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Paolo III Farnese, un papa casa e chiesa
Il testamento di Paolo III
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Vai a parte:
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Parte Prima |
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di
Giuseppe Moscatelli |
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Salendo a Viterbo per Via dell'Orologio
Vecchio, poco prima di raggiungere Piazza San Simeone,
all'incrocio con Via della Torre, possiamo ammirare un elegante
palazzetto rinascimentale, quasi compresso e oscurato da
architetture più recenti. Un grande portale d'ingresso con un
arco a sesto acuto sormontato da uno stemma ormai illeggibile e
due eleganti finestre gigliate - per quanto cieche essendo
murate - caratterizzano la facciata, al centro della quale
campeggia un grande stemma di Paolo III con la data del 1540.
E' il palazzo di Giovanni, il barbiere di Paolo III, come
l'antico proprietario ha tenuto a evidenziare con una scritta
sull'architrave delle finestre. Il Palazzo si eleva su due
livelli: un piano nobile e un secondo piano, quasi un
sottotetto; nel locale a pianoterra si trovava fino a non molto
tempo fa una lavanderia, ora trasferita, come annuncia tutt'ora
un consunto cartello.
I due piani superiori appaiono in stato di abbandono, come
meglio si evince dalla vista del lato posteriore dell’edificio,
per quanto condizionata dalla possente torre che dà il nome alla
via. Il palazzetto è in vendita. Potrebbe essere la sede ideale
per la nostra fondazione farnesiana, ho subito pensato quando ho
cominciato a guardarlo non da semplice passante. Mi sono così
rivolto all'agenzia per visitarlo.
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Paolo III istituisce i Cavalieri del
Giglio, Viterbo Sala Regia del Palazzo dei Priori |
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Il palazzetto rinascimentale
di Giovanni,
barbiere di Paolo III
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Stemma di Paolo III al centro della
facciata |
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Il piano terra con la ex lavanderia non
ha suscitato in me motivi di particolare interesse: l'intero
piano, a cominciare dal grande portale, appare ampiamente
rimaneggiato. Al piano superiore il più assoluto disordine delle
residue suppellettili è amalgamato da un fitto strato di polvere
vergine, nel senso che si ha come l'impressione - entrando - che
quella massa di cose accatastate alla rinfusa non venga
movimentata da secoli...
Il secondo piano (il sottotetto) non è agibile, mi ha
cortesemente riferito l’addetto dell’agenzia, visto che io
guardavo con qualche insistenza la precaria e posticcia scala in
legno che appoggiata alla parete di fondo penetrava in una
apertura buia del solaio. Pregai il mio accompagnatore di
lasciarmi solo per una mezz'ora: avrei voluto "vivere" con
maggiore intensità quel posto, studiare entità e provenienza
della luce, livello di rumorosità dalla via sottostante,
immaginare in loco i possibili interventi di ristrutturazione...
La mia richiesta spiazzò un poco il mio interlocutore,
evidentemente sorpreso e incuriosito, ma non seppe dirmi di no.
"Bene... allora faccio un salto in agenzia per prendere il
modello anagrafico-informativo, così eviteremo di tornarci
dopo…" disse, volendo trovare un pretesto per giustificare la
sua acquiescenza. Ottima idea, confermai.
Non c'è niente che stimoli maggiormente il mio interesse e la
mia curiosità di una porta chiusa o di un cassetto acchiavato.
Avevo già deciso che non avrei lasciato la casa senza aver
visitato il piano superiore, anche a costo di correre qualche
rischio. Salii così per mezzo della scala (quella sì malridotta)
al piano di sopra che si presentava, come era prevedibile, come
una oscura, polverosa e ingombra soffitta, anche se stabile
sulle travi in legno più di quanto potesse apparire.
Una cassettiera, alla scarsa luce che filtrava dalle due
finestre centrali, per quanto serrate, (le due esterne erano
murate) attirò subito la mia attenzione: assolutamente
malridotta, devastata dai tarli e avvinta dalle ragnatele. Con i
cassetti disarcionati, sfondati, fuori - o quasi - dalle guide.
Tranne uno. In mancanza della maniglia provai ad estrarlo
infilando la mano nel vano inferiore, dopo aver rimosso il
cassetto che vi alloggiava e che estrassi a pezzi, vincendo la
repulsione per le polverose ragnatele. Il cassetto però,
nonostante i miei sforzi, non si apriva: segno che era ben
chiuso a chiave.
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A quel punto, risoluto, e non avendo
troppo tempo a disposizione, mi determinai a forzarlo con un
grosso chiodo trovato lì vicino. L’ho aperto e ho subito notato
al suo interno, tra grumi di polvere lanuginosa, una specie di
pacchetto con una macchia rossa. Ho ripulito con le dita la
macchia - che si è rivelata essere un nodo di ceralacca - e, non
senza emozione, ho visto comparire l'impronta di un sigillo
gigliato.
Ho aperto con cautela la pergamena rimuovendo la ceralacca (tale
è risultato essere il pacchetto con la macchia rossa). Ho
intravisto grazie a un raggio di sole che filtrava dalle imposte
serrate un testo in latino e non ho faticato a capire fin dal
motto iniziale di cosa si trattava: era il testamento di Paolo
III.
Il foglio era datato e firmato: A.D. MDXLIX DIE IX NOVEMBER,
PAULUS III PONT. MAX. Iniziava: In nomine Domini, amen.
Peccata mea semper sunt ante oculos meos. Si mei non fuissent
dominati immaculatus essem, et emudarer a delicto maxime…
Come era giunto quel prezioso documento fin lì? Mi è piaciuto
immaginare che il grande papa, avvertendo ormai prossima la fine
della sua lunga esperienza terrena, abbia fatto chiamare da
Viterbo il fido barbiere e cerusico Giovanni e dopo essersi
fatto tagliare i capelli e aggiustare la barba, in modo da
arrivare in ordine al cospetto del Giudice Supremo, gli abbia
affidato questo documento, chissà con quale mandato, che
Giovanni tuttavia, per qualche ragione, non poté rispettare. Ed
ora quel documento era tra le mie mani, davanti ai miei occhi.
Il testamento, come dicevo, è redatto in latino: quella che
segue è la mia traduzione. |
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Finestra gigliata del piano nobile posta a
sinistra con scritta sull’architrave |
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Il testo che appare sopra è un esempio di fiction
storico-letteraria: si tratta semplicemente di un racconto frutto di
invenzione narrativa. |
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