Paolo III Farnese, un papa casa e chiesa
Al servizio della stirpe


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Parte Terza

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di Giuseppe Moscatelli

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Il giovane Alessandro

  La castità, si sa, è un dono che non tutti riescono ad apprezzare. Specialmente quando si è giovani, non dico belli, e soprattutto ricchi. Alessandro Farnese non poteva né intendeva sottrarsi a questa regola. Il ragazzo era d'intelligenza vivace, e ancor più nei modi, e presto provocò alla madre più di un grattacapo. Ma Giovannella, decisa ad occuparsi in prima persona della sua educazione, non era donna da perdersi d'animo per qualche intemperanza e soprattutto aveva ben chiaro l'obiettivo da raggiungere. Quello che ci voleva per il giovane era un ambiente stimolante e una buona istruzione: bravi maestri, anzi i più bravi - potendoselo permettere - e un apprendistato da "giovin signore" presso qualche corte titolata, di quelle più antiche e prestigiose.
  E siccome per arrivare alla vetta occorre cominciare presto la scalata, già nel 1482 mamma Giovannella e papà Pierluigi acquistarono (proprio così, visto che tali cariche erano in vendita) per il giovane Alessandro un ufficio di scrittore apostolico, primo piolo della sua auspicata carriera ecclesiastica. Nel documento di nomina il pontefice Sisto IV si rivolge al quattordicenne rampollo di casa Farnese chiamandolo “magister”: niente male come inizio.

 
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Busto di Giulia Farnese, sorella di Paolo III,
nella Rocca di Vasanello
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Papa Innocenzo VIII, fece arrestare
il giovane Alessandro Farnese
  A Roma, dove venivano ormai progressivamente a gravitare gli interessi della famiglia, Alessandro ebbe come precettori quanto di meglio potesse offrire il mercato: l’umanista Pomponio Leto, per le lettere antiche, la storia e la cultura classica; lo scienziato Alberto Piglio, per le discipline matematiche e scientifiche. A Roma, tuttavia, pur dedito agli studi, il giovane conduceva una vita di stravizi alquanto disdicevoli al decoro famigliare e, soprattutto, alla carriera ecclesiastica cui era avviato. In effetti nelle sue “vacanze romane” Alessandro non si negò ad alcun piacere, come era nella sua indole sensuale: soprattutto le donne, la sua grande passione, ma anche il vino, di cui fu per tutta la vita fine intenditore. Peccati veniali, si dirà, per un giovane rampollo. Ma Alessandro andò decisamente oltre, su questa strada della giovanile intemperanza, fino a macchiarsi di eccessi assolutamente imperdonabili.
  Certo è che la sua condotta di vita richiedeva somme di danaro consistenti, di cui il giovane faceva continuamente carico alla madre. “Questo mio figlio non si accontenta mai, finirà col prosciugarci”, soleva ripetere paziente Giovannella. Ad un certo punto però, preoccupata che un modo di vivere tanto dissipato potesse compromettere il futuro del figlio, decise di chiudere i cordoni della borsa. Apriti cielo! Alessandro andò su tutte le furie, ripromettendosi vendetta.
 
  Cosa avvenne con precisione non è dato sapere: certo è che il ragazzo oltraggiò gravemente la madre, al punto da meritare la più atroce delle punizioni per un giovane del suo rango: finire rinchiuso nelle segrete di Castel S.Angelo in compagnia di ladri, assassini, stupratori e furfanti di ogni risma.
Certuni affermano che Alessandro diffamò la madre accusandola di adulterio: ma ciò appare improbabile poiché all’epoca Pierluigi doveva esser già morto, il che spiegherebbe anche la sua “assenza” rispetto ad una vicenda tanto grave e delicata. Altri addirittura sostengono che Alessandro fece confinare la madre nell’Isola Bisentina, per mettere a frutto il suo ricatto: minacciando cioè di tenercela finché non si fosse decisa a sganciare il dovuto. Comunque sia, a rimettere ogni cosa al suo posto intervenne papa Innocenzo VIII in persona, che rispose sollecito alla supplica che Giovannella riuscì a fargli pervenire tramite un servo e, forse anche prevaricando le intenzioni della nobildonna, lo fece arrestare e sbattere in prigione.
 
 
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Castel S.Angelo a Roma, vi fu imprigionato
nel 1486 il giovane Alessandro Farnese
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Lorenzo il Magnifico, ospitò presso la sua
Accademia a Firenze il giovane Alessandro Farnese (dipinto del Vasari, 1534)
  Alessandro restò chiuso in Castel S.Angelo diversi mesi ed ebbe senz’altro modo di riflettere sulla sua condotta e sul suo futuro. Certo fu dura, per uno come lui abituato ad ogni agio: ma non disperò. Poteva sempre contare sulla risorsa che nei secoli distinse e caratterizzò le generazioni Farnese: il vincolo dei legami di sangue e il forte senso di appartenenza famigliare.
Si rivolse quindi alla famiglia che non fece ritardare il suo aiuto. Del resto anche Giovannella, nonostante tutto, penava nel vedere quel figlio sul quale aveva riposto tutte le sue speranze marcire in carcere come un malfattore. Bisognava intervenire, per porre fine allo scandalo di un Farnese incarcerato.

  Il ragazzo (non ancora diciottenne!) l’aveva certo fatta grossa: doveva quindi scusarsi formalmente con la madre, ma poi riprendere la strada per la quale era destinato.
Ci pensò uno zio a farlo evadere, corrompendo un secondino. Il papa non la prese certo bene, la beffa bruciava, ma abbozzò: che il ragazzo non si facesse più vedere a Roma tuttavia, e per un bel pezzo, o sarebbero stati guai. Decisamente complicati i rapporti tra il futuro Paolo III e i papi “Innocenzo”: l’ottavo lo sbatté in prigione; il decimo pose fine al suo capolavoro nepotistico: il sogno di uno stato farnesiano sulle terre di origine, infranto dalle soldataglie pontificie che rasero al suolo Castro, splendida capitale dell’effimero Ducato.
Via da Roma dunque, ma per andare dove?
 
  Il suo allontanamento non doveva apparire come un esilio, ma come la naturale prosecuzione della sua formazione culturale e umana.
Firenze e i Medici: ecco quello che ci voleva. L’accademia di Lorenzo il Magnifico era una delle scuole di pensiero umanistico più illustri e prestigiose: ad essa accorrevano da ogni parte d’Italia i rampolli delle famiglie aristocratiche e agiate per completare la loro formazione. I rapporti di familiarità e i legami di amicizia che inevitabilmente si creavano tra i giovani studenti - futuri protagonisti delle vicende d’Italia come reggitori di stato e papi, duchi e cardinali, artisti, letterati e poeti - costituivano la migliore garanzia di future alleanze e intese.
  Giovannella da tempo coltivava l’idea, con il pieno consenso di Pierluigi. Ed era ben naturale: i Farnese dovevano molto ai Medici. Al loro servizio e al comando delle loro milizie avevano conseguito i primi importanti successi militari, avevano saggiato la loro tempra di uomini d'armi e di condottieri, avevano ottenuto riconoscimenti e stretto legami duraturi. 
 
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Papa Innocenzo X, ordinò la distruzione
di Castro (dipinto del Velasquez, 1650)
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La Rocca Farnese di Valentano, qui visse
la famiglia dopo il trasferimento da Canino
  Forse Ranuccio il Vecchio in segno di riconoscenza grata e solenne per gli antichi protettori non aveva unito sull'arme del casato i gigli fiorentini al bel liocorno farnesiano, simbolo di intemerata virtù e specchiatezza di costumi? Forse che a titolo di ossequio per la nobile famiglia non ne aveva espunto i fiori, ricavandone tre semplici petali: blu come le acque terse del lago che cullavano la sua isola, nel cui profondo verde aveva eretto il suo sepolcro all'ombra quieta e austera di un piccolo tempio?
  Fu così che Alessandro, lasciati i possenti torrioni e le amene terrazze della Rocca di Valentano - dove la famiglia si era nel frattempo trasferita da Canino - e dai quali poteva dominare un orizzonte sconfinato quanto le sue nascenti ambizioni arrivò a Firenze: la splendida, opulenta, allettante, voluttuosa città della sua giovanile baldanza.

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