Zecchieri rinascimentali

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di Pier Maria Fossati

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Monete di Castro | La Zecca di Castro | Antonio da Sangallo il Giovane


  E' noto che quasi tutti gli Stati dell'Italia settentrionale o centrale erano feudi imperiali o della Chiesa; tra le autonomie di cui godevano vi era quella di battere moneta; la Zecca poteva essere un'azienda di stato ovvero, molto più spesso, veniva data in appalto a privati: gli "Zecchieri". Questi stipulavano un contratto col Signore in base al quale venivano stabiliti valori monetari, quantità, pesi, metalli e titoli. Per la Zecca erano necessarie attrezzature e locali appropriati; la "punzoneria" veniva di solito commissionata al "Maestro dei coni", ricorrendo spesso a quelli che già operavano presso altre Zecche. Lo Zecchiere si approvvigionava della materia prima: il metallo, o grezzo in pani o verghe o con altre monete rastrellate sul mercato; il metallo veniva portato dai mercanti in una determinata quantità, in base alla quale ed al suo titolo ottenevano in cambio la moneta battuta dalla Zecca, ma non per lo stesso peso o valore; la differenza era il ricavo dello Zecchiere: 2-;.5% per le monete d'oro e d'argento, 10-;.15% per quelle in mistura (proprio queste, essendo battute in larga quantità, finivano per essere rifiutate o ridimensionate con bandi o editti).




Interno di Zecca rinascimentale con le varie fasi di lavorazione per il conio delle monete (da antica stampa tedesca).
 

  Il Signore affittava la Zecca, stipulava i Capitoli e periodicamente controllava tramite il "saggiatore", peso e percentuale di metallo pregiato contenuto; vi erano tolleranze, passate le quali tutto finiva nel crogiolo; in caso di frode grave, lo Zecchiere rischiava la pena capitale.




Schema dell'operazione di conio di una moneta.
 

  Per la coniazione venivano approntati i coni: il conio superiore (o conio di martello, o torsello), più soggetto a rottura poiché veniva colpito direttamente dal martello, per cui vi si affidava la parte meno elaborata della moneta, ed il conio inferiore (o conio d'incudine, o pila), incastrato nell'incudine monetaria, con la parte più delicata ed elaborata della moneta; ed infine, tra i due, il tondello dal quale si ricavava per battitura la moneta. Per approntare i coni si usavano i punzoni, che erano praticamente dei ceselli in "acciaio finissimo" (Cellini), sulla punta dei quali si cesellavano in rilievo lettere, parti di figure, simboli, punteggiatura: venivano usati per battere con il martello sui coni in ferro arroventato per creare in negativo nuovi coni o ritoccare quelli consunti. Quando si diede nel Rinascimento prevalenza alla figura sul simbolo e sulla scritta, l'approntamento dei punzoni fu affidato alle mani esperte dei "Maestri coniatori"; poiché per l'approntamento dei coni dai punzoni provvedevano spesso le maestranze della Zecca, succedeva che spesso si operasse in maniera grossolana e confusa, da cui la stragrande quantità delle così dette "varianti".

Articolo tratto dalla rivista Biblioteca e Società, edita dal Consorzio per la gestione delle Biblioteche di Viterbo, Inserto allegato al N. 4, Dicembre 1998, Anno XVII -
Si ringrazia il Presidente del Consorzio per l'autorizzazione alla pubblicazione.
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