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Che la Tuscia sia uno scrigno inestimabile
di tesori artistici e culturali lo abbiamo già detto. Spiace semmai
constatare che talvolta per poterli pienamente valorizzare occorre
metterli sotto i riflettori di una mostra importante, come quella
attualmente allestita a Roma a Palazzo Venezia e suggestivamente
intitolata “Roma al tempo di Caravaggio”. Dico “suggestivamente” non
solo per l’indubbio appeal delle opere esposte ma anche perché il
nome di Caravaggio è utilizzato più che altro a titolo di
“testimonial”, considerato che del grande pittore di cui si sono da
poco concluse le celebrazioni per il 400° anniversario della morte è
esposta una sola tela, proprio all’ingresso del percorso espositivo,
vale a dire la Madonna dei palafrenieri. Si tratta di un’opera
importante, che gli appassionati tuttavia hanno già avuto modo di
ammirare in più occasioni, anche in considerazione del fatto che è
normalmente esposta nella Chiesa di S. Agostino a Roma, non lontano
da Piazza Navona. E verrebbe da interrogarsi sul senso di
un’operazione culturale consistente nel trasportare periodicamente
di poche centinaia di metri una tela dall’altare di una chiesa alle
pareti di un palazzo romano, appunto Palazzo Venezia, dove l’abbiamo
ammirata già qualche anno fa in occasione di un’altra mostra su
Caravaggio. Altra questione su cui non ci soffermiamo è la presenza,
tra le opere esposte, di una nuova attribuzione caravaggesca, vale a
dire una tela raffigurante S. Agostino che, per la sensibilità e
l’esperienza acquisita in questi anni sulle opere del grande
pittore, mi sentirei di escludere dal suo catalogo.
Ma veniamo a quello che ci interessa,
ovvero l’esposizione in mostra di un’opera di Orazio Gentileschi
proveniente dalla chiesa parrocchiale del S.S. Salvatore di Farnese.
Si tratta di una tela raffigurante “San Michele Arcangelo e il
diavolo” di ottima fattura e indubbio impatto visivo. Il Santo
alato, con la spada sguainata secondo la sua tradizionale
iconografia, vi è raffigurato sospeso su una nuvola bianca che
sovrasta le profondità infere da cui eruttano sbuffi di fumo e
fiamme. L’Arcangelo è rappresentato nelle forme di un giovane in
posa eroica, con elmo piumato e scudo crociato, nell’atto di
respingere, se non di trafiggere, un ancor più giovane demone nudo
raffigurato di spalle. Il ragazzo-diavolo con la mano sinistra
sollevata cerca di ripararsi dalla minaccia della spada, mentre con
la destra si sostiene sull’orlo del tetro abisso dove sta per essere
ricacciato. Un provvidenziale sbuffo di fumo cela in trasparenza la
sua nudità, mentre due ali di pipistrello dipinte sulle spalle ne
connotano la natura demoniaca, da nessun altro attributo
evidenziata. Bella l’impostazione prospettica: San Michele occupa i
due terzi della tela, avvolto in una semplice tunica trattenuta in
vita da una fascia azzurra svolazzante; ha le braccia e le gambe
interamente scoperte ed emerge, colpito da un fascio di luce, da uno
sfondo cupo su cui si staglia la nuvola bianca che lo sorregge.
Sull’angolo destro il “piccolo diavolo”, la cui schiena risplende
dal medesimo raggio di luce, non ha via di scampo. Il Santo, visto
prospetticamente dal basso verso l’alto, incombe con la sua
prestanza fisica – il corpo allungato, le gambe ben piazzate – sul
demone adolescente ed anche su di noi che ammiriamo l’opera e quasi
avvertiamo la minaccia di quella spada sollevata che sembra stia per
calarci addosso.
Si tratta quindi di riscoprire un
capolavoro che da sempre, in fondo, è sotto i nostri occhi, ma che
certamente non ha avuto quella considerazione che merita, forse
anche in virtù della sua poco felice collocazione in fondo alla
navata sinistra della Chiesa in una cappellina buia e disagevole.
C’è peraltro da aggiungere che nella medesima collocazione troviamo
nella parrocchiale del SS Salvatore di Farnese due altre tele di
grande interesse: un “San Sebastiano” e una “Messa solenne di Paolo
III” del pittore bolognese, seguace dei Carracci, Antonio Maria
Panico. E speriamo di non doverle recensire, per valorizzarle
appieno, in qualche altra mostra della Capitale.
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