Gran Tour degli Autori

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Gran Tour del viterbese 1993

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Gran Tour delle periferie romane 1997

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di Giacomo Mazzuoli e Giuseppe Moscatelli

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  A.D. 1998: Gran Tour dell'Appia Antica
  La villa dei Quintili Rovine sulla via Appia Rovine sulla via Appia   La torre selce   Sepolcro del frontespizio
La villa dei Quintili Rovine sulla via Appia La torre selce Sepolcro del frontespizio

Il Gran Tour del 1998 sarebbe stato certamente un Gran Tour romano. Questo perché l’esperienza dell’anno precedente ci aveva aperto prospettive culturali e antropologiche che – sebbene note – non avevamo mai effettivamente praticato.

L’itinerario lo decisi io, perché ero rimasto colpito (non voglio dire affascinato) da un articolo di Bell’Italia sulla Via Appia Antica, il che mi aveva istigato a sperimentare questo percorso, che avremmo potuto agevolmente abbinare alla visita delle catacombe di San Sebastiano, meta se si vuole tradizionale, calcata da generazioni di gite catechistiche, ma per noi del tutto inedita.

Di nuovo agosto, di nuovo in macchina, di nuovo quella di G., sempre per l’imprescindibile fattore dell’aria condizionata. Tra tutti quelli effettuati è stato questo il Gran Tour più omogeneo dal punto di vista tematico: in effetti trascorremmo tutta la nostra giornata tra i ruderi, le emergenze archeologiche e le non poche sorprese della “regina viarum”.

Uno che guarda un depliant turistico o legge una guida può anche essere indotto a pensare che la Via Appia Antica sia ancora interamente lastricata con i suoi famosi basoli. La realtà è ben diversa e ciò può costituire inizialmente una mezza delusione. In effetti la strada è per gran parte asfaltata e interamente percorribile in automobile: insomma svolge ancor oggi il compito che le fu attribuito ventitre secoli, allorché fu costruita, vale a dire costituire una importante via di comunicazione.

Entrati a Porta San Sebastiano, ci siamo subito diretti verso l’omonima basilica, per visitare le catacombe. Altra parziale delusione: il giro guidato e piuttosto breve non consente di apprezzare la monumentalità dell’apparato né la complessità della struttura. Una volta risaliti, dopo una veloce visita alla Chiesa, comunque di grande interesse, abbiamo ripreso il percorso. Il tratto iniziale della strada è fiancheggiato da un gran numero di tombe patrizie, con il loro caratteristico aspetto a tempietto. Queste tombe sono spesso decorate con bassorilievi e iscrizioni. Proprio una di queste attirò la nostra attenzione, in quanto era la stessa fotografata sul numero di Bell’Italia del 1992 che usavamo da guida. Il confronto tra l’immagine stampata e la realtà risultava avvilente: avevamo davanti a noi  una struttura  muraria quasi inintelligibile e pressoché spoglia dei suoi decori. Erano bastati sei anni per questo risultato, figuriamoci cosa sarà successo nei tanti secoli precedenti come pure nel decennio da allora trascorso ad oggi. In effetti la Via Appia è sempre stata una cava archeologica a cielo aperto.

Naturalmente abbiamo visitato gran parte dei complessi archeologici distesi ai lati della strada, talvolta pagando un biglietto di accesso. Ecco la residenza imperiale di Massenzio, i cui imponenti ruderi si confondevano ai nostri occhi con il Mausoleo di Romolo, figlio  dell’imperatore morto in tenera età, e con quelli del grandioso circo costruito in suo onore;  ecco la Villa dei Quintili, i cui scavi dal cinquecento in poi hanno arricchito musei in tutta Roma ed anche il Louvre; e naturalmente la massiccia mole cilindrica della tomba di Cecilia Metella, immagine tipica da cartolina romana, di cui mi ero sempre chiesto come era possibile che un monumento tanto maestoso fosse stato dedicato ad una donna, per di più neanche particolarmente in vista, essendo semplicemente figlia di un generale romano e nuora di un triumviro. Ma tante altre emergenze inevitabilmente attiravano la nostra attenzione, spingendoci a fermarci per visionare da vicino una struttura funeraria, una platea di colonne, per scattare qualche foto.       

Un ulteriore aspetto differenziò questo ultimo nostro Gran Tour (eh si... ad oggi non ce ne sono stati altri) dai precedenti: un certo fattore umano. Già durante la visita alle catacombe e alla Chiesa di San Sebastiano eravamo stati accompagnati dalla muta e sorridente presenza di una ragazza dall’indescrivibile bellezza, strappataci da un autobus su cui è salita dopo un persistente scambio di sguardi pur nell’attesa alla fermata. E poi altre ragazze, di altro genere, molto giovani e – da non credere – tutte assolutamente belle: sedute su un cippo o su un muretto ai lati dell’augusta via, discinte, con le gambe nude accavallate o raccolte tra le braccia; apparentemente distratte, nessuna sorridente. Nell’ultimo tratto del percorso ci siamo infine imbattuti in una presenza umana non immediatamente qualificabile, ma il cui reiterarsi in quei luoghi ci rese ben consapevoli della ragione di quella permanenza: uomini soli, ciascuno dentro una macchina, a poca distanza l’una dall’altra, in silenzio, che si scambiano sguardi distratti, come in attesa...

Cominciava a far sera, era tempo di tornare a casa

                                                                                            Giuseppe Moscatelli

 
 
 
Sepolcro a piramide Edificio termale Edificio termale   Tempio di Cecilia Metella   Interno della chiesa di San Sebastiano
Sepolcro a piramide Edificio termale Tempio di Cecilia Metella Interno della chiesa di San Sebastiano