Paolo III Farnese, un papa casa e chiesa
 

I primi cento giorni


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di Giuseppe Moscatelli

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I primi cento giorni

 
Oggi, quando viene eletto un Presidente, gli osservatori politici soffermano la loro attenzione sui primi “cento giorni” del suo mandato, per trarne indicazioni sulla complessiva attuazione del programma di governo. Se proviamo a far lo stesso con Paolo III vedremmo che il Farnese non perse tempo. Per prima cosa nominò suo figlio Pier Luigi “Gonfaloniere di Santa Madre Chiesa”, lo pose cioè a capo dell’esercito pontificio. Fu nepotismo? Certo, e sfacciato. Ma a ben vedere chi meglio di Pier Luigi avrebbe potuto ricoprire quell’incarico? non era egli forse l’epigono di un’antica stirpe guerriera? e se era stato valido generale al servizio dell’Imperatore non poteva ben esserlo anche per suo padre? Non solo. Forse che il suo avo Ranuccio il Vecchio non aveva già rivestito quella carica per nomina di papa Eugenio IV? e se Ranuccio aveva ottenuto la fiducia di quel papa non poteva egli ottenere quella del papa suo padre?
Fu poi la volta del nipote prediletto, il figlio di Pier Luigi che portava il suo stesso nome: Alessandro Farnese jr. fu nominato cardinale non ancora quindicenne. E per non far torto alla figlia Costanza concesse la porpora anche a suo figlio Guido Ascanio che di anni ne aveva sedici e di cognome faceva Sforza, ma era pur sempre nipote di Paolo III. Per completare la serie diremo che nel 1545 anche un altro figlio di Pier Luigi, Ranuccio, fu fatto dal nonno cardinale all’età di quindici anni. Più nepotismo di così! Si, però... occorre anche ricordare che durante il suo pontificato Paolo III nominò 71 cardinali: tre di questi erano suoi nipoti. Nessuno poi ha mai potuto affermare che i nipoti del papa si siano dimostrati indegni della porpora, o che semplicemente vi abbiano sfigurato. Sono note le benemerenze del “gran cardinale” Alessandro Farnese jr.; analogamente potremmo riferire di Ranuccio e Guido Ascanio. Più in generale, al di là di untuosi moralismi e rassicuranti luoghi comuni, appare utile e finanche saggio che in un’epoca caratterizzata da corruzione, congiure, veleni e tranelli il papa si circondasse di persone fidate e sicure, sulle quali poter contare in ogni momento.

 

Il card. Alessandro Farnese jr., nipote di Paolo III

Il card. Ranuccio Farnese, nipote di Paolo III
  
 
E chi, meglio di un familiare, poteva garantire tutto ciò? Fu nepotismo quindi, ma a ragion veduta e per fini non del tutto ignobili. Insomma qualche attenuante dobbiamo pur riconoscerla a Paolo III, quantomeno quella di aver agito “per motivi di particolare valore morale o sociale”, prevista oggi dal codice penale anche a favore di chi commette reati.
Altri eventi dei suoi primi cento giorni vogliamo ricordare, decisamente rivelatori della sua sincera volontà riformatrice: la nomina di due commissioni di alto livello con l’incarico di verificare l’attività svolta dalle amministrazioni non solo politiche ma anche religiose dello stato pontificio e il conflitto con i cardinali romani riguardo la sua determinazione di convocare il concilio ecumenico, tanto da inviare un suo delegato in missione nei paesi tedeschi, anche al fine di incontrare Lutero. Nell’agosto successivo (siamo nel 1535) il progetto prenderà forma con la nomina di una commissione per la riforma e con successive disposizioni tra le quali, temutissima, quella dell’obbligo di residenza del vescovo e del clero con cura di anime, mirante a promuovere la funzione pastorale degli uffici ecclesiastici piuttosto che quella di accumulo di benefici patrimoniali. Analogo impegno fu dedicato alla restaurazione della disciplina claustrale: e ce n’era di che, almeno a giudicare dalle allarmate cronache dell’epoca che dipingevano i conventi (probabilmente esagerando) come luoghi di malaffare.
 

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