Gli Albanesi a Pianiano

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di Elettra Angelucci



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Veduta del borgo di Pianiano (1)

  Nei documenti dell' «Archivio Camerale dello Stato di Castro», conservato presso l'Archivio di Stato di Viterbo, si trovano interessanti notizie sulla immigrazione di un gruppo di famiglie albanesi.
Infatti nell'aprile del 1756 alcune famiglie di Scutari, (1) per sfuggire alle persecuzioni religiose, sbarcarono ad Ancona cercando rifugio nello Stato Pontificio. Il papa Benedetto XIV, dopo averli fatti provvedere con il denaro dell'Erario Apostolico di tutto il necessario, li fece ospitare a Canino dando ordine al Tesoriere Generale della Reverenda Camera Apostolica di disporre per il loro vitto e di assegnare ai capi famiglia alcuni terreni esistenti nel territorio di Pianiano.
Il Castello di Pianiano aveva fatto parte del Ducato di Castro e Ronciglione dei Farnese e dopo la distruzione di Castro era passato alla R.C.A. Con Breve di Benedetto XIV del 28 novembre 1729 (2) - a richiesta dei pochi abitanti di Pianiano e di quelli di Cellere - il Castello era stato unito alla Comunità di Cellere; tuttavia, a causa dell'insalubrità dell'aria e delle difficoltà di coltivazione dei terreni, in pochi anni si era spopolato e le case stavano andando in rovina.

  
  L'assegnazione del Castello di Pianiano e dei terreni agli Albanesi sembrò quindi la soluzione migliore per risolvere il duplice problema: evitare che Pianiano andasse in definitiva rovina e dare agli Scutarini una casa e dei mezzi per vivere.
Non fu data però subito attuazione alle disposizioni pontificie e gli Albanesi rimasero a Canino. A partire dal 28 novembre dello stesso anno a ciascun componente delle famiglie furono assegnati cinque baiocchi al giorno per il sostentamento, mentre la R.C.A. pagò al fornaio di Canino 29 scudi e 7 baiocchi per il pane fornito fin dal loro arrivo (3).
Finalmente si stabilì di assegnare alla colonia albanese il Castello di Pianiano e le due tenute appartenenti alla R.C.A. dette «Banditella» e «Sterpaglie» in ragione di tre quarti di rubio per ciascun uomo e di un quarto per ogni donna e ragazzo. L'allora Tesoriere Generale, card. Niccolò Perelli, con una sua lettera del 13 aprile 1757 dette disposizione all'Affittuario Generale dello Stato di Castro e Ronciglione, conte Niccolò Soderini, di procedere alla divisione (4). Fu incaricato l'Agrimensore Agostino Primavera di redigere una pianta delle due tenute (5) e il 29 novembre il notaio camerale Filippo Boncompagni stipulò l'atto con il quale il Conte Soderini, in nome della R.C.A., concedeva in enfiteusi ai capi delle famiglie albanesi, oltre ai terreni, gli attrezzi da lavoro ed il bestiame « In nome della Reverenda Camera Apostolica ha dato e conceduto siccome dà, e concede alli sopraddetti Capi di Famiglia per sé, e suoi numero 42 bovi ara tori, 32 vacche da razza, 20 aratri, 74 accette, 70 ronche, 70 zapponi e 128 zappe come si è detto sopra... cosi ancora tre bestie somarine con loro basto e una cavalla...». (6)
 

  Evidentemente gli Albanesi incontrarono notevoli ostacoli nella loro nuova patria, sia per le abitazioni che erano in rovina, sia per la lavorazione dei terreni loro concessi in enfiteusi, che erano prevalentemente boscosi e macchiosi. Anche le difficoltà di inserimento in un contesto sociale diverso dal loro e di comprensione di una lingua sconosciuta (infatti il «Direttore» della colonia, don Stefano Remani, dovette fare loro da interprete) contribuì notevolmente a scoraggiarli. Fu così che il 28 novembre 1760 tutte le famiglie albanesi partirono alla volta di Napoli, abbandonando Pianiano.
  Gli affittuari, ritenendo decadute le concessioni fatte agli Scutarini, si affrettarono a riprendere possesso dei terreni e, quando le famiglie albanesi - escluse quelle di Simone Gioni, Primo Cola, e Michele Zadrima che rimasero nel Napoletano - fecero ritorno a Pianiano, nacquero delle liti che andarono avanti per lunghi anni.
 



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Pianta delle tre tenute
"Banditella", "Sterpaglie", "Cerqueto".
Anno 1771
(2)
 

  Nel 1768 il Castello di Pianiano era di nuovo in rovina; il Tesoriere Generale, card. Braschi, ritenendo che l'insalubrità dell'aria dipendesse dallo stato di rovina e di abbandono in cui si trovava il luogo, emanò un editto (7) nel quale si davano tre mesi di tempo ai proprietari per sistemare le case; trascorso tale termine la R.C.A. ne sarebbe rientrata in possesso e le avrebbe date in enfiteusi a chi ne avesse fatto richiesta, dando la preferenza agli Albanesi.
Giulio Raimondo Cencini, Perito Geometra, redasse una pianta del Castello di Pianiano (8) in base alla quale il 4 novembre 1768 Francesco Maria Pieri, Gentiluomo di Montefiascone e Assessore Generale dello Stato di Castro, concesse le case in enfiteusi agli Scutarini, i quali si impegnavano, a restaurarle entro due anni ed a viverci, altrimenti sarebbero di nuovo tornate in possesso della R.C.A. (9).
  Nel 1770 ebbero fine le liti per il possesso delle tenute «Banditella» e «Sterpaglie» e il 1° settembre fu stipulato l'atto di concordia in cui si stabilì che le famiglie albanesi avrebbero avuto di nuovo i beni dati loro in enfiteusi nel 1757.
L'anno seguente fu redatta dall'Agrimensore Angelo Sani una nuova pianta dei due terreni e della tenuta detta «Il Cerqueto» e la superficie totale di 135 rubbia e 8 staia fu di nuovo assegnata ai capi famiglia (10). Poiché dal 1757 alcune famiglie si erano estinte, mentre altre erano giunte successivamente, con atto del notaio Domenico Dolci si fece una nuova ripartizione mantenendo le condizioni ed i patti stabiliti nel 1757 (11).
 

Note
1) Famiglie albanesi presenti a Pianiano dal 1756 (i cognomi tra parentesi indicano le variazioni riscontrate nei vari documenti che riguardano gli Albanesi): Cola, Micheli, Colitzi (Collizzi, Colizzi), Lescagni, Lugolitzi (Logo¬rozzi, Logrezzi, Logorizzi), Natali, Mida, Covacci, Pali, Gioni, Halla (Ala), Gioca, di Marco, Cabasci, Brenca, Ghega (Ellega), Carucci, Zanga, Ghini (Gini), Milani, Zadrima (Xadrima), Calmet, Sterbini, Calemesi (Calamesi, Calmesi), Codelli, Remani.
2) Archivio Camerale Stato di Castro (A.C.S.C.) - Serie I Atti di affitto ecc. - b. 12, fase. 2 (copia atto di enfiteusi della tenuta «Chiovano» alla famiglia Sterbini)
3) A.C.S.C. - Serie IX - Lettere di persone diverse - B. 172 c. 28
4) A.C.S.c. - Serie IX - Lettere di persone diverse - b. 172 c. 28. Affinché i due appezzamenti di terreno fossero posseduti per intero dalle famiglie di Scutari, ad Andrea Mariani, agli eredi Querciola ed a Vincenzo Febei che vi possedevano rispettivamente staia quattro, stai a due e stai a sei, fu data in permuta una corrispondente superficie di terreno in altra località.
5) A.C.S.C. - Serie XI - Piante topografiche - pianta n. 7
6) A.C.S.C. - Sereie I - Atti di affitto - prot. 7 c. 28
7) A.C.S.C. - Serie IX - Lettere di persone diverse - b. 172 c. 81. L'Editto è del 21 aprile 1768.
8) A.C.S.C. - Serie IX - Lettere di persone diverse - b. 172 c. 81
9) A.C.S.C. - Serie I - Atti di affitto - prot. 7 c. 81
10) A.C.S.C. - Serie XI - Piante topografiche - pianta n. 5
11) A.C.S.C. - Serie I - Atti di affitto - prot. 7 c. 81. La R.C.A. riservandosi la proprietà ed il diretto dominio, dava in enfiteusi perpetua i beni agli Albanesi; il canone annuo per ogni rubbio di terreno era di uno staio di grano. In caso di morte dei capi famiglia gli eredi potevano subentrare nell'enfiteusi, mentre in caso di estinzione della famiglia i beni tornavano alla R.C.A. che provvedeva ad una nuova ripartizione tra gli Albanesi. In ogni caso i terreni non potevano essere ceduti né venduti.


Articolo tratto da: Biblioteca e Società. Anni VII-VIII, 1985,1986   -   Foto: (1) Giacomo Mazzuoli; (2) Giancarlo Rossini

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