La castità, si sa, è un dono che non tutti riescono ad apprezzare.
Specialmente quando si è giovani, non dico belli, e soprattutto
ricchi. Alessandro Farnese non poteva né intendeva sottrarsi a
questa regola. Il ragazzo era d'intelligenza vivace, e ancor più
nei modi, e presto provocò alla madre più di un grattacapo. Ma
Giovannella, decisa ad occuparsi in prima persona della sua
educazione, non era donna da perdersi d'animo per qualche
intemperanza e soprattutto aveva ben chiaro l'obiettivo da
raggiungere. Quello che ci voleva per il giovane era un ambiente
stimolante e una buona istruzione: bravi maestri, anzi i più
bravi - potendoselo permettere - e un apprendistato da "giovin
signore" presso qualche corte titolata, di quelle più
antiche e prestigiose.
E siccome per arrivare alla vetta occorre cominciare presto la scalata,
già nel 1482 mamma Giovannella e papà Pierluigi acquistarono
(proprio così, visto che tali cariche erano in vendita) per il
giovane Alessandro un ufficio di scrittore apostolico, primo
piolo della sua auspicata carriera ecclesiastica. Nel documento
di nomina il pontefice Sisto IV si rivolge al quattordicenne
rampollo di casa Farnese chiamandolo “magister”: niente
male come inizio.
Busto di Giulia Farnese,
sorella di Paolo III,
nella Rocca di Vasanello
Papa Innocenzo VIII, fece
arrestare
il giovane Alessandro Farnese
A Roma, dove venivano ormai
progressivamente a gravitare gli interessi della famiglia,
Alessandro ebbe come precettori quanto di meglio potesse offrire
il mercato: l’umanista Pomponio Leto, per le lettere antiche, la
storia e la cultura classica; lo scienziato Alberto Piglio, per
le discipline matematiche e scientifiche. A Roma, tuttavia, pur
dedito agli studi, il giovane conduceva una vita di stravizi
alquanto disdicevoli al decoro famigliare e, soprattutto, alla
carriera ecclesiastica cui era avviato. In effetti nelle sue “vacanze
romane” Alessandro non si negò ad alcun piacere, come era
nella sua indole sensuale: soprattutto le donne, la sua grande
passione, ma anche il vino, di cui fu per tutta la vita fine
intenditore. Peccati veniali, si dirà, per un giovane rampollo.
Ma Alessandro andò decisamente oltre, su questa strada della
giovanile intemperanza, fino a macchiarsi di eccessi
assolutamente imperdonabili.
Certo è che la sua condotta di vita richiedeva somme di danaro
consistenti, di cui il giovane faceva continuamente carico alla
madre. “Questo mio figlio non si accontenta mai, finirà col
prosciugarci”, soleva ripetere paziente Giovannella. Ad un
certo punto però, preoccupata che un modo di vivere tanto
dissipato potesse compromettere il futuro del figlio, decise di
chiudere i cordoni della borsa. Apriti cielo! Alessandro andò su
tutte le furie, ripromettendosi vendetta.
Cosa avvenne con precisione non è dato
sapere: certo è che il ragazzo oltraggiò gravemente la madre, al
punto da meritare la più atroce delle punizioni per un giovane
del suo rango: finire rinchiuso nelle segrete di Castel S.Angelo
in compagnia di ladri, assassini, stupratori e furfanti di ogni
risma.
Certuni affermano che Alessandro diffamò la
madre accusandola di adulterio: ma ciò appare improbabile poiché
all’epoca Pierluigi doveva esser già morto, il che spiegherebbe
anche la sua “assenza” rispetto ad una vicenda tanto grave e
delicata. Altri addirittura sostengono che Alessandro fece
confinare la madre nell’Isola Bisentina, per mettere a frutto il
suo ricatto: minacciando cioè di tenercela finché non si fosse
decisa a sganciare il dovuto. Comunque sia, a rimettere ogni
cosa al suo posto intervenne papa Innocenzo VIII in persona, che
rispose sollecito alla supplica che Giovannella riuscì a fargli
pervenire tramite un servo e, forse anche prevaricando le
intenzioni della nobildonna, lo fece arrestare e sbattere in
prigione.
Castel S.Angelo a Roma, vi fu
imprigionato
nel 1486 il giovane Alessandro Farnese
Lorenzo il Magnifico, ospitò
presso la sua
Accademia a Firenze il giovane Alessandro Farnese (dipinto del
Vasari, 1534)
Alessandro restò chiuso in Castel
S.Angelo diversi mesi ed ebbe senz’altro modo di riflettere
sulla sua condotta e sul suo futuro. Certo fu dura, per uno come
lui abituato ad ogni agio: ma non disperò. Poteva sempre contare
sulla risorsa che nei secoli distinse e caratterizzò le
generazioni Farnese: il vincolo dei legami di sangue e il forte
senso di appartenenza famigliare.
Si rivolse quindi alla famiglia che non fece ritardare il suo
aiuto. Del resto anche Giovannella, nonostante tutto, penava nel
vedere quel figlio sul quale aveva riposto tutte le sue speranze
marcire in carcere come un malfattore. Bisognava intervenire,
per porre fine allo scandalo di un Farnese incarcerato.
Il ragazzo (non ancora diciottenne!)
l’aveva certo fatta grossa: doveva quindi scusarsi formalmente
con la madre, ma poi riprendere la strada per la quale era
destinato.
Ci pensò uno zio a farlo evadere, corrompendo un secondino. Il
papa non la prese certo bene, la beffa bruciava, ma abbozzò: che
il ragazzo non si facesse più vedere a Roma tuttavia, e per un
bel pezzo, o sarebbero stati guai. Decisamente complicati i
rapporti tra il futuro Paolo III e i papi “Innocenzo”: l’ottavo
lo sbatté in prigione; il decimo pose fine al suo capolavoro
nepotistico: il sogno di uno stato farnesiano sulle terre di
origine, infranto dalle soldataglie pontificie che rasero al
suolo Castro, splendida capitale dell’effimero Ducato.
Via da Roma dunque, ma per andare dove?
Il suo allontanamento non doveva
apparire come un esilio, ma come la naturale prosecuzione della
sua formazione culturale e umana.
Firenze e i Medici: ecco quello che ci voleva. L’accademia di
Lorenzo il Magnifico era una delle scuole di pensiero umanistico
più illustri e prestigiose: ad essa accorrevano da ogni parte
d’Italia i rampolli delle famiglie aristocratiche e agiate per
completare la loro formazione. I rapporti di familiarità e i
legami di amicizia che inevitabilmente si creavano tra i giovani
studenti - futuri protagonisti delle vicende d’Italia come
reggitori di stato e papi, duchi e cardinali, artisti, letterati
e poeti - costituivano la migliore garanzia di future alleanze e
intese.
Giovannella da tempo coltivava l’idea, con il pieno consenso di
Pierluigi. Ed era ben naturale: i Farnese dovevano molto ai
Medici. Al loro servizio e al comando delle loro milizie avevano
conseguito i primi importanti successi militari, avevano
saggiato la loro tempra di uomini d'armi e di condottieri,
avevano ottenuto riconoscimenti e stretto legami duraturi.
Papa Innocenzo X, ordinò la
distruzione
di Castro (dipinto del Velasquez, 1650)
La Rocca Farnese di Valentano,
qui visse
la famiglia dopo il trasferimento da Canino
Forse Ranuccio il Vecchio in segno di
riconoscenza grata e solenne per gli antichi protettori non
aveva unito sull'arme del casato i gigli fiorentini al bel
liocorno farnesiano, simbolo di intemerata virtù e specchiatezza
di costumi? Forse che a titolo di ossequio per la nobile
famiglia non ne aveva espunto i fiori, ricavandone tre semplici
petali: blu come le acque terse del lago che cullavano la sua
isola, nel cui profondo verde aveva eretto il suo sepolcro
all'ombra quieta e austera di un piccolo tempio?
Fu così che Alessandro, lasciati i possenti torrioni e le amene terrazze
della Rocca di Valentano - dove la famiglia si era nel frattempo
trasferita da Canino - e dai quali poteva dominare un orizzonte
sconfinato quanto le sue nascenti ambizioni arrivò a Firenze: la
splendida, opulenta, allettante, voluttuosa città della sua
giovanile baldanza.