Oggi, quando viene eletto un Presidente, gli osservatori politici
soffermano la loro attenzione sui primi “cento giorni” del suo
mandato, per trarne indicazioni sulla complessiva attuazione del
programma di governo. Se proviamo a far lo stesso con Paolo III
vedremmo che il Farnese non perse tempo. Per prima cosa nominò
suo figlio Pier Luigi “Gonfaloniere di Santa Madre Chiesa”, lo
pose cioè a capo dell’esercito pontificio. Fu nepotismo? Certo,
e sfacciato. Ma a ben vedere chi meglio di Pier Luigi avrebbe
potuto ricoprire quell’incarico? non era egli forse l’epigono di
un’antica stirpe guerriera? e se era stato valido generale al
servizio dell’Imperatore non poteva ben esserlo anche per suo
padre? Non solo. Forse che il suo avo Ranuccio il Vecchio non
aveva già rivestito quella carica per nomina di papa Eugenio IV?
e se Ranuccio aveva ottenuto la fiducia di quel papa non poteva
egli ottenere quella del papa suo padre?
Fu poi la volta del nipote prediletto, il figlio di Pier Luigi
che portava il suo stesso nome: Alessandro Farnese jr. fu
nominato cardinale non ancora quindicenne. E per non far torto
alla figlia Costanza concesse la porpora anche a suo figlio
Guido Ascanio che di anni ne aveva sedici e di cognome faceva
Sforza, ma era pur sempre nipote di Paolo III. Per completare la
serie diremo che nel 1545 anche un altro figlio di Pier Luigi,
Ranuccio, fu fatto dal nonno cardinale all’età di quindici anni.
Più nepotismo di così! Si, però... occorre anche ricordare che
durante il suo pontificato Paolo III nominò 71 cardinali: tre di
questi erano suoi nipoti. Nessuno poi ha mai potuto affermare
che i nipoti del papa si siano dimostrati indegni della porpora,
o che semplicemente vi abbiano sfigurato. Sono note le
benemerenze del “gran cardinale” Alessandro Farnese jr.;
analogamente potremmo riferire di Ranuccio e Guido Ascanio. Più
in generale, al di là di untuosi moralismi e rassicuranti luoghi
comuni, appare utile e finanche saggio che in un’epoca
caratterizzata da corruzione, congiure, veleni e tranelli il
papa si circondasse di persone fidate e sicure, sulle quali
poter contare in ogni momento.
Il card. Alessandro Farnese jr., nipote di Paolo III
Il card. Ranuccio Farnese, nipote di Paolo III
E chi, meglio di un familiare, poteva garantire tutto ciò? Fu
nepotismo quindi, ma a ragion veduta e per fini non del tutto
ignobili. Insomma qualche attenuante dobbiamo pur riconoscerla a
Paolo III, quantomeno quella di aver agito “per motivi di
particolare valore morale o sociale”, prevista oggi dal codice
penale anche a favore di chi commette reati.
Altri eventi dei suoi primi cento giorni vogliamo ricordare,
decisamente rivelatori della sua sincera volontà riformatrice:
la nomina di due commissioni di alto livello con l’incarico di
verificare l’attività svolta dalle amministrazioni non solo
politiche ma anche religiose dello stato pontificio e il
conflitto con i cardinali romani riguardo la sua determinazione
di convocare il concilio ecumenico, tanto da inviare un suo
delegato in missione nei paesi tedeschi, anche al fine di
incontrare Lutero. Nell’agosto successivo (siamo nel 1535) il
progetto prenderà forma con la nomina di una commissione per la
riforma e con successive disposizioni tra le quali, temutissima,
quella dell’obbligo di residenza del vescovo e del clero con
cura di anime, mirante a promuovere la funzione pastorale degli
uffici ecclesiastici piuttosto che quella di accumulo di
benefici patrimoniali. Analogo impegno fu dedicato alla
restaurazione della disciplina claustrale: e ce n’era di che,
almeno a giudicare dalle allarmate cronache dell’epoca che
dipingevano i conventi (probabilmente esagerando) come luoghi di
malaffare.