I Misteri di Santa Cristina

A Bolsena la rievocazione del martirio della santa bambina


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Presentazione di Giacomo Mazzuoli



 


Rievocazione del martirio di Santa Cristina a Bolsena
 

  Ogni anno si svolgono a Bolsena, la notte del 23 e la mattina del 24 luglio, le celebrazioni per ricordare il martirio di Santa Cristina, patrona della città. Su palchi montati nelle caratteristiche vie del centro storico sono state rappresentate le scene del martirio di Cristina, la Santa bambina.
Gli stessi abitanti del paese, mostrando una devozione smisurata alla loro Santa patrona, come ogni anno, si sono trasformati in figuranti statici e silenziosi calandosi con bravura e naturalezza nei personaggi e negli episodi rappresentati. La vita di Santa Cristina è stata raffigurata nei momenti più salienti attraverso stupendi quadri plastici, nei supplizi che la giovane fu costretta a sopportare, nella persecuzione che si ripercosse violenta su di lei contro la sua fede fortissima ed inalterabile, nell’odio dell’imperatore Diocleziano e nell’avvicendarsi dei tentativi di violenza che la videro uscire miracolosamente indenne fino alla morte provocata dalle frecce dei suoi carnefici.


  Cristina era la figlia dodicenne di Urbano, prefetto del municipio romano di Volsinii, allora città opulenta e popolosa, e di una nobildonna di casato romano appartenente alla Gens Anicia. Questa famiglia aveva sulle rive del lago di Bolsena grandi possedimenti e ottime officine e cave di pigi (Vitruvio). Cristina abbracciò la nuova fede di Cristo ancora bambina innamorandosi di quel Vangelo predicato sulle rive del nostro lago fino dalle origini dai Santi Giorgio e Frontone, discepoli di San Pietro. Ella fu iniziata alla religione cristiana da una amica e fedele ancella di palazzo.
Urbano, accortosi della conversione della figlia, cercò in tutti i modi di allontanarla dalla sua fede, ma nulla riuscì a scalfirne minimamente la volontà. La fece chiudere in un’ala del palazzo gentilizio insieme a dodici ancelle, e la circondò di agi e di lusso. Cristina, però distribuì ai poveri le sue ricche vesti e i metalli preziosi ricavati dagli idoli da Lei infranti. Il padre, a questa notizia, salì su tutte le furie e dopo averla interrogata a lungo, non più come padre ma come rappresentante del potere dell’impero romano, che stava per concludere ormai la parabola del suo splendido millennio, conscio della propria debolezza, spietato verso i più umili che avevano osato contrapporre l’amore alla forza, condannò Cristina ad essere denudata delle vesti e pubblicamente flagellata dopo averle fatto recidere i suoi biondi capelli. Commosse da tanta crudeltà, le donne del posto coprirono Cristina con i loro mantelli e i carnefici, dopo lunghe ore di battiture, stremati dalla divina resistenza della fanciulla, caddero a terra esanimi. Urbano, allora, ordinò che la fanciulla venisse condotta in carcere dove venne visitata dalla madre e da alcune altre matrone, ma nemmeno le lacrime materne riuscirono a smuovere Cristina.
  Il padre disperato nella notte buia fece trasportare la fanciulla su di una barca fino al centro del lago, dove con una grossa pietra al collo venne gettata tra i flutti. Miracolosamente Cristina galleggiò sulle acque come un fiore di ninfea usando per barca lo stesso strumento di martirio, la pietra, dove rimasero le impronte dei Suoi piedi. Ritornata a riva, si presentò spontaneamente al tribunale del padre che nel rivederla per il dolore e per la rabbia morì. Allora i demoni sorsero dalle viscere della terra per trascinare il folle Urbano all’inferno. Il successore nella carica di prefetto Dione, rispettando le leggi Diocleziane non fu meno severo nei confronti della fanciulla. Fattala nuovamente interrogare ordinò che venisse immersa in una caldaia di olio e pece bollente dove Cristina entrò orante come in un bagno di fresca rugiada.
Visto inutile questo tormento Dione la fece legare ad una grande ruota metallica che al suo girare avrebbe slogato le esili membra della Santa; al primo girare di ruota, questa, per intervento dell’angelo del Signore, si spezzò uccidendo i carnefici e destando stupore tra gli astanti. Il prefetto, stupefatto per gli avvenimenti e furibondo per la sua impotenza verso la fanciulla, fece condurre Cristina al tempio di Apollo per obbligarla a bruciare l’incenso alla divinità, ma alle sue ferventi preghiere la statua del Dio scese dal piedistallo infrangendosi al suolo e uccidendo con una scheggia lo scellerato Dione. A tale vista si convertirono alla fede di Cristina parecchie migliaia di pagani. Successe a Dione il prefetto Giuliano, uomo rude e accanito persecutore dei Cristiani. Fatta trascinare la fanciulla davanti al suo tribunale, la condannò ad essere uccisa dal morso di serpi velenose che, alle preghiere della Santa divennero mansuete come agnelli e asciugarono con le loro lingue le lacrime della fanciulla. Giuliano esausto la fece murare in una fornace per mattoni dove Cristina rimase per cinque giorni e cinque notti. Quando ormai si pensava di trovare solo cenere, aperta la fornace, con stupore e meraviglia, il prefetto vide la fanciulla in devota conversazione con un gruppo di angeli che per tutto il tempo con il loro sbatter d’ali avevano tenuto lontano il fuoco dal suo corpo verginale.
Ancora oggi la tradizione indica in alcuni ruderi sulla via Cassia. circa a due Km. dall’abitato, i resti della fornace dove la Santa subì questo martirio. Disperato per l’ennesima sconfitta, Giuliano trascinò la fanciulla per le vie della città fino all’anfiteatro, dove, dopo averle fatto recidere le mammelle e la lingua, legata ad un palo fu fatta bersaglio da un nugolo di frecce. Così Cristina passò dalla terra al cielo a contemplare il volto di quel Cristo che tanto aveva amato. Il corpo di Cristina venne tumulato nelle locali catacombe, che oggi portano il Suo nome, fino all’editto di Costantino del 313 d.C. che dava libertà di culto alla nuova religione, allorché dalla Chiesa primitiva il corpo della Santa venne trasportato, pur rispettando l’originario luogo della sepoltura, in un grande sarcofago di pietra locale