concavo,
profondo e base cercinata (XVI
sec.) |
|
|
|
|
Torna su |
|
|
|