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La
carnalità con lui cessa di essere il simbolo della natura imperfetta
dell’uomo e diviene armonia. L’ attenzione e la conoscenza dell’anatomia
umana non trascendono mai nell’esasperazione artificiosa delle forme.Le sue
opere possenti non mancano di delicatezza, ovunque si legge il segno di una
mano che ha amato profondamente il proprio “lavoro”, il marmo –là ove di
questo si tratta- è stato fecondato dall’artista e gronda vita. Da sempre i
suoi lavori sono un esempio, un monito e insieme una lunga dissertazione sui
valori della vita e dell’uomo, che attraversando i secoli interroga
generazioni diverse e supera con il suo, le infinite differenze dei nostri
linguaggi.
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Confronto tra il
Crocifisso ligneo e il Cristo della Pietà Bandini |
Confronto tra il
Crocifisso ligneo e il David di Michelangelo |
Possibile che si possano trovare ancora opere inedite attribuibili al grande
maestro?
Lo
scetticismo è d’obbligo, come Paolucci stesso riferisce nella presentazione
del catalogo, ma esso non può e non deve esimerci dalla verifica.
Insigni
studiosi l’hanno fatto per noi scientificamente, sono quelli che hanno
affiancato Giancarlo Gentilini nello studio accurato dell’opera: Umberto
Baldini, Luciano Bellosi, Massimo Ferretti.
A loro
si sono affiancati per esami e ricerche tecnologiche specifiche:
Marco
Fioravanti del DISTAF Università di Firenze ha condotto l’ indagine TC
(tomografia computerizzata), che permette di esaminare in maniera
approfondita e non distruttiva sculture policrome dove il legno è coperto
dagli strati di colore;
Massimo
Giuliano del Dipartimento di Anatomia Umana normale dell’ Università degli
Studi di Firenze e Pietro A. Bernabei dell’Azienda Ospedaliera di Careggi
hanno condotto l’indagine sull’anatomia, rivelando nella loro relazione la
notevole precisione e attinenza alla realtà delle forme anatomiche della
figura del Cristo.
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Il volto del
Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo |
Il volto del Cristo
della Pietà in San Pietro |
Cito:
“L’arto inferiore è raffigurato con precisione assoluta. (…)
Complessivamente i muscoli dell’arto superiore sembrano rappresentati per
gruppi, in modo anatomicamente corretto e preciso (…) corretta
l’inclinazione dei fasci muscolari (…) lateralmente i grandi glutei
presentano l’infossatura tipica del sesso maschile (…) la tensione della
cute sulle sporgenze ossee, unitamente al rigonfiamento dell’addome nella
parte inferiore, genera l’impressione di un soggetto morto da almeno 24
ore.” E’ impressionante leggere la relazione e rendersi conto di quale
portata sia l’attinenza alla realtà del corpo del Cristo di questo
crocifisso, ed è immediato andare con la mente a quanto la storia ci ha
tramandato circa le esperienze fatte dal maestro sui corpi dei defunti
proprio nello Spedale del Convento di Santo Spirito.
Giancarlo Gentilini promotore dell’iniziativa, ha confessato nella
conferenza di presentazione, di aver visto quest’opera molti anni fa e di
aver avuto da allora in cuore l’idea della “paternità”, ma di aver lui
stesso messo a tacere questa “voce”, lasciato decantare l’entusiasmo, per
poter condurre nella maniera più oggettiva possibile lo studio necessario.
Nella
sue parole il racconto di una ricerca accurata, della scrupolosa
ricostruzione storica per trovare le tracce, gli elementi d’incastro che
permettessero di avvallare l’ipotesi, confermare quando e come l’artista si
fosse cimentato con opere di questo tipo.
Gentilini ha ricordato come le ricerche storiche abbiano documentato che
nell’ultimo decennio del Quattrocento quasi ogni scultore fiorentino si sia
cimentato con la realizzazione di crocifissi lignei, anche di piccolo
formato, sia le botteghe d’intaglio dei Sangallo e dei Da Maiano, sia
artisti quali Baccio da Montelupo e il Torrigiano coetanei di Michelangelo e
come lui frequentatori del Giardino mediceo di San Marco. Come il filo di
Arianna dipana la storia di fronte ad un pubblico attentissimo: ci riporta
in quegli anni, all’amicizia di Buonarroti con Baccio da Montelupo,
specialista nella realizzazione di crocifissi di grande e piccolo formato ed
inoltre assai legato agli ambienti savonaroliani), cui dobbiamo la
diffusione del crocifisso come immagine privilegiata del culto domestico,
forse intorno al 1945 Michelangelo poteva aver ricevuto richieste per opere
di questo tipo dai suoi committenti quali i frari di San Domenico a Bologna
o, dopo il rientro a Firenze, da Lorenzo Pierfrancesco de’ Medici…, ma forse
è più accreditabile pensare che tale attività egli l’abbia svolta presso la
bottega di Benedetto da Maiano, dove sappiamo che fu attivo fino al 1492 e
con la quale collaborò anche dopo la morte del Magnifico (1492) fino alla
fuga a Bologna (1494), ma anche dopo il suo rientro a Firenze nel 1495 fino
alla sua partenza per Roma nel giugno 1496. Affascinante dettaglio,
l’inventario della bottega di via dei Servi redatto nel 1947 alcuni mesi
dopo la morte di Benedetto, nel quale sono elencati ben sette piccoli
crocifissi…troppi perché l’anziano maestro abbia potuto intagliarli tutti di
propria mano… potrebbero quindi essere stati realizzati da validi
collaboratori della bottega, quali Leonardo del Tasso e il padre di Chimenti
di Francesco..e perché no, Michelangelo stesso. L’ipotesi è avvallata
dall’esistenza di numerosi esemplari che riproducono la tipologia del
crocifisso in esame.
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La parte posteriore
del Crocifisso |
Il Crocifisso ligneo,
particolare |
La perfezione
anatomica del Crocifisso |
La sua
esposizione parte da un tecnicismo storico, freddo e didascalico, preciso e
attento fino alla maniacalità, per stemperarsi nella passione dello storico
d’arte che ama il proprio lavoro, che si nutre di ricerca, ma vive e respira
le opere d’arte che studia, e la descrizione -ormai appassionata- di altre
opere del maestro per richiami e confronti, sembra quasi materializzarle per
i presenti.
Fin qui
il lavoro degli esperti, ma a noi come appassionati resta la parte più
gustosa e interessante: l’opera stessa.
Nella
sala maggiore degli ambienti recentemente recuperati nei sotterranei, il
crocifisso attribuito a Michelangelo, datato secondo gli studiosi sopra
citati 1495, è esposto insieme a due crocifissi coevi: uno di Giuliano da
Sangallo, l’altro di Baccio da Montelupo.
Senza
niente togliere alla pregevole fattura di queste due opere, l’impatto con il
crocifisso ligneo in tiglio è notevole.
Tutte
le descrizioni e le dissertazioni ascoltate non preparano all’immediatezza
dello spettacolo che ti si para dinanzi agli occhi. Nella quiete dei
sotterranei, lontani dai rumori del traffico cittadino, immersi in una luce
discreta ed efficace al tempo stesso, ci sorprende l’indiscutibile bellezza
di questo crocifisso dalle dimensioni ridotte ma di grande potenza
espressiva.
La teca
in vetro ci consente saggiamente di poter girare intorno alla scultura,
coglierne ogni lato, ogni possibile angolatura (proprio come avrebbe gradito
il maestro).
Il
corpo possiede un’armonia e una possanza notevoli, il dorso forte e bello
pur nella sofferenza della posizione, le natiche piene, le cosce perfette ,
le mani affilate, eleganti, i nobili tratti del volto che richiamano
esplicitamente quelli del Cristo della Pietà.
Non sono certo io che
posso stabilire se quel crocifisso sia o no nato dalle mani di Michelangelo,
(anche se i palpiti del mio cuore non hanno dubbi), ma posso affermare con
sincerità e senza temere smentita, che è un’opera da vedere, una scultura
che merita il nostro interesse e la nostra attenzione.
Di
fronte ad essa lo scetticismo si è trasformato in stupore e lo stupore in
gioia, quella gioia che nasce dal godimento della bellezza.
Se fu
un Michelangelo ventenne a scolpirla, in esso si possono già ravvisare
molti degli elementi della sua espressione futura e in questa scultura che
raffigura la fine del ciclo terreno di Gesù un duplice presagio: come il
Cristo crocifisso - per coloro che sono credenti - è il simbolo di una vita
terrena che si chiude e di una vita celeste che inizia, così quest’opera
artisticamente conclusa in poco spazio, prelude a un futuro da gigante per
l’artista che l’ha realizzata.
In essa
ho trovato il richiamo della grandezza che “t’inginocchia” quella che ti fa
sentire piccolo e al tempo stesso fiero di esser parte di un’umanità che in
mezzo alla sua ferocia e alla sua miseria, riesce a nutrire ingegni capaci
di simili opere.
Sulla
soglia uscendo, mi voltai: ancora uno sguardo, l’ultimo? No, pensai….ci
vedremo ancora.
Fernanda Masetti Fedi
Le
immagini sono tratte dal volume: “Proposta per MICHELANGELO GIOVANE, Un
Crocifisso in legno di tiglio” edito da Museo Horne, Firenze
Nota:
L’opera è in mostra a Roma, Camera
dei Deputati - Sala della Regina
dal 23 dicembre 2008 al 23 gennaio 2009
Orario: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00 (ultimo ingresso alle 18,30)
Ingresso: libero da Piazza
Montecitorio |