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Come in molte città, specialmente quelle più antiche,
anche Firenze ha una parte di storia scritta sui palazzi: chi di noi non si
è trovato almeno una volta col naso in aria a tentare di decifrare o
comprendere un’iscrizione su uno dei tanti edifici della nostra città.
Epigrafi e lapidi ci raccontano e ci ricordano fatti importanti che si
voleva porre all’attenzione pubblica o tramandare a futura memoria.
Sia le epigrafi - dal greco epigraphein cioè scrivere
sopra - che le lapidi, dal latino lapis lapidis cioè pietra, sono
iscrizioni su materiali resistenti fatte appunto per sfidare il tempo e la
storia, commemorando un defunto o celebrando un evento. Essendo lo spazio
limitato e spesso ristretto, esse debbono essere molto ben congegnate al
fine di risultare efficaci nel messaggio che intendono comunicare.
Esse ci hanno rivelato molte cose del nostro passato:
in Grecia esistevano dal V - IV sec a.C.; durante l’Impero Romano erano
assai frequenti, e spesso vi erano riportate anche leggi. A Firenze stessa
basta andare a P.za Strozzi, Via Ghibellina, Borgo Ognissanti per trovare
lapidi con leggi di Magistrati (Otto di Guardia e Balia).
A Firenze ne troviamo davvero molte e di tutti i
generi, sono un piccolo spaccato di vita, a partire dall’epoca medievale,
attraverso il rinascimento fino all’epoca moderna: l’ultima infatti è quella
posta su Palazzo Vecchio nel 1992 a ricordare la moglie del giudice
Borsellino, Francesca Morbillo e di un’agente della scorta Manuela Loi.
Due donne appunto e di questo volevo parlare, delle
donne che Firenze, o meglio i suoi cittadini, hanno consegnato a futura
memoria con queste iscrizioni dimostrando uno spirito decisamente moderno in
epoche in cui la donna era importante nella sfera del privato (moglie di,
mamma di..), mentre la vita pubblica era deciso appannaggio dell’uomo. In
un’epoca piena di sondaggi e statistiche non possiamo esimerci dal farne una
piccolissimo accenno per dire che la donna più celebrata (anche in fatto di
lapidi) di Firenze è senza tema di confronto Maria. In una città in cui la
devozione mariana è stata molto importante, in cui il capodanno era fissato
il 25 marzo (ricorrenza dell’Annunciazione) e che ha continuato a
considerarlo tale anche dopo che la riforma del calendario di Papa Gregorio
XIII° nel 1582 lo fissava per il 1° di gennaio (fin quando un decreto del
20.11.1749 di Ferdinando Lorena apposto su lapide sotto la loggia dei Lanzi
ne obbligò definitivamente il riconoscimento), non ci stupisca questa
ricchezza di dediche con poesie, canti e preghiere.
Per equiparare rapidamente sacro e profano, citiamo
invece la lapide posta sul pianerottolo della Biblioteca Marucelliana che
ricorda l’origine romana di Firenze citando Pallade Athena (Minerva), dea
guerriera raffigurata con lo scudo, presente spesso nelle battaglie
mitologiche, protettrice di cultura e sapienza ma anche delle arti femminili
come ad esempio il ricamo (una femminista all’Olimpo?).
Ghiotta ulteriore modernità di queste lapidi sta nel
fatto che non sono dedicate esclusivamente a sante o personaggi importanti,
ma anche a persone comuni, come ad esempio quella che “dovrebbe” essere la
più antica: posta nel 1300 (come recita la scritta) , in Via G. da
Verrazzano nei pressi di S.Croce. In essa un certo Sig. Ugolino celebra il
proprio viaggio a Roma per l’indulgenza indetta da Bonifacio VIII. L’impresa
non era da poco e chi vi riusciva ne faceva un vanto, come questo signore
che appose appunto una lapide per comunicare alla cittadinanza l’evento,
iscrizione dedicata ai letterati e perciò in latino, mentre l’ultima frase
in volgare – e pertanto rivolta al popolo - precisa che “andovi Ugolino co
la moglie” dimostrandoci così come egli avesse ritenuto di conforto e
sostegno la presenza della consorte. Ecco comunque la trascrizione integrale
del testo, per apprezzarne la complessità e particolarità:
Lapide in Via G. da
Verrazzano:
Ad perpetuam memoriam pateat
Omnibus
evidenter hanc paginam inspecturis
Quon omnipotents Deus in anno Domini
Nostri Iesu Christi MCCC specialem
Gratiam
contulit Crhistianis. Samsepulcrum,
quod
exiterat a Saracenis ooccupatum,
reconvictum et a Tartaris et
Christianis,
restitutum et cum eodem anno fuisset
papa Bonifacio solepnis remission
omnium peccatorum v idelicet culparum
et
penarum omnibus euntibus Roma indulta;
multi
et Christianis Tartaris, addictam
indulgentia
Roman accesserunt
e andovvi Ugolino co la moglie
Con questa lapide, che sembra essere fra le più
antiche, un uomo celebra non solo un avvenimento per lui importante, ma la
presenza della sua donna e lo fa usando una lingua che tutti possono
comprendere. Un omaggio alla donna davvero insolito.
Non è che un esempio. Di solito non ci facciamo caso,
raramente ci fermiamo a leggerle, eppure ce ne sono di veramente curiose. A
me è capitato per caso, sbirciando le finestre di casa di un’amica in attesa
che si affacciasse: quel giorno i miei occhi si sono fermati sull’iscrizione
che sta su quel muro da secoli, è lì che ho scoperto l’iscrizione di messer
Ugolino. E’ stata una rivelazione e da li è nata una sorta di curiosità ed
ho fatto una piccola ricerca, trovando in questi messaggi di pietra, notizie
e personaggi davvero particolari. Di alcuni di loro, o dovrei dire di
alcune di loro, perché ho privilegiato le iscrizioni che parlavano di
donne, ho cercato altre informazioni ed ho ricostruito con brevi pennellate
la loro singolarità o le doti che avevano fatto si che, in periodi in cui al
mondo femminile veniva dato poco spazio, alcune fossero addirittura
celebrate con una lapide.
Passiamo adesso ad una lapide che ci porta a scoprire
una storia romantica, la storia di un amore impossibile.
MARIA MADDALENA TRENTA
Si tratta di una
lapide che si tramanda grazie ad una lettura fatta nel 1874 alla Reale
Accademia Lucchese di lettere scienze ed arti. E’ posta in piazza della
Libertà, sopra l’antica Porta S.Gallo: non quella piccola che ricorda la
costruzione della porta stessa, ma quella grande risalente al marzo 1708, e
commemora l’ingresso del re Federico IV di Danimarca e di Norvegia in
città. Era il figlio di Cristiano V e di Carlotta Amalia d’Assia, visse dal
1671 al 1730, fu complessivamente un buon re, ma si dice che ebbe una vita
sentimentale molto turbolenta.
Dai libri di storia
sappiamo che sposò Luisa di Meclenburgo, non fu felice, ebbe parecchie
relazioni illecite e infine sposò Anna Sofia Reventhlow e la fece regina
alla morte della prima moglie. Facendo qualche passo indietro fino al 1692,
troviamo il buon Federico, allora principe, in soggiorno a Firenze, da cui
mosse per Lucca ospite di feste nei più bei palazzi lucchesi, ovviamente
incontrò molte giovani e belle donzelle, fra cui spiccava la
bellissima Maddalena Trenta.
Arricchitisi con il
commercio di seta lavorata, gioielli, pellicce e tessuti, i Trenta erano
letterati, vescovi e umanisti; avevano fatto splendidi matrimoni e la loro
consistenza economica era cresciuta, aprendo loro porte un tempo proibite a
dei semplici mercanti.
I due giovani
s’innamorarono ma fu una favola senza lieto fine: li divideva la distanza
sociale che resta comunque fra la figlia di gentiluomini e un futuro re; e
la religione: lui luterano, lei cattolica. Nessun lieto fine era possibile e
infatti ben presto Federico rientrò in patria, lasciando Maddalena nel più
profondo dolore oltre che in una difficile posizione sociale… i commenti
sulla vicenda abbondavano, e per la giovane fanciulla e la sua famiglia non
furono momenti facili.
La profonda delusione
per quell’amore negato dalle convenzioni politiche e sociali, portò
Maddalena a scegliere il velo ed entrare in convento nel Monastero di S.
Maria Maddalena de’ Pazzi in Borgo Pinti, “via delle monache” diventando
Suor Teresa.
Passarono molti anni
ma nel 1708 Federico IV ritorna in Italia e poi a Firenze. S’informa di
Maddalena (che evidentemente non aveva dimenticato) e mette in non poco
imbarazzo Cosimo III e l’arcivescovo chiedendo di poter parlare con la
monaca. Ad un re è difficile dire di no… gli uomini non poterono, ma poté la
donna. Ma non vi fu nessun colpo di scena, nessun turbamento e nessuno
scandalo. La cronaca del tempo ci racconta che dal colloquio il re uscì
visibilmente commosso, gli occhi arrossati e un fazzoletto fra le mani… cosa
si siano detti non si sa, non lo sapremo mai, ma sembra che suor Teresa
abbia regalato al re un crocifisso invitandolo ad abbracciare la fede
cattolica.
MADRE CICALA
Ci sono persone che si lasciano inibire dalla proprie
mancanze, ed altre che invece ne fanno strumento per superare i propri
limiti e raggiungere i propri obiettivi. E’ il caso questo di Madre Cicala
che non essendo capace di leggere e scrivere dettava gli appunti con i
propri pensieri, le idee, le considerazioni religiose, i dialoghi con
personaggi importanti e non, i propri messaggi a parenti ed amici, le
profezie, le lettere che avrebbe potuto ma non poteva scrivere.
Se il suo nome di ancella del Signore suona assai
celestiale “Suor Maria Paradiso”, altrettanto intrigante suona l’appellativo
di “Madre Cicala” con cui fu maggiormente conosciuta, ma se di cicala si
parla, ben poco ci si raffronta con il personaggio ilare e canoro della
favola, per riferirsi invece alla grande quantità di cose da comunicare ed
alla forte personalità del soggetto.
A Firenze, in via di
Ripoli troviamo un busto eretto a Suor Domenica dal Paradiso: “Madre
Cicala”, che qui nacque l’8 settembre 1473. Domenica Narducci, ortolana ed
analfabeta, detta “Madre Cicala” non sapendo scrivere, dettava. Di lei
rimangono un centinaio di lettere a parenti, confessori e figli spirituali;
venti sermoni trascritti alla lettera ed altri compendiati, perché
predicava; una trentina di visioni e rivelazioni. Il tutto si colloca fra il
1506 ed il 1548. Ma non è tutto, compone anche opere di tutto rispetto: Il
Dialogo, la visione del Tabernacolo, una sorta di colloquio con Dio Padre e
la Madonna, sul tema della riforma della Chiesa; la risposta a Domenico
Benivieni dell’anima al corpo, in cui la monaca precisa all’illustre
filosofo quale sia la funzione della carne nella vita secondo lo spirito; il
trattato di etica, la regola per le consorelle….Non è certo poco per una
donna di nessuna cultura.
Di lei non ci deve sfuggire l’inclinazione alle
profezie, due delle quali vogliamo citare in particolare: previde l’arrivo
di carrozze senza cavalli, ossia le automobili, e avvisò che se un treno
sferragliante fosse passato sotto il duomo la cupola e quest’ultimo
sarebbero rovinosamente crollati.
Per
fortuna che la nuova autorità politica ha deciso per il tram, e chissà che
quest’antica profezia non abbia avuto una sua influenza su questa decisione.
A parte queste gustose cronache forse non
proprio attendibili, resta notevole l’ingegno di una donna che vide passare
dal suo parlatorio i nomi più illustri della Firenze del tempo. Non solo, fu
lei ad introdurre al Monastero della Crocetta l’arte di tessere oro ed
argento, come ad esempio la croce che le consorelle portavano ricamata sul
mantello e che le ricollegava alla confraternita di frate Savonarola,
ottenendone un notevole successo economico. Predicatrice e imprenditrice,
donna indubbiamente di notevoli risorse e intraprendenza, resta un effige da
non dimenticare. |

Federico IV, re di Danimarca e Norvegia

Firenze, Porta San Gallo

Lapide che ricorda la costruzione di Porta
San Gallo

Lapide su Porta S. Gallo che commemora
l'ingresso a Firenze del re Federico IV

Santa Maria Maddalena de Pazzi, vi entrò
monaca Maddalena Trenta |