Ligabue: i colori dell'estate

da Pontassieve a Siena due mostre celebrano l’artista in Toscana.

 

di Fernanda Masetti Fedi

Siamo abituati ai pittori che nascono e crescono prima nelle botteghe, poi nelle accademie, oppure apprendendo negli studi di altri artisti…ma quando l’arte si manifesta in un mente disturbata, autodidatta, quando nasce non più da un desiderio conscio, da una volontà di fare,ma dal profondo di un animo sofferente e inquieto, quando è prodotto diretto del mondo emotivo dell’autore, diventando creazione diretta, moto dell’anima, espressione di un mondo interiore che guida mani e testa nella realizzazione di forme e associazioni di colori che nascono…come? Dove?

Interessantissima in questo senso la mostra a Siena, curata da Sgarbi, “Arte, Genio, Follia” che indaga appunto sui misteriosi legami che legano le tre parole del titolo, e lo fa molto bene ed in maniera visivamente suggestiva: la mostra è divisa in una serie di settori: in base  alle opere esposte e all’argomento sono allestiti con materiali diversi tesi appunto ad esaltare l’espressione delle opere esposte. Ci sono fra l’altro momenti assai inquietanti con strumenti, ambienti, e scene di situazioni di “vita” e malattia dentro i manicomi, alcune forse spinte fino a cercare la spettacolarità macabra di certe situazione, altri –invece- più attinenti alla realtà indubbiamente angosciante di certi ambienti.

Sono interrogativi affascinanti ed inquietanti al tempo stesso, quelli che sorgono lungo il percorso di questa singolare mostra, per quanto riguarda l’aspetto artistico vediamo lavori di persone molto malate, che non hanno avuto alcuna istruzione in merito,  ma che ciò nonostante sono arrivate a creare opere assai particolari e molte delle quali di notevole livello.

…e allora il nostro pensiero s’inquieta… ma qual è l’arte vera, quella che nasce dall’anima dell’autodidatta, come Van Gogh ad esempio e di molti altri come lui che si sono formati da soli o in gruppo, o quella che nasce nelle scuole, dai maestri.

Le strade…sono infinite e tutte buone, come nel Siddartha di Hesse, non c’è una strada giusta per tutti, ma ognuno deve trovare la propria, quello che invece è fondamentale è il messaggio che l’artista vuole comunicare e quindi anche un accademia o un buon maestro possono essere strumenti validissimi se forniscono  –con la loro scuola- mezzi che consentono poi all’individuo di esprimere al meglio quello che ha da dire, altrimenti avremo sono un buon tecnico, un buon “dipintore” (ad esempio) come dico io, ma non un artista.

Torniamo al soggetto di questo articolo, soggetto che mi ha ispirato indubbiamente per la qualità dei suoi lavori, ma anche per il suo stretto e solare connubio con questo periodo dell’anno: guardateli bene i suoi colori sgargianti, le sue tigri esotiche, i cani variopinti, le erbe smaglianti, e tutti quegli insetti dipinti qua e la, ragni, scarafaggi… come non pensare all’estate, a questa nostra estate che ci abbaglia con il sole, i colori, con gli stessi nostri abiti che si fanno più audaci nelle forme e nei colori…

Prima d’iniziare il nostro percorso su di lui, vale senz’altro la pena enunciare una parola di plauso per la mostra organizzata dal comune di Pontassieve, che ha presentato al pubblico (per un periodo di sei mesi)  ben 49 opere: 27 dipinti, 14 sculture ed 8 disegni (assai più rari da trovare esposti), visibili al pubblico grazie al "Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue" di Parma. Curatore dell'evento è Pierfrancesco Listri, la consulenza scientifica di Augusto Agosta Tota, colmando anche una lacuna, visto che la provincia di Firenze non possiede alcuna opera di questo autore.

Chi era Ligabue? Nasce nel1899, da Elisabetta Costa, non conobbe mai il nome del suo vero padre. Fu riconosciuto ed ebbe il cognome – che poi cambierà in Ligabue-, da Bonfiglio Laccabue (di Reggio Emilia) che la madre sposò nel 1900, il quale lo riconobbe ma non lo amò, tanto che il bimbo fu affidato ad una famiglia svizzera. Fu in svizzera che Antonio apprese il tedesco, ma neanche qui la sua vita fu felice,  a scuola si distinse per la sua abilità nel disegno ma anche per il cattivo comportamento. I disagi mentali  che costellarono la sua vita iniziarono ben presto, frutto forse di questa infanzia infelice, o forse di un destino comunque segnato, non possiamo saperlo. Certo è che la sua vita fu intervallata da ricoveri in manicomio. Rientrato in Italia dalla svizzera a Gualtieri,  visse per lo più solitario, randagio, più vicino agli animali che agli uomini, dai quali spesso fu deriso,  ora soccorso da qualcuno di buon cuore, più spesso deriso e abbandonato. Il suo conforto sembra essere tutto, oltre che nei suoi quadri, nella sua adorata moto rossa, con cui scorrazza fra campagna e paese, spesso con alcuni dei suoi dipinti legati sulla schiena.. Il destino mise però sulla sua strada anche persone che lo aiutarono diventare l’artista che noi oggi possiamo ammirare: Mazzacurati pittore e scultore che gli apprese l’utilizzo dei colori ad olio, e Mozzali che lo aiutò per quanto riguarda la scultura e che gli fu amico fino al punto di ospitarlo in casa propria dopo un ulteriore ricovero in manicomio. Tanti aneddoti potremmo raccontare, come quello che lo vide interprete dei tedeschi in tempo di guerra e poi da loro fatto internare perché aveva colpito un soldato con una battaglia…, di quando, di fronte a un quadro che non gli sembrava riuscire bene, improvvisava riti magici e scongiuri affinché la tela perdesse ogni riflesso “maligno-malvagio”, per riuscire al meglio, oppure ricordare insieme lo sceneggiato ottimamente interpretato da Flavio Bucchi, che  seppe dare un’impressione viva del personaggio e anche dell’uomo. Ma non è di questo che vorrei riempire queste pagine, vorrei dare spazio alle sue opere, che meglio di ogni altra cosa parlano di lui. Quasi all’inizio della mostra mi ha colpito uno splendido quadro direi quasi celebrativo: Antonio così semplice e schivo nella sua vita, per una volta si è dipinto in maniera celebrativa, ben vestito e con un cane  con tanto di collare a testimoniare una situazione di benessere, è un cane “da signori” quello che vediamo elegantemente dipinto alle gambe di Ligabue. Singolare anche “La traversata della Siberia”  per il soggetto e per i colori, un po’ insoliti rispetto alla produzione di Ligabue, ma la parte da leone, o meglio…da tigre….la fanno i suoi soggetti con la natura e glia animali, con quelle tigri (viste al circo , per cui Antonio aveva dipinto fondali) che devono averlo affascinato, ma che con le loro fauci spalancate  danno voce al suo grido di protesta contro la vita, forse contro gli uomini, almeno contro coloro che lo hanno emarginato. La sua predilezione va agli animali, da cui di sicuro non fu mai tradito né schernito, che gli furono compagni quando dormi qua e là in cascine abbandonate: e così vicino ad una tigre troviamo immancabilmente un piccolo ragno od uno scarafaggio, e poi buoi, cani, tacchini, e gli splendidi galli…Da segnalare la presenza in mostra di diversi disegni, cosa più rara da trovare esposta e che ci consentono una conoscenza maggiore dell’autore e del suo tratto, di leggerne meglio l’ispirazione e la sua natura, prima che esse si rivestano degli splendidi abiti che danno loro i luminosi  e pieni colori di Antonio. I soggetti dei disegni sono gli stessi dei dipinti: le tigri, i cavalli, i galli, … Ligabue non  considerava il disegno come una pratica a se stante e guardando quanto ha fatto  sembra che esso non sia nemmeno preparatorio ai quadri. Il tratto è marcato, segna la carta, gli era congeniale pa puntan secca, è a volte sono disegni non ben definiti, tesi più che altro a definire volumi e forme,  troviamo anche qui un autoritratto. Pur se i tratti sono “frettoloso” e non ben definiti, l’abilità della mano risulta evidente. Non sono molti gli esemplari in mostra, ma in compenso sono davvero interessanti per quest’incontro  informale e “di prima mano” che ci offrono con l’autore.

Altro momento interessante sono le sculture: arrivato in terra emiliana fu proprio l’argilla che catturò l’attenzione di Antonio, e chi ha visto lo sceneggiato con Flavio Bucchi può ricordarlo, perché lo vediamo proprio mentre modella della creta, forse perché era un material facilmente reperibile senza costi, forse grazie al sostegno dello scultore Mozzali…

Antonio realizzo diverse sculture,  i soggetti sono gli stessi che saranno poi nei dipinti, prevalentemente animali, il suo “mondo amico”.  Più o meno accuratamente definite nei particolari, le sculture rivela una grande intensità espressiva e tendono a cogliere  non solo l’aspetto, ma anche la psicologia  dell’animale ed a rendere la tensione drammatica quando sono due animali che si affrontano o che giocano. Alla scultura Antonio si dedicò al suo arrivo  in Emilia ma poi la riprese anche successivamente e sono queste opere più tarde che risultano più definite nei particolari.

Molte delle sue sculture sono andate perdute, quelle superstiti sono state gettate in bronzo con varie tecniche proprio per consentire una maggiore durata nel tempo.

Non voglio più prendere spazio, vorrei lasciare spazio per inserire  immagini delle sue opere che  che meglio delle mie parole vi racconterà la solarità appassionata di questo autore.

Per dovere di cronaca due notizie e un piccolo scoop:

- anche quando, dal 48, critici e galleristi si accorsero di lui, Antonio rimase sempre la persona semplice che era,

- colpito da paresi nel 1962 muore nel 1965,

…e il piccolo scoop?? Proprio in questi giorni a Forte dei Marmi , Flavio Bucchi (si proprio lui) dirige Elisabetta Salvadori in uno spettacolo teatrale su Antonio Ligabue dal titolo “ C’era una volta un leone, una tigre, un pollaio, e c’ero io dipinto da me”, uno spettacolo intenso teso a fa rivivere…

                                                           l’uomo che dipingeva le tigri

e sulle fauci spalancate delle sue tigri, sul suo grido di rabbia e di dolore verso la vita, ma anche su quei paesaggi variopinti e incantati, su quelle erbe viste quasi con gli occhi di un bambino… quegli occhi, che nonostante la tristezza e  i disagi di una vita raminga, non rinunciano a sognare la bellezza.

 

Autoritratto con cane

Aquila e volpe

Tigre e serpente

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