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Siamo
abituati ai pittori che nascono e crescono prima nelle botteghe, poi nelle
accademie, oppure apprendendo negli studi di altri artisti…ma quando l’arte
si manifesta in un mente disturbata, autodidatta, quando nasce non più da un
desiderio conscio, da una volontà di fare,ma dal profondo di un animo
sofferente e inquieto, quando è prodotto diretto del mondo emotivo
dell’autore, diventando creazione diretta, moto dell’anima, espressione di
un mondo interiore che guida mani e testa nella realizzazione di forme e
associazioni di colori che nascono…come? Dove?
Interessantissima in questo senso la mostra a Siena, curata da Sgarbi,
“Arte, Genio, Follia” che indaga appunto sui misteriosi legami che legano le
tre parole del titolo, e lo fa molto bene ed in maniera visivamente
suggestiva: la mostra è divisa in una serie di settori: in base alle opere
esposte e all’argomento sono allestiti con materiali diversi tesi appunto ad
esaltare l’espressione delle opere esposte. Ci sono fra l’altro momenti
assai inquietanti con strumenti, ambienti, e scene di situazioni di “vita” e
malattia dentro i manicomi, alcune forse spinte fino a cercare la
spettacolarità macabra di certe situazione, altri –invece- più attinenti
alla realtà indubbiamente angosciante di certi ambienti.
Sono
interrogativi affascinanti ed inquietanti al tempo stesso, quelli che
sorgono lungo il percorso di questa singolare mostra, per quanto riguarda
l’aspetto artistico vediamo lavori di persone molto malate, che non hanno
avuto alcuna istruzione in merito, ma che ciò nonostante sono arrivate a
creare opere assai particolari e molte delle quali di notevole livello.
…e
allora il nostro pensiero s’inquieta… ma qual è l’arte vera, quella che
nasce dall’anima dell’autodidatta, come Van Gogh ad esempio e di molti altri
come lui che si sono formati da soli o in gruppo, o quella che nasce nelle
scuole, dai maestri.
Le
strade…sono infinite e tutte buone, come nel Siddartha di Hesse, non c’è una
strada giusta per tutti, ma ognuno deve trovare la propria, quello che
invece è fondamentale è il messaggio che l’artista vuole comunicare e quindi
anche un accademia o un buon maestro possono essere strumenti validissimi se
forniscono –con la loro scuola- mezzi che consentono poi all’individuo di
esprimere al meglio quello che ha da dire, altrimenti avremo sono un buon
tecnico, un buon “dipintore” (ad esempio) come dico io, ma non un artista.
Torniamo al soggetto di questo articolo, soggetto che mi ha ispirato
indubbiamente per la qualità dei suoi lavori, ma anche per il suo stretto e
solare connubio con questo periodo dell’anno: guardateli bene i suoi colori
sgargianti, le sue tigri esotiche, i cani variopinti, le erbe smaglianti, e
tutti quegli insetti dipinti qua e la, ragni, scarafaggi… come non pensare
all’estate, a questa nostra estate che ci abbaglia con il sole, i colori,
con gli stessi nostri abiti che si fanno più audaci nelle forme e nei
colori…
Prima
d’iniziare il nostro percorso su di lui, vale senz’altro la pena enunciare
una parola di plauso per la mostra organizzata dal comune di Pontassieve,
che ha presentato al pubblico (per un periodo di sei mesi) ben 49 opere: 27
dipinti, 14 sculture ed 8 disegni (assai più rari da trovare esposti),
visibili al pubblico grazie al "Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue" di
Parma. Curatore dell'evento è Pierfrancesco Listri, la consulenza
scientifica di Augusto Agosta Tota, colmando anche una lacuna, visto che la
provincia di Firenze non possiede alcuna opera di questo autore.
Chi era Ligabue? Nasce
nel1899, da Elisabetta Costa, non conobbe mai il nome del suo vero padre. Fu
riconosciuto ed ebbe il cognome – che poi cambierà in Ligabue-, da Bonfiglio
Laccabue (di Reggio Emilia) che la madre sposò nel 1900, il quale lo
riconobbe ma non lo amò, tanto che il bimbo fu affidato ad una famiglia
svizzera. Fu in svizzera che Antonio apprese il tedesco, ma neanche qui la
sua vita fu felice, a scuola si distinse per la sua abilità nel disegno ma
anche per il cattivo comportamento. I disagi mentali che costellarono la
sua vita iniziarono ben presto, frutto forse di questa infanzia infelice, o
forse di un destino comunque segnato, non possiamo saperlo. Certo è che la
sua vita fu intervallata da ricoveri in manicomio. Rientrato in Italia dalla
svizzera a Gualtieri, visse per lo più solitario, randagio, più vicino agli
animali che agli uomini, dai quali spesso fu deriso, ora soccorso da
qualcuno di buon cuore, più spesso deriso e abbandonato. Il suo conforto
sembra essere tutto, oltre che nei suoi quadri, nella sua adorata moto
rossa, con cui scorrazza fra campagna e paese, spesso con alcuni dei suoi
dipinti legati sulla schiena.. Il destino mise però sulla sua strada anche
persone che lo aiutarono diventare l’artista che noi oggi possiamo ammirare:
Mazzacurati pittore e scultore che gli apprese l’utilizzo dei colori ad
olio, e Mozzali che lo aiutò per quanto riguarda la scultura e che gli fu
amico fino al punto di ospitarlo in casa propria dopo un ulteriore ricovero
in manicomio. Tanti aneddoti potremmo raccontare, come quello che lo vide
interprete dei tedeschi in tempo di guerra e poi da loro fatto internare
perché aveva colpito un soldato con una battaglia…, di quando, di fronte a
un quadro che non gli sembrava riuscire bene, improvvisava riti magici e
scongiuri affinché la tela perdesse ogni riflesso “maligno-malvagio”, per
riuscire al meglio, oppure ricordare insieme lo sceneggiato ottimamente
interpretato da Flavio Bucchi, che seppe dare un’impressione viva del
personaggio e anche dell’uomo. Ma non è di questo che vorrei riempire queste
pagine, vorrei dare spazio alle sue opere, che meglio di ogni altra cosa
parlano di lui. Quasi all’inizio della mostra mi ha colpito uno splendido
quadro direi quasi celebrativo: Antonio così semplice e schivo nella sua
vita, per una volta si è dipinto in maniera celebrativa, ben vestito e con
un cane con tanto di collare a testimoniare una situazione di benessere, è
un cane “da signori” quello che vediamo elegantemente dipinto alle gambe di
Ligabue. Singolare anche “La traversata della Siberia” per il soggetto e
per i colori, un po’ insoliti rispetto alla produzione di Ligabue, ma la
parte da leone, o meglio…da tigre….la fanno i suoi soggetti con la natura e
glia animali, con quelle tigri (viste al circo , per cui Antonio aveva
dipinto fondali) che devono averlo affascinato, ma che con le loro fauci
spalancate danno voce al suo grido di protesta contro la vita, forse contro
gli uomini, almeno contro coloro che lo hanno emarginato. La sua
predilezione va agli animali, da cui di sicuro non fu mai tradito né
schernito, che gli furono compagni quando dormi qua e là in cascine
abbandonate: e così vicino ad una tigre troviamo immancabilmente un piccolo
ragno od uno scarafaggio, e poi buoi, cani, tacchini, e gli splendidi
galli…Da segnalare la presenza in mostra di diversi disegni, cosa più rara
da trovare esposta e che ci consentono una conoscenza maggiore dell’autore e
del suo tratto, di leggerne meglio l’ispirazione e la sua natura, prima che
esse si rivestano degli splendidi abiti che danno loro i luminosi e pieni
colori di Antonio. I soggetti dei disegni sono gli stessi dei dipinti: le
tigri, i cavalli, i galli, … Ligabue non considerava il disegno come una
pratica a se stante e guardando quanto ha fatto sembra che esso non sia
nemmeno preparatorio ai quadri. Il tratto è marcato, segna la carta, gli era
congeniale pa puntan secca, è a volte sono disegni non ben definiti, tesi
più che altro a definire volumi e forme, troviamo anche qui un
autoritratto. Pur se i tratti sono “frettoloso” e non ben definiti,
l’abilità della mano risulta evidente. Non sono molti gli esemplari in
mostra, ma in compenso sono davvero interessanti per quest’incontro
informale e “di prima mano” che ci offrono con l’autore.
Altro momento
interessante sono le sculture: arrivato in terra emiliana fu proprio
l’argilla che catturò l’attenzione di Antonio, e chi ha visto lo sceneggiato
con Flavio Bucchi può ricordarlo, perché lo vediamo proprio mentre modella
della creta, forse perché era un material facilmente reperibile senza costi,
forse grazie al sostegno dello scultore Mozzali…
Antonio realizzo diverse
sculture, i soggetti sono gli stessi che saranno poi nei dipinti,
prevalentemente animali, il suo “mondo amico”. Più o meno accuratamente
definite nei particolari, le sculture rivela una grande intensità espressiva
e tendono a cogliere non solo l’aspetto, ma anche la psicologia
dell’animale ed a rendere la tensione drammatica quando sono due animali che
si affrontano o che giocano. Alla scultura Antonio si dedicò al suo arrivo
in Emilia ma poi la riprese anche successivamente e sono queste opere più
tarde che risultano più definite nei particolari.
Molte delle sue sculture
sono andate perdute, quelle superstiti sono state gettate in bronzo con
varie tecniche proprio per consentire una maggiore durata nel tempo.
Non voglio più prendere
spazio, vorrei lasciare spazio per inserire immagini delle sue opere che
che meglio delle mie parole vi racconterà la solarità appassionata di
questo autore.
Per
dovere di cronaca due notizie e un piccolo scoop:
- anche
quando, dal 48, critici e galleristi si accorsero di lui, Antonio rimase
sempre la persona semplice che era,
-
colpito da paresi nel 1962 muore nel 1965,
…e il
piccolo scoop?? Proprio in questi giorni a Forte dei Marmi , Flavio Bucchi
(si proprio lui) dirige Elisabetta Salvadori in uno spettacolo teatrale su
Antonio Ligabue dal titolo “ C’era una volta un leone, una tigre, un
pollaio, e c’ero io dipinto da me”, uno spettacolo intenso teso a fa
rivivere…
l’uomo che
dipingeva le tigri
e sulle
fauci spalancate delle sue tigri, sul suo grido di rabbia e di dolore verso
la vita, ma anche su quei paesaggi variopinti e incantati, su quelle erbe
viste quasi con gli occhi di un bambino… quegli occhi, che nonostante la
tristezza e i disagi di una vita raminga, non rinunciano a sognare la
bellezza.
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Autoritratto con cane

Aquila e volpe

Tigre e serpente

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