Lo Stemma di Castro
Ad oltre trecento anni dalla distruzione di Castro (1649) ricostruito l'emblema della città; un leone bianco rampante sormontato da tre gigli in campo azzurro. Non mancano testimonianze di diverse figurazioni forse usate nel "sigillo piccolo".


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Parte Seconda

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di Romualdo Luzi

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  Mariano Ghezzi, originario di Sinalunga e medico in Castro, nel notissimo «Breve discorso non men curioso, che bello sopra la salubrità dell' aria della Città di Castro...» così testimonia - nel linguaggio aulico del tempo - l'attaccamento della città ai Farnese:
«... [Castro] povera in vero di habitanti, ma ricca d'ogni commodo non conosciuto, desolata, ma a gran torto, deturpata per la rovina dell' edifitij; ma che, pur tra le tenebre, e la bassezza sua, spera una volta per fermo quasi nuova Fenice resorgere a più sublime vita, e risplendere tra l'altra. E meritatamente. Vivendo lei sotto i felicissimi auspici; della Serenissima Casa Farnese, a cui è stata mai sempre ancella, che di lei viene espresso titolo in argento, & oro CASTRUM CIVITAS FIDELIS... »
  Un altro stemma significativo e sicuramente interessante è quello posto all'inizio della serie dei vescovi di Castro nell'opera «Italia sacra» di Ferdinando Ughelli, in quanto vi appare raffigurato un minuscolo leone nell'identica posizione di quello sopra descritto, sormontato da una stella a otto raggi, con due ramoscelli noderosi ai lati e posto sopra un cartiglio disposto a mò di vaso, dove leggiamo: «ANTE DOCTRINA LABOR PARS MEA» .
 
 

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Sigillo della città di Castro con leone rampante, gigli farnesiani e scritta circolare " CASTRUM CIVITAS FIDELIS" in un documento del 1570
 

 
 

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Tondo impresso sulla copertina dell'opera "Memorie storiche della distrutta città di Castro" di E. Stendardi
 

  Nel 1959 il sac. Eraclio Stendardi, nel pubblicare le «Memorie storiche della distrutta città di Castro», faceva stampare sul piatto anteriore della copertina un sigillo rotondo raffigurante un fortino merlato con porta centrale e due torrette sovrastanti con le scritta circolare «CASTRO», senza indicare nel testo o in altra parte dell'opera se il disegno usato fosse stato tratto da un qualche documento o pubblicazione, ovvero fosse solo un semplice abbellimento grafico.
  Oggi sappiamo, invece, che lo Stendardi aveva tratto il disegno dall'opera «Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia» di G. A. Zanetti, ma, avendolo avuto soltanto quando il libro era già stampato e mancante della sola copertina, non aveva avuto l'opportunità né di citarne la fonte né, soprattutto, di farci sapere il proprio parere circa la sua attendibilità. È probabile. Seppure dobbiamo riferire del causale ritrovamento a Valentano, il paese che sostituì Castro quale capoluogo del Ducato dopo il 1649, di un anello-sigillo, ove, a parte la mancanza della scritta «CASTRO», risulta raffigurato il fortino con porta e torrette praticamente identico a quello riportato dallo Zanetti e ripreso dallo Stendardi.
  L'anello-sigillo, fuso in una lega apparentemente composta da ottone-bronzo, ha un peso di otto grammi, un diametro - all'interno - di mm. 23 e il disegno del forte è compreso in poco meno di un centimetro quadrato (mm. 10x9). Date le sue dimensioni appare difficile che quest'ultimo sia un sigillo appartenuto a una città e pure la raffigurazione del castelletto è piuttosto comune anche nei «signa » notarili, anche se potremmo supporre non senza fondamento -che si tratti del cosiddetto sigillo «piccolo» di Castro, quello segreto. Ma a questo proposito mancano sinora riscontri in documenti d'archivio.
 
  Per concludere diremo che lo stemma di Castro è poco noto oggi e certamente meno lo è stato in passato, se il pittore che agli inizi di questo secolo ha dipinto la sala degli stemmi dei paesi dell'ex Ducato nel palazzo municipale di Valentano, non ha saputo o potuto far altro che disegnare, per quello di Castro, i sei gigli farnesiani d'oro addirittura in campo rosso, quando nello stemma originario della famiglia Farnese abbiamo i gigli azzurri in campo d'oro e talvolta «d'azzurro ai sei gigli d'oro».
  Le vicende d'una città e di una famiglia non sono mai state così negativamente legate come è avvenuto per Castro e i Farnese. In un bagno di sangue era finito, nei 1527, il primo mal riuscito tentativo di Pier Luigi Farnese di porsi quale signore della città e con la distruzione della stessa città si era concluso, nel 1649, l'ultimo atto d'una vicenda oscura e ancora oggi incomprensibile per l'atteggiamento irresponsabile dei Farnese e quello non meno censurabile di Innocenzo X.
  Castro pagava con la distruzione colpe non sue e i suoi cittadini, dispersi nei paesi circostanti, sarebbero tornati alle rovine della città per trovarvi in piedi una sola colonna marmorea con la scritta lapidaria «Qui fu Castro».
 

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Anello - sigillo ritrovato a Valentano. Sul castone visibile il castelletto simile a quello del tondo di G.A. Zanetti
 


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