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A.D. 1998:
Gran Tour dell'Appia Antica
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La villa dei Quintili |
Rovine sulla via Appia |
La torre selce |
Sepolcro del frontespizio |
Il Gran
Tour del 1998 sarebbe stato certamente un Gran Tour romano. Questo
perché l’esperienza dell’anno precedente ci aveva aperto
prospettive culturali e antropologiche che – sebbene note – non
avevamo mai effettivamente praticato.
L’itinerario lo decisi io, perché ero rimasto colpito (non voglio
dire affascinato) da un articolo di Bell’Italia sulla Via Appia
Antica, il che mi aveva istigato a sperimentare questo percorso,
che avremmo potuto agevolmente abbinare alla visita delle catacombe
di San Sebastiano, meta se si vuole tradizionale, calcata da
generazioni di gite catechistiche, ma per noi del tutto inedita.
Di nuovo
agosto, di nuovo in macchina, di nuovo quella di G., sempre per
l’imprescindibile fattore dell’aria condizionata. Tra tutti quelli
effettuati è stato questo il Gran Tour più omogeneo dal punto di
vista tematico: in effetti trascorremmo tutta la nostra giornata
tra i ruderi, le emergenze archeologiche e le non poche sorprese
della “regina viarum”.
Uno che
guarda un depliant turistico o legge una guida può anche essere
indotto a pensare che la Via Appia Antica sia ancora interamente
lastricata con i suoi famosi basoli. La realtà è ben diversa e ciò
può costituire inizialmente una mezza delusione. In effetti la
strada è per gran parte asfaltata e interamente percorribile in
automobile: insomma svolge ancor oggi il compito che le fu
attribuito ventitre secoli, allorché fu costruita, vale a dire
costituire una importante via di comunicazione.
Entrati a
Porta San Sebastiano, ci siamo subito diretti verso l’omonima
basilica, per visitare le catacombe. Altra parziale delusione: il
giro guidato e piuttosto breve non consente di apprezzare la
monumentalità dell’apparato né la complessità della struttura. Una
volta risaliti, dopo una veloce visita alla Chiesa, comunque di
grande interesse, abbiamo ripreso il percorso. Il tratto iniziale
della strada è fiancheggiato da un gran numero di tombe patrizie,
con il loro caratteristico aspetto a tempietto. Queste tombe sono
spesso decorate con bassorilievi e iscrizioni. Proprio una di
queste attirò la nostra attenzione, in quanto era la stessa
fotografata sul numero di Bell’Italia del 1992 che usavamo da
guida. Il confronto tra l’immagine stampata e la realtà risultava
avvilente: avevamo davanti a noi una struttura muraria quasi
inintelligibile e pressoché spoglia dei suoi decori. Erano bastati
sei anni per questo risultato, figuriamoci cosa sarà successo nei
tanti secoli precedenti come pure nel decennio da allora trascorso
ad oggi. In effetti la Via Appia è sempre stata una cava
archeologica a cielo aperto.
Naturalmente abbiamo visitato gran parte dei complessi archeologici
distesi ai lati della strada, talvolta pagando un biglietto di
accesso. Ecco la residenza imperiale di Massenzio, i cui imponenti
ruderi si confondevano ai nostri occhi con il Mausoleo di Romolo,
figlio dell’imperatore morto in tenera età, e con quelli del
grandioso circo costruito in suo onore; ecco la Villa dei Quintili,
i cui scavi dal cinquecento in poi hanno arricchito musei in tutta
Roma ed anche il Louvre; e naturalmente la massiccia mole
cilindrica della tomba di Cecilia Metella, immagine tipica da
cartolina romana, di cui mi ero sempre chiesto come era possibile
che un monumento tanto maestoso fosse stato dedicato ad una donna,
per di più neanche particolarmente in vista, essendo semplicemente
figlia di un generale romano e nuora di un triumviro. Ma tante
altre emergenze inevitabilmente attiravano la nostra attenzione,
spingendoci a fermarci per visionare da vicino una struttura
funeraria, una platea di colonne, per scattare qualche foto.
Un
ulteriore aspetto differenziò questo ultimo nostro Gran Tour (eh
si... ad oggi non ce ne sono stati altri) dai precedenti: un certo
fattore umano. Già durante la visita alle catacombe e alla Chiesa
di San Sebastiano eravamo stati accompagnati dalla muta e
sorridente presenza di una ragazza dall’indescrivibile bellezza,
strappataci da un autobus su cui è salita dopo un persistente
scambio di sguardi pur nell’attesa alla fermata. E poi altre
ragazze, di altro genere, molto giovani e – da non credere – tutte
assolutamente belle: sedute su un cippo o su un muretto ai lati
dell’augusta via, discinte, con le gambe nude accavallate o
raccolte tra le braccia; apparentemente distratte, nessuna
sorridente. Nell’ultimo tratto del percorso ci siamo infine
imbattuti in una presenza umana non immediatamente qualificabile,
ma il cui reiterarsi in quei luoghi ci rese ben consapevoli della
ragione di quella permanenza: uomini soli, ciascuno dentro una
macchina, a poca distanza l’una dall’altra, in silenzio, che si
scambiano sguardi distratti, come in attesa...
Cominciava
a far sera, era tempo di tornare a casa
Giuseppe
Moscatelli |