VISSI D’ARTE, VISSI D’AMORE

ELENA BALESTRELLI

100 anni dalla nascita di un’attrice e di una grande donna


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di Mauro Ballerini

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Carro di Tespi di Oberdan Nistri (1948-50)Nella foto Oberdan Nistri, Elena
Balestrelli e il piccolo figlio Mauro Nistri.
 (Collezione privata M. Ballerini)

il coraggio di un’ attrice e capocomica

Passata la guerra, Elena convince Oberdan ad allestire una compagnia capocomicale e a comprare un Teatro Viaggiante, il cosiddetto Carro di Tespi, con cui muoversi agevolmente portandosi dietro il teatro stesso, senza più preoccuparsi della concessione dei teatri, spesso distrutti o malandati a causa della guerra e, ancor più spesso, trasformati in sale cinematografiche.

È da questo momento in poi che Elena mostrerà la sua viva intelligenza, nonché le sue incredibili qualità d’imprenditrice. Nella nuova Compagnia, è lei e non Oberdan il capocomico (e la cosa per l’epoca era davvero inaudita). È lei che scrittura gli attori, che tiene la contabilità, che paga gli artisti a fine mese; lei quella che cerca “le piazze” e va a parlare con le autorità per ottenerne la concessione. È lei che suggerisce durante gli spettacoli, che recita come protagonista, senza concedersi né pause né riposo. È lei quella che vende i biglietti all’entrata e compila i borderò, versa i contributi e tiene i registri del bilancio.

Elena ha un fiuto davvero infallibile per gli affari, e la gestione del teatro in mano sua non sembra aver difetti. Amante del guadagno, ma anche parsimoniosa, non fa mancare mai nulla ai suoi attori: le loro paghe arrivano puntuali e sempre adeguate al loro impegno. È lei il loro punto di riferimento, quella alla quale chiedere ogni cosa, dai consigli privati ai favori personali. Oberdan, invece, svolge esclusivamente il suo ruolo d’attore, non volendone saper nulla di tutto il resto.

Esigente e ambiziosa, ha voluto una Compagnia di attori bravi e dignitosi e così è stato: ha scritturato tutti “figli d’arte” provenienti da una lunga tradizione teatrale: i D’Antoni (Jole e Luciano), Tina Croce Carani, il vecchio Sante Marchesini con i figli Emilio e Raffaello.  La nuova Compagnia Nistri è una compagnia di media importanza: non sfida i mostri sacri che occupano le piazze metropolitane, ma non si confonde certo con i guitti che tanto spesso s’incontrano per strada. Elena e Oberdan detestano la guitteria, il vestire raffazzonato, l’entrare in scena alla meno peggio, il trucco sciatto. Elena compra abiti eleganti, fondali scenici coerenti alla messa in scena, vuole attori puntuali alle prove e sempre preparati sul palcoscenico.

La direzione artistica è affidata a Oberdan: è lui che ha nel sangue l’arte teatrale. È Oberdan che conduce le prove, istruisce gli attori; lui che sceglie il repertorio e la scelta ricade sempre su opere impegnative, talvolta superbe. La maggior parte dei lavori sono basati su un protagonista maschile ed è Oberdan il pilastro della scena: ora è Cecco Angiolieri, ora è Jago, ora Paolo o Scarpia, il cardinale de’ Medici, Amleto...

Elena, di volta in volta, lo affianca come prima attrice, impersonando Mila di Codra, Gigliola, Tosca, Francesca da Rimini, Pia de’ Tolomei, Desdemona, Ofelia ma soprattutto  Anna, la protagonista de La Nemica di Niccodemi, il lavoro in cui Elena dava tutta se stessa, un’opera basata interamente su una figura femminile.

La Nemica è il suo dramma, quello che sembra scritto su misura per lei. È la storia di un amore (di una madre per un figlio) così totale che ne esclude un altro. È la storia di un amore ingiusto, immotivato, che crea classifiche, sensi di colpa, conflitti insanabili. È la storia di una passione incontrollabile e violenta, che non lascia spazio alla ragionevolezza. La Nemica è il dramma di un conflitto interiore tra la madre che ama e quella che adora. È la tragedia di un figlio che identifica nella propria madre una nemica, dalla quale – contro ogni legge – si sente rifiutato.

Ed Elena non poteva non ritrovare tutta se stessa in quella donna tanto folle da essere odiata per il suo troppo amore.

 

il coraggio del sacrificio e della rinuncia

Elena compiva, ogni giorno, scelte di troppo amore, oltre che di lungimiranza. All’epoca, ogni rampollo dell’oligarchia comica cresceva sul palcoscenico, osservando i genitori recitare, fino a che, divenuto “adulto” (12-13 anni!!!), vestiva lui stesso gli abiti di scena. Una vita dura quella dei figli d’arte, senza una casa, un paese, senza amici fatta eccezione dei compagni d’arte, senza possibilità di relazioni stabili. I bambini si addormentavano tardi, dopo lo spettacolo, dormivano tutta la mattina, e poi vagabondavano tra il bar e il teatro, senza mai la possibilità di andare a scuola.

Nessun capocomico avrebbe mai scelto una vita diversa per i propri figli: non avrebbe potuto né voluto. Non avrebbe potuto perché mantenere un figlio in collegio era troppo dispendioso e dunque impensabile per chi, ogni giorno, guadagnava il necessario per sopravvivere; e inoltre non avrebbe neppure voluto, dato che i figli rappresentavano forza lavoro: erano attori validi, fedeli alla compagnia e a costo zero.

Elena, al contrario, ebbe subito l’intuizione che la cultura fosse essenziale per poter esercitare a pieno la propria libertà. A sue spese aveva compreso come il vivere attimo per attimo, senza mai preventivare il futuro, fosse una scelta pericolosa e non adatta a tutti. Ai suoi figli voleva garantire un avvenire più stabile, una condizione sociale privilegiata. A tal fine, pur con sacrifici enormi e continue rinunce, iscrisse i due figli avuti da Oberdan (Mara e Mauro) nei migliori collegi della Toscana, garantendo loro una “casa”, cibo, riscaldamento, oltre che un’istruzione. I suoi due figli furono tra i pochissimi privilegiati a non essere trascinati nel via vai del nomadismo attorico, sempre in bilico tra gloria e miseria, esposto alla strada e ai suoi rischi. Guidata dall’amore di madre e da un fine intuito, Elena comprese forse che il mondo dei “vecchi comici italiani” era prossimo alla fine e che non avrebbe potuto garantire un futuro dignitoso a coloro che lei amava. Li sottrasse all’arte ma anche allo sconforto di chi, da lì a poco, avrebbe visto crollare il proprio mondo.

E la sua intuizione, anche in questo caso, colse nel segno: con la fine degli anni ’50 (con il dilagare del cinema e l’avvento della televisione) la quasi totalità delle Compagnie girovaghe si vide costretta a metter fine alla propria avventura e a “fermarsi”, vale a dire, nella mentalità degli eterni nomadi, a morire. Anche in questo caso, Elena, con il coraggio di chi crede di uscire sempre vincente dal duello con la vita, non attese una morte lenta e una dolorosa agonia, ma nel 1958, con una scelta irreversibile, sciolse Compagnia e decise di rinunciare al suo sogno di bambina, ai tanto desiderati applausi, alle sue eroine tragiche, al vanto di chi, dal nulla, può dire di essersi disegnata un percorso di vita inimitabile.  Decise di rinunciare e…tornare


 

Compagnia Nistri (1947ca)da destra seconda fila: Raffaello Marchesini, Neda Nistri,uomo non identificato, Carlo D'Antoni, Emilio Marchesini,Sante Marchesini, Luciano D'Antoni, Manlio Nistri, donna non identificata, da destra prima fila: Elena Balestrelli, Iole D'Antoni, anziana non identificata (collezione privata Mauro Ballerini)

Oberda Nistri e Elena Balestrelli (di spalle) in una magnifica posa del "Don Carlos" (1941) (collezione privata Mauro Ballerini)
 

 

il coraggio del ritorno

Sì, Elena decise di tornare al paese della sua infanzia, di fermarsi lì dove era cresciuta e dove vivevano i suoi fratelli. Di tornare a testa alta tra la gente che l’aveva un tempo maledetta, l’aveva giudicata una “poco di buono” e ancora la guardava con sospetto avendo lei osato confondesi con gli attori, superare i limiti imposti alle “donne per bene”. Considerata corrotta come ogni attrice, veniva tenuta alla larga dalle compaesane di “sani principi”. I suoi stessi figli erano considerati “figli della colpa”, nati da un’unione illegittima e tra loro inconcepibilmente fratelli e cugini allo stesso tempo. Ma lei tornò con il coraggio della sua diversità, di chi non è mai stato “come gli atri”. Tornata, non abbandonò i suoi cappelli con veletta, la sua dizione pulita, le sue lunghe collane. Elena non abdica ed è questa la sua forza.

Il carro di Tespi intanto rotolò sordo in una triste discarica di roba vecchia. Il sipario si chiuse e la scena restò deserta. Ma per Elena l’autunno non sopravvenne, perché lei ogni giorno rinasce nuova, come un’eterna primavera.

Senza perder tempo reinventò la propria vita. Prese a gestire un bar, poi un ristorante, mettendovi a lavoro figli e marito. Ha pochi soldi e senza scrupolo li chiede in prestito a chiunque possa darglieli. Per pagare i debiti, vende vino rancido e dorme sui tavoli del bar pur di affittare un posto letto. A guardarla in azione a volte sembra un uomo tanto è disinvolta: come un uomo inventa mestieri, risolve situazioni, investe denaro, gestisce e ridistribuisce ricchezza.

E la sorte riprende subito a girare in suo favore. Dopo alcuni anni di duro lavoro e poco successo, Elena ha deciso di cambiare attività: ha comprato un negozio di scampoli e nel giro di poco tempo ha sbaragliato ogni concorrenza. Il mestiere d’attrice le facilita l’impresa: giura circa la qualità indiscussa della propria merce, con un fare affabile e accondiscendente si dedica alle clienti più esigenti e più facoltose. Con freddezza si autofrattura le dita pur di ottenere denaro dall’assicurazione sugli infortuni. Se le frantuma dentro un cassetto, a sangue freddo, ma con quelle stesse dita, un attimo dopo, conta molto denaro. Fattura il falso, compra a poco e vende a molto, intrappolando le malcapitate clienti dentro la sua bella bottega variopinta. Ha roba pregiata Elena e le nuove case del paese si fregiano volentieri di broccati, cuscini di seta, lenzuola ricamate.

Lei segue l’onda, l’asseconda, la gonfia.

Esce presto la mattina e gran parte della giornata la vive fuori casa, sulla strada, nel luogo dell’esperienza. Ogni mattina fa una capatina in Banca. Entra spavalda, riverita da tutti, sorridente e prepotente: è l’unica donna del paese che firma assegni, paga cambiali, minaccia i direttori e intrallazza con i dipendenti. È una buona cliente la signora Elena Balestrelli, una di quelle che crea movimento di denaro e segue con attenzione l’andamento bancario. S’informa sugli interessi: non accetta che i suoi soldi non fruttino e sceglie sempre la strategia più redditizia.

Con una smania inesauribile compra e vende case, le ammobilia e un attimo dopo le regala, così come sono, senza portar via nulla: probabilmente ne ha già comprata un’altra, più nuova e più vivace. Segue i lavori fin dall’inizio e tratta direttamente con i costruttori, anticipando soldi e chiedendo lavori extra. Non ha grosse pretese Elena, le bastano forse due complimenti al momento giusto e l’affare è concluso.

Intorno a lei, intanto, tutto è cambiato: le malelingue tacciono, i denigratori tessono elogi, la “figlia perduta” viene osannata come donna di fine intelligenza e indiscutibile fascino, come un esempio di emancipazione femminile. 

 

 

 

 

il coraggio di innamorarsi ancora

Io Elena Balestrelli l’ho conosciuta alla fine della sua vita, ma in lei non c’era traccia di vecchiaia: la vita le aveva davvero concesso più di quanto non sia solita concedere. “Chi è bello, è un benedetto dal Signore”, aveva sentenziato suo padre e così era stato. Ed Elena era bella, di quella bellezza rara che invece di escludere, accoglie ed illumina i propri interlocutori, li invita ad essere, a essere se stessi, a sentirsi vivi.

La ricordo anziana, con i suoi grandi occhiali da diva hollywoodiana, i suoi vistosi gioielli e una vestaglia rosso porpora. Il verde smeraldo dei suoi occhi non si era spento. Il suo sorriso, un po’ civettuolo, immutato. Era ormai avviata sul viale del tramonto, eppure era ancora innamorata, innamorata del teatro, del suo passato artistico di cui andava fiera, citando di continuo titoli di opere, battute e gag. Come ogni grande interprete, bastava un niente affinché lei, sfilandosi gli occhiali con un gesto quanto mai studiato, non iniziasse ad interpretare i suoi grandi cavalli di battaglia, con una voce impostata, quasi tremante per il  pianto trattenuto, con gli occhi persi in un altrove visibile solo a chi è baciato dalla Musa. I suoi occhi si bagnavano fintamente di lacrime vere e lo spettacolo riprendeva vita. E in quel suo trasformarsi, ciascuno poteva toccare con mano l’amore che aveva nutrito per l’arte.

Ma soprattutto l’ho vista innamorata di suo nipote, con l’intensità e il coraggio di un’adolescente. Lo aveva prescelto come erede di tutta la sua storia e gli aveva tessuto intorno una rete di sentimenti così forti ed inestricabili che lui viveva immerso nella sua persona. Ne parlava in ogni occasione e i suoi occhi si accendevano di passione, questa volta vera. Lo sorvegliava, lo inseguiva, facendo talvolta vere e proprie scenate di gelosie.  Ogni giorno gli donava un amore assoluto e senza limiti. Lo avvolge con il suo sguardo così come il cielo avvolge la terra. Non ne perde un sospiro e gli regala ogni suo battito.

 

 

la paura di morire

Solo una cosa Elena non aveva il coraggio di guardare negli occhi: la morte.

 Temeva la morte perché la riteneva incomprensibile. Non ne parlava mai, forse l’aveva rimossa, forse, nella parte più profonda di sé, si credeva invulnerabile.

È morta l’11 marzo 2002 a Manciano.

Mi fa tenerezza e spavento pensare questa donna, tanto coraggiosa e guerriera, vinta dalla sua grande nemica, dalla grande nemica degli esseri umani. Anch’io, forse, mi ero illuso che fosse immortale; anch’io forse, inconsapevolmente, ero entrato a far parte di quel pubblico che - in teatro - crede vero l’inverosimile. Anche con me la “diva” aveva sopraffatto la creatura mortale.

E invece, in un giorno di marzo, la scena è restata deserta. La prima donna è uscita di scena, per sempre.

Eppure sono certo che Elena non si sia arresa neppure adesso alla morte e che stia lottando, lottando come lei è solita fare, per non soccombere definitivamente.

Con questo mio omaggio, io ho deciso di combattere al suo fianco,  affinché l’ultima vera morte - l’oblio -  non s’impossessi di lei.

Fintanto che di lei ci sarà il ricordo, la signora Elena Balestrelli potrà non dirsi sconfitta e intonare ancora il suo canto di vittoria.