VISSI D’ARTE, VISSI D’AMORE

ELENA BALESTRELLI

100 anni dalla nascita di un’attrice e di una grande donna


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di Mauro Ballerini

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Arturo Nistri, in "La zia di Carlo"una rara fotografia en travesti inizio 1900  (Collezione privata M. Ballerini)


 

il coraggio della diversità

Intanto il paese per lei si fa sempre più stretto. Per sua natura non ama le chiacchiere della gente e tanto meno il giudicare e l’essere giudicata. Qui le sembra di non aver spazio di manovra: il suo spirito attivo e fattivo si sente frustrato entro i confini angusti del  borgo mancianese. Se anche si sforza, non riesce a concepire di trascorrere la vita tra le quattro mura della propria casa, a cucinare e a lavar panni in una rassegnata attesa della morte. La monotonia di stagioni ed anni che si ripetono identici l’uno all’altro, la fa impazzire e il diventare vecchia prima del tempo è un’idea che aborrisce. Neppure i figli (dal matrimonio con Raoul sono intanto nate due bambine, Silva e Neda) rappresentano una risposta valida a questa sua inquietudine: la vita per lei è un’avventura divertente che per niente e per nessuno – figli compresi – può essere sprecata. Sente che la vita è, in primo luogo, sua e che a nessun altro può esser dedicata prima che a se stessi. Vestire i panni dell’abnegazione proprio non le riesce, né le piace. Nella parte più profonda del suo cuore sa che mai e poi mai potrà essere fonte di felicità per gli altri se prima non riuscirà a realizzare se stessa.

E così, cercando di trovare una soluzione all’inoperosità di Raoul e alla propria inquietudine, con l’incoscienza tipica d’ogni scelta, convince il marito a lasciare il paese, le due figlie e a raggiungere la Compagnia.

Da questo momento in poi, per Elena, nulla sarà più uguale a prima. Presso i suoceri verrà a contatto con una realtà del tutto nuova, radicalmente diversa rispetto a quella fino ad allora vista e conosciuta. La vita nomade degli attori non ha nulla a che vedere con il più o meno regolare andamento della vita familiare a cui lei era abituata.

È il viaggio l’unica certezza dei vecchi comici: per il resto – ogni giorno, ogni attimo – vedono cambiare panorami, situazioni e bisogni. Privi di un tetto e di un campanile a cui far riferimento, conoscono solo il disorientamento e la strada. Non leggono il mondo (e la vita) su di un pentagramma fissato una volta per tutte, ma di continuo mutano ritmi e melodie. Il loro è un mondo senza gerarchie, senza convenzioni: l’ordine delle età e dei legami famigliari è costantemente stravolto, in scena come nella realtà. Uomini e donne vivono di continuo l’uno accanto all’altro, il giorno e la notte. Figli e genitori si trovano spesso divisi o uniti – per tutta la vita – indipendentemente da ogni loro volontà e guidati solo dall’imprevedibilità del caso.

L’arrivo di Elena in questo nuovo mondo dovette essere davvero traumatizzante: la famiglia di Raoul non l’accolse con piacere: era solo una bocca in più da sfamare che per giunta non sa recitare. Il suo cognome era anonimo e non apparteneva all’aristocrazia del teatro. Per i comici italiani, infatti, il mondo si divideva in due fette: da una parte, stavano le gentes senza nome che appartenevano ad un mondo grigio e normale, angusto perché ripiegato sulle proprie ristrette certezze; dall’altra, stavano quei pochi fortunati che, nutriti dall’arte, vivevano la vita straordinaria degli attori girovaghi. Quest’ultimi si percepivano come una élite chiusa, inaccessibile, caratterizzata da un certo snobismo. Per entrare a far parte del mondo dei comici, dovevi guadagnarti il titolo sul campo e spesso neppure questo bastava: solo dopo una generazione il tuo cognome poteva essere accolto con favore tra i blasonati del teatro. Elena, in tale battaglia, partiva poi doppiamente svantaggiata: non aveva nessun passato artistico da esibire e di fronte si trovava sua suocera che, al contrario, vantava generazioni e generazioni di glorie sceniche. Elena è a tutti gli effetti la parvenu che pretende di usurpare un titolo che non le appartiene.

 

Almeno un aspetto positivo però c’era: Elena, dopo 6 anni di matrimonio, iniziava finalmente a conoscere la famiglia di suo marito, e non solo sulla scena. Del suocero, Arturo Nistri, ricorda l’estrema freddezza. Un uomo distinto, dall’aspetto nobile, ma i suoi occhi sono glaciali e, dall’espressione del volto, si direbbe che disprezzi il mondo intero. Diversa è la suocera, Giuseppina Cresseri: una matrona materna e di spirito. Fisicamente è ben riconoscibile: è l’unica mora in una famiglia di biondi e ha un corpo giunonico. In scena è la protagonista assoluta, quella sulla quale si stabilisce il repertorio. Appartiene ad un mondo lontano, dalla recitazione melodrammatica, ma è senza dubbio una grande interprete. Nata in teatro, ha il mestiere che le scorre nelle vene. I manifesti che invitano il pubblico a teatro, annunciano sempre e solo serate in suo onore. A completare la famiglia, la sedicenne Mila, Manlio (quello che aveva scritto – anzi copiato – la famosa lettera) e il più piccolo dei maschi, Oberdan.

È ormai qualche mese che Elena vive con la Compagnia: scendere a patti con la realtà le resta difficile. Ogni giorno che passa i suoi sogni sembrano non corrispondere al vero. Raoul, da parte sua, non pare accorgersi affatto di questo suo disagio o comunque non darsene pensiero. Non lo fa per mancanza d’amore, ma solo per una sciagurata superficialità. E così ogni giorno la lascia sola, per andare al bar a giocare a carte con gli amici.

In Elena cresce nei suoi confronti una sorda ostilità: da quando l’ha conosciuto nulla è più andato per il verso giusto. Povera Elena! Lontana da casa, con un marito assente, in un mondo che non la vuole e non può accoglierla. Si sente davvero in gabbia, forse persa.

L’unica cosa che la consola è che le vengono assegnate le prime particine: una giovane cameriera, che deve servire il caffè ai padroni, è il suo primo ruolo. La mano le trema e così pure la voce. Ma poi però passano i giorni, i mesi… e lei continua a rivestire solo questi piccoli ruoli.  Non c’è dubbio: si sente proprio fuori luogo. Lei, che ama essere sempre la prima, non trova qui nessuno spazio, nessuno che le porga la pur minima attenzione. Ne è umiliata. L’unica cosa che le resta da fare è allora guardare e (forse a sua stessa insaputa) imparare.

 

Elena Balestrelli interpreta Gigliola (atto III scena IV)  in "La fiaccola sotto il moggio" di G. d'Annunzio (anno 1954) 
(Collezione privata M. Ballerini)

 

Elena Balestrelli e Oberdan Nistri  in una splendida posa cinematografica 
(anno 1946 ca) (Collezione 
	privata M. Ballerini)

 

il coraggio della fuga

1937. Ma, senza che lei neppure lo immagini, tutto sta per cambiare. L’ingarbugliata matassa di cose finora andate male, o non andate affatto, sta per dipanarsi.

Il destino è prossimo a scoprire le sue carte. La più inaspettata delle soluzioni sta per giungere e così imprevedibile da cogliere Elena del tutto sprovvista e disarmata, ma non per questo incapace di afferrarla. Quando la vita gira, bisogna girare con lei: è questo ciò che ad Elena riesce meglio.

Un giorno accade che Elena sia costretta a restare a letto per più giorni, per una brutta influenza. Le visite di Raoul non si fanno, in questa circostanza, né più lunghe né più assidue. Elena – anche se malata – è e resta sola. Sola e libera di pensare e… di provare.

In realtà a farle compagnia qualcuno c’è: è Oberdan, il fratello di Raoul, il più piccolo dei maschi. Oberda ha soli ventuno anni, due meno di Elena. Tra lui e il fratello non sembra esserci proprio nulla in comune, né dal punto di vista fisico né tanto meno da quello caratteriale.

Di gran lunga il più bello dei fratelli, Oberdan è un ragazzo che difficilmente può passare inosservato. Alto, biondo, occhi azzurri: sembra un tedesco, come il padre. E come un tedesco ama vestirsi: stivali alti fino al ginocchio, pantaloni alla cavallerizza, giacche avvitate e camicie alla coreana. Il suo è uno stile inconfondibile, che fa di lui un primo attore anche fuori dalla scena. A renderlo ancor più visibile è la sua grinta, il suo carisma, che trapela da ogni suo gesto ed espressione. Ogni suo lineamento è così marcato da renderlo quasi una maschera. Tutto in lui sembra essere fatto apposta per il palcoscenico: un suo bisbiglio è un boato di suoni netti e scanditi; la sua voce ha un’impostazione così curata da risultare teatrale qualunque cosa lui dica. Oberdan sembra essere la reincarnazione perfetta dei grandi eroi della tragedia. A guardarlo con attenzione in lui c’è qualcosa di misterioso e di gelido, che lo rende una creatura distante, quasi sovrumana. Le passioni dei comuni mortali sembrano sfiorarlo appena. I suoi occhi azzurri, quasi trasparenti, è come se guardassero oltre i confini dell’umano, verso l’infinito, l’assoluto, sia esso Dio o il Demonio.

Chiusi insieme in quella camera, lui ed Elena sembrano l’unione di ogni opposto, della nera terra con il cielo, della notte più buia con il chiarore del giorno. A vederli conversare insieme, sembra di assistere ad un incredibile miracolo: contrariamente ad ogni legge, il sangue dialoga con il respiro, il fuoco con il vento, la materia con il divino. Se nella trasparenza (e trascendenza) degli occhi dell’uomo ti puoi quasi perdere, gli occhi di Elena feriscono come un pugnale grondante di rosso sangue.

Oberdan sembra possedere tutte quelle qualità che Raoul non ha mai mostrato di avere. Così imponente, muove una guerra già vinta alla fragilità del fratello. Sulla scena è formidabile e nella vita di tutti i giorni ama i luoghi appartati. Quando non deve pronunciare battute di scena, si limita a comunicare solo con pochi prescelti ed Elena sembra esserlo. Nella mente della donna, Oberdan inizia a prendere le sembianze di quell’eroe da romanzo che per amore vive e muore. Ha il volto stesso della passione e del desiderio.

 

 

 

Il miracolo si compie: Oberdan ed Elena si innamorano e insieme decidono di fuggire. La loro è una scelta folle, che sembra uscita più dalla trama di un feuilleton che dalla vita reale. Poche donne l’avrebbero compiuta, nessuna di quelle cresciute in un paese, nella normalità del quotidiano. Ma Elena è più coraggiosa della vita stessa, è al di là di ogni schema sociale. Insegue i propri sentimenti ovunque la portino.

In un primo momento, i due ragazzi decidono di restare separati: Oberdan si scrittura in una Compagnia ed Elena scrive al padre per comunicargli il suo ritorno e i motivi di questa sua decisione. Sente infatti il bisogno di riflettere. Anzi no, da riflettere in realtà c’è assai poco: è innamorata di un uomo che non è suo marito anzi, ancor peggio, è innamorata del fratello di suo marito.

Non appena la notizia del suo ritorno si diffuse, lo scandalo fu enorme: il paese e la famiglia l’accolsero come si usa fare con la peggiore delle puttane. La sorella del padre tentò addirittura di colpirla con un bastone per ammazzarla. L’unico che si dimostrò tollerante e comprensivo fu di nuovo il signor Vezio.

È facile capire quali (e quanti) fossero i dubbi e i tormenti che agitavano il cuore di Elena in questo momento. Rischiare oppure rassegnarsi all’infelicità?

Il tempo non sembra poi lasciar dubbi: Elena ogni giorno di più capisce d’amare Oberdan.  E così passano solo pochi mesi e la troviamo di nuovo nomade, in giro per l’Italia, con un nuovo compagno e priva di qualunque sostegno famigliare. Tornare al paese e alla casa paterna le è stato vietato, così come tornare dai genitori di Oberdan, che hanno chiuso al figlio le porte della Compagnia.

Entrambi, con la loro scelta, hanno interrotto ogni legame con le loro famiglie. La famiglia Nistri  considera Elena la propria rovina; Oberdan guarda con vergogna il fratello a cui ha sottratto la moglie; Raoul odia entrambi; con loro si è avverata la più infausta delle tragedie. Sono davvero soli, senza meta, a percorrere strade mai battute e forti solo del loro amore.

In principio vanno scritturati nelle varie Compagnie di giro: da quella lussureggiante del cavalier Bruno Emanuel Palmi, a quella più modesta di Oreste Cordiviola. Elena si presenta ormai come una vecchia mestierante, che ben conosce i segreti del recitare. Nel giro di poco tempo ricevono entrambi ruoli da protagonisti.

Ecco che arriva però il primo Natale dopo la fuga e, come sempre avviene in certi frangenti, ripensamenti e nostalgie invadono (e confondono) i pensieri di Elena. Immaginare il padre delle proprie figlie, il suo primo amore, solo e senza nessuno accanto, la riempie di dolore. E così, in una fredda notte di dicembre, scappata dalle braccia di Oberdan, lo raggiunge a Farnese, paesino del Lazio, per fargli compagnia almeno in quei giorni di festa. Raoul a vederla tornare è commosso ed emozionato. Gli sembra di vederla ora per la prima volta: la segue con gli occhi e le dedica tutti quegli sguardi che per tanto tempo le aveva negato.  Ma quest’incanto, tragicamente, sembra non poter durare a lungo. Sebbene in Elena ci fossero stati tutti i migliori propositi, come un’esule – ogni istante – mostra d’esser lontana con la mente e con il cuore. Non c’è dubbio: quell’atto, compiuto con tanta coscienza, si rivelava essere invece il più incosciente e crudele per entrambi. L’una, lontana dall’uomo amato, è combattuta dai venti più contrari; l’altro, in presenza della donna amata, già un tempo fuggita, la vede di nuovo rapita da pensieri e sentimenti che la portano lontano. La decisione fu rapida quanto dolorosa: di notte, mentre nevica, Raoul accompagnò Elena alla stazione più vicina e gli sussurrò l’ultimo suo addio. Il loro dramma era ormai giunto all’ultimo atto, il più bello e il più drammatico.

Ma una nuova storia aspettava d’essere scritta. (continua)

 

Elena Balestrelli (al centro) e Oberdan Nistri in una rara e preziosa fotografia in costume (anno 1941) (Collezione privata Mauro Ballerini)