Così umana, così divina

Un’inconsueta Madonna di recente attribuzione a Donatello

 

di Fernanda Masetti Fedi

“…Nella chiesa  medesima (1) sotto il tramezzo, a lato della storia di Taddeo Gaddi , fece con straordinaria fatica un Crucifisso di legno, il quale quando lo ebbe finito, parendogli aver fatto cosa rarissima , lo mostrò a Filippo di ser Brunellesco suo amicissimo, per averne il parere suo; (…) Filippo, che liberalissimo era, rispose che gli pareva che egli avesse messo in croce un contadino e non un corpo simile a Gesù Cristo (…) Udendosi mordere Donato, e più addentro che non pensava, rispose: <Se così facile fusse il fare come il giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo e non un contadino: però piglia del legno e pruova a farne uno ancor tu>. Filippo, senza più farne parola, tornato a casa sua, senza che alcuno lo sapesse, mise mano a fare un Crocifisso (….) Entrato dunque Donato in casa, giunto che fu in terreno, vide il Crocifisso di Filippo a buon lume, e fermatosi a considerarlo, lo trovò così perfettamente finito, che vinto e tutto pieno di stupore (….) esclamò < (…) a te è conceduto fare i Cristi, et a me i contadini>  (Vasari, Le vite)

 

Chi volesse dar credito a questo gustoso aneddoto, riferitoci da quell’impareggiabile cronista d’ingegni che fu Giorgio Vasari, in cui Donatello si attribuisce una certa rozzezza di esecuzione, non ha che da soffermarsi, nella stessa chiesa di Santa Croce in Firenze in cui si trova il crocifisso ligneo, ad osservare l’Annunciazione ivi realizzata in “pietra di macigno” dalla stesso Donatello. L’infinita grazia della Vergine impaurita dall’improvvisa apparizione dell’angelo, la dolcezza con cui muove la persona ad ossequiare chi la visita, l’espressione di umiltà e gratitudine che le si legge in volto, lo splendido panneggio degli abiti suoi e dell’angelo…tutto in quest’opera ci parla della maestria di Donatello e della sua capacità di “modellare” la pietra traendone immagini leggiadre, d’inconsueta bellezza e delicatezza.

Vasari stesso in proposito dice “e mostrò tanta facilità ed artifizio in questa opera, che insomma più non si può, dal disegno e dal giudizio, dallo scarpello e dalla pratica, disiderare”.

Ma Donatello non è solo questo, è anche grande forza espressiva, capacità interpretativa.

E quel Cristo dolente, forse troppo umano agli occhi del Brunelleschi, è invece profondamente vicino a noi, incarnando fino in fondo la sua realtà terrena senza niente togliere, ma anzi sublimando quanto di divino c’è in lui.

Tutto questo e molto altro ancora deve essere passato nella mente di Federico Zeri quando negli anni 90 vide il marmo oggetto di questo scritto, presso l’antica tenuta Saccoccia nei pressi di Mentana: l’invenzione ardita e singolare, la complessa, sofisticata e quasi sprezzante lavorazione a “stiacciato”... in essa ravvisò probabilmente “una mano e un vissuto”, da qui l’intuizione preziosa.

Le più grandi acquisizioni muovono spesso da un’intuizione, da uno sguardo attento e fin’anche innamorato, dalle peculiarità stilistiche e compositive ravvisate, ma il “lampo” -sia pur geniale- non basta, è necessario la conferma rigorosa e attenta, che si ottiene grazie alla ricerca paziente, devota e soprattutto onesta, di studiosi capaci d’incrociare gli innumerevoli segni lasciati dalla storia, con un lavoro silente e alacre, dedicando la propria professionalità al compito grave ma esaltante di ridare un nome e con esso una paternità certa alle opere d’arte, togliendo esse da quella sorta di “ anonimato storico-artistico” in cui giacciono e completando con esse a sua volta il ritratto dell’artista.

Ma veniamo all’opera che torna di attualità dopo un sapiente restauro.

Si tratta di un rilievo marmoreo raffigurante la Madonna fra tredici cherubini in atto di porgere due corone, recentemente attribuito a Donatello..

Una figura insolita, severa e dolce, austera e materna: forte come il marmo di cui è fatta, sovrana e umile ad un tempo; incredibilmente umana sotto il peso di quelle vesti che quasi sembrano pesarle addosso, con quella gamba flessa che denuncia apertamente un corpo robusto; assolutamente divina nel rigoroso profilo del viso incorniciato dall’aureola, nel velo improvvisamente leggiadro che scende sul petto, nell’articolazione della mano.

Si rimane stupefatti di fronte a quest’immagine immersa in un chiarore sovrannaturale: la maestria dell’esecuzione è evidente anche per i profani, ma ancor di più stupisce la fusione di questo contrasto fra divino e terreno: un’immagine che parte forte, pesante, basti tornare a guardare quella gamba ben modellata sotto le vesti e quel piede che spunta da esse, l’immagine di una donna che ha la forza –anche fisica?- di portare un enorme fardello e che, pur china sotto il peso, trionfa sulla sua natura umana –tanto da poggiare un piede sulla testa di un cherubino- e assurge al divino nell’espressione regale del volto, nella posa ardita delle mani che reggono le corone.

E’ una Maria che conosce la sofferenza umana e l’amore divino, sa che non c’è gloria nel dolore, ma sa che l’amore e la fede possono portare l’uomo oltre i propri confini, sa che il rispetto di se stessi e della propria missione sono gli unici in grado di conservarci la dignità profonda del nostro essere.

Maria non sorride, eppure l’immagine emana una dolcezza profonda.

E’ l’emozione che solo i grandi artisti sanno regalarci. Ci leggiamo la firma di Donatello.

Ma l’emozione non basta per attribuire un’opera: qui comincia il lavoro degli storici, la ricerca, l’attenta valutazione, l’incrocio di numerosi scritti, rilevazioni, osservazioni.

Un lavoro severo e attento presentato il 15 giugno 2005 a Roma a Palazzo Venezia, da Giancarlo Gentilini  insieme  a Marco Pizzo, che hanno ricostruito con ricchezza di dettagli il percorso che ha consentito di riconsegnare senza dubbi quest’opera alla mano di Donatello riconducendola alla grande lunetta raffigurante la Triplice incoronazione di Caterina da Siena, facente parte del monumento sepolcrale edificato intorno al 1430 nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva.

Come in un giallo in cui fin dall’inizio abbiamo avuto sotto gli occhi l’assassino e gli indizi della sua colpevolezza, così l’attribuzione di quest’opera trova conferma in una lettera del 1592 pubblicata nel 1766 nella “Raccolta di Lettere sulla Pittura, Scultura ed Architettura”, opera fatta stampare a Roma dal canonico Giovanni Bottari.

La lettera , datata 28 aprile 1592, fu inviata al collezionista fiorentino Baccio Valori, appassionato estimatore e collezionista di sculture donatelliane, da Marcantonio Dovizi suo agente a Roma:

Tornai a rivedere, e considerare meglio quelle figure di Donatello; e con l’informazione del padrone di esse trovai che la figura di mezzo è S. Caterina da Siena che sta devota inginocchione con le mani giunte. Dalla banda destra di lei la Madonna, che con una mano tiene alzata una corona per metterle in testa, e con l’altra mano un’altra corona tiene sopra il petto. Dalla sinistra N .S. Gesù Cristo, il quale porge la palma della mano destra aperta, e con la sinistra tiene pure una corona sopra ‘l petto; e intorno a queste tre figure sono circa 18 Cherubini”

Seguono le misure dell’opera che concordano perfettamente con la porzione di marmo rinvenuto unitamente a notizie circa il possibile costo di acquisto.

La lettera era pubblicata dal 1766, il marmo “vagava” dal 1579??  Come messaggi in bottiglia affidati alle onde del mare, aspettavano chi potesse metterli in relazione e rintracciare tutta la serie degli elementi che consentisse l’attribuzione certa dell’opera.

In un’esposizione decisamente fluida e gradevole nonostante la ricchezza dei contenuti, Giancarlo Gentilini ha ripercorso le tappe di questo cammino, che brevemente riassumo.

Le righe sopra esposte consentono di affermare che il marmo è porzione di una lunetta raffigurante la  “Triplice incoronazione di Caterina da Siena”, un’iconografia inusuale ma di cui il professore ha ricordato le fonti agiografiche e figurative quattrocentesche, quali ad esempio la xilografia che illustra il Dialogo de la seraphica Vergine Sancta Caterina de la Divina providentia (Venezia 1494), la bella miniatura conservata nella Biblioteca Palatina di Parma ispirata alla Vita di Caterina da Siena (legenda maior) redatta tra il 1385 e il 1395 poco dopo la sua morte, dal suo confessore Raimondo da Capua,  Maestro Generale dell’ordine domenicano e priore della Minerva, ed infine la trascrizione databile 1568-69 (riferita da Alonso Cachòn) di un’epigrafe posta presso il sepolcro della Santa che recita “Virginitas doctrina fides santissima vita/ aureolam capiti dant Caterina tuo/ alma precor Christum dominum dignare rogare […]” rispecchiando quanto raffigurato nella lunetta.

Le tre corone  di argento, argento e oro, oro puro e gemme, -presenti anche nell’iconografia del primo martire domenicano San Pier Martire, alludono a qualità accidentali quali verginità, dottrina, fede o martirio, che non sono necessariamente sinonimo di santità, espressa dall’attributo del nimbo,  dettagli che confermano l’appartenenza della lunetta al sepolcro eretto nel 1430 prima della canonizzazione di Caterina avvenuta nel 1461.

La data concorda perfettamente con il soggiorno di Donatello a Roma, dove risulta presente dal 1430 e con maggiore continuità fra il 1432 e il 1433.

Come sono giunti questi marmi a noi? La storia del sepolcro fornisce gli elementi mancanti.

Il primo sepolcro di Caterina era stato eretto in Santa Maria sopra Minerva, nella prima cappella a destra dell’altar maggiore, nello stesso anno della morte di Caterina, 1380, per volere del  priore della chiesa e suo confessore, Raimondo da Capua, modificato poi nel 1430 per volontà del fiorentino Antonino Pierozzi (allora priore della Minerva), ulteriormente arricchito dopo la canonizzazione di Caterina per volere del Cardinale Angelo Capranica (un anonimo componimento poetico dell’epoca recita che nel 1466 le sacra ossa –di Caterina- de hac lapidea fossa extant ablata et super altare translata) e poi quasi completamente demolito nel 1573/79, allorché la cappella fu dedicata alla Madonna del Rosario. Poiché la cappella dal 1449 era sotto il patronato della famiglia Capranica è plausibile supporre che una parte dei marmi fossero finiti a palazzo Capranica e da li abbiano poi facilmente preso la strada della commercializzazione privata.

Del sepolcro di Caterina nella chiesa oggi rimane solo la figura giacente della “Beata Caterina” (riferibile al monumento del 1430) posta sopra un sarcofago aggiunto nel 1461.

Come si vede sono numerosi e di categorie molteplici i “tasselli” che devono combinarsi fra loro per consentire di dare un nome e una data “al sentimento intuitivo”, per regalare a noi il quadro finale. Noi non possiamo che restare affascinati dalla sapienza che si nasconde dietro tale “assemblaggio”, consci dell’importanza che tali ricerche siano affidate a “mani” scevre da ambizioni e interessi personali,  a persone “innamorate” di questo lavoro, perché niente come un amore sincero esige verità e chiarezza.

 

….chi è l’autore della figura giacente della “Beata,Katerina”? Non lo sappiamo ancora, ma vogliamo sperare che continui lo studio e il lavoro per rubare all’oblio un altro granello della nostra storia  (e turbare i nostri cuori con l’emozione che cavalca i secoli: la storia dell’arte).

 

(1)- Santa Croce in Firenze

 

 

Il bassorilievo attribuito al Donatello

Il dolcissimo volto della Madonna

La Madonna sostiene una corona con la mano