LE MUSE DI FERENTO

Otto misteriose fanciulle e un Pothos

Il Teatro di Ferento

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di Giuseppe Moscatelli

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Particolare del teatro di Ferento

    Erato, musa della poesia erotica Euterpe, musa della poesia lirica
  Erato, musa della poesia erotica Euterpe, musa della poesia lirica
  Il Pothos, desiderio amoroso per chi è lontano

Il Pothos, desiderio amoroso per chi è lontano

  Le forme sinuose e femminee del Pothos

Le forme sinuose e femminee del Pothos

Talia, musa della commedia Melpomene, musa della poesia tragica
Talia, musa della commedia Melpomene, musa della poesia tragica
Tersicore, musa della danza Urania, musa dell'astronomia
Tersicore, musa della danza Urania, musa dell'astronomia

Erano nove sorelle, si chiamavano Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania e Calliope: nomi difficili da pronunciare e ancor più da rammentare.  Per questo tutti le ricordano semplicemente come le “muse”. Erano figlie di Zeus e con lui condividevano, uniche tra le divinità, il privilegio di fregiarsi dell'appellativo di “olimpiche”: una bella soddisfazione!  Con il loro canto e la danza allietavano i banchetti degli dei sotto l'egida di Apollo, sempre attente si intende a non fargli ombra, memori della finaccia che il suscettibile dio aveva fatto fare a Marsia, scorticato vivo per aver osato sfidarlo in una gara musicale.

I poeti le invocavano all'inizio delle loro opere, per essere assistiti e sostenuti nella narrazione e per mantener sempre viva l'ispirazione: così Omero nel primo verso dell'Iliade e dell'Odissea; così Shakespeare nel prologo dell'Enrico V; e così pure Dante, all'inizio del secondo canto dell'inferno. Ma conosciamole meglio, queste vezzose e fascinose inquiline dell'Olimpo, perché pur essendo tutte legate all'arte e alla poesia, ognuna di esse aveva una sua “specializzazione” di cui era custode gelosa. Clio, il cui nome significa “render celebre, glorificare”, era la musa della storia e a lei si rivolgeva chi si accingeva a raccontare le grandi imprese del passato; suoi attributi sono il dittico (una sorta di taccuino costituito da due tavolette spalmate di cera e rilegate a libro) e lo stilo con cui scrivere.   Euterpe, ovvero “colei che dà piacevolezza”, è la musa della poesia lirica: il suo attributo è il flauto doppio. Talia, vale a dire “fiorente, florida”, è sempre effigiata sorridente e allegra, come s'addice alla commedia di cui è musa; tiene in mano una maschera comica e porta in testa una corona d'edera. A Melpomene, il cui nome richiama il canto, si addice invece un'espressione austera, essendo la musa della tragedia: è raffigurata con una maschera tragica e talvolta un bastone. Tersicore, ovvero “colei che ama la danza”, rivela nel nome il suo patronato: è coronata di alloro e stringe tra le mani la lira, da cui trae meravigliosi accordi. Erato, la più passionale del gruppo, è musa della poesia erotica: non a caso il suo nome significa “colei che suscita desiderio”; coronata di rose e mirto, suona la lira ed è scortata da un amorino munito d'arco e faretra. Urania, ovvero la celeste, è la musa dell'astronomia: vestita d'azzurro e con la testa cinta di stelle indica con un dito il cielo; talvolta sostiene o è vicina a un globo. Infine Calliope, che vuol dire “dalla bella voce”: è la musa della poesia epica e ha come attributi il dittico e lo stilo. E' proprio a lei che si rivolge Omero all'inizio dei suoi poemi. Era la maggiore delle nove sorelle, e per questo portata come esempio di maturità e saggezza, seppur con un trascorso non proprio commendevole: aveva infatti giaciuto con il padre Zeus, generando nove figli alquanto sregolati. Li chiamavano i “Coribanti”, poiché dediti a danze sfrenate e oltremodo licenziose in onore di Cibele, durante le quali si lasciavano andare a gesti di autolesionismo, eccitati dal ritmo incalzante ed ossessivo dei tamburi.

Ma cosa c'entrano, dirà qualcuno, le muse con il sito di Ferento? E' presto detto: le statue delle figlie di Zeus e Mnemosine, dea della memoria, adornavano con grande pregio artistico e straordinario impatto visivo l'ordine inferiore della scena del teatro di Ferento. Erano poste in otto  nicchie appositamente ricavate nella struttura architettonica, o edificio scenico, che faceva da sfondo all'orchestra, ovvero il luogo ove, unitamente al proscenio, avvenivano le rappresentazioni. Tutto chiaro, quindi. Qualcosa tuttavia non torna: ho scritto “otto”... ma le muse non erano nove? Chi manca all'appello e, soprattutto, che fine ha fatto? Già questo rappresenta un piccolo giallo. Ma, ripercorrendo la storia degli scavi e del ritrovamento delle statue, vedremo che non è il solo.  La prima questione posta non comporta difficoltà di sorta: i più attenti, anche solo in virtù di un confronto con l'elenco iniziale, si saranno già resi conto che all'appello manca Polimnia, musa del mimo o pantomima, il cui nome significa “dai molti inni”. Suoi attributi sono un ampio velo o mantello e una corona di perle. La sua assenza sul frontescena non può giustificarsi con l'esigenza di un pur esasperato rispetto del principio di simmetria (nove è numero dispari): altre statue infatti decoravano l'impianto scenico, in particolare i fianchi e il secondo ordine dell'edificio. Tra queste il Pothos, ovvero la rappresentazione nelle forme delicate e flessuose di un efebo alato del desiderio d'amore per chi è lontano, a sua  volta al centro di un ulteriore piccolo giallo, come vedremo. Si potrebbe a questo punto pensare che Polimnia sia stata esclusa in quanto la pantomima costituiva un genere teatrale meno “nobile” rispetto alla tragedia o alla commedia e magari poco o niente praticato nel teatro di Ferento. Ma non disponiamo di ulteriori elementi in tal senso e dovremo forse semplicemente concludere prendendo atto di questa lacuna. C'è chi però a questa mancanza ha cercato di porre rimedio ed è propriamente Luigi Rossi  Danielli, ovvero l'archeologo viterbese che negli scavi condotti su committenza privata negli anni 1901-1902 riportò alla luce le otto statue, sepolte in frammenti nella fossa scenica. Il Rossi Danielli riteneva infatti che Polimnia fosse identificabile nella statua che, secondo le più recenti acquisizioni, rappresenta Clio; mentre quest'ultima era stata identificata dall'illustre studioso nell'attuale Euterpe. Ma comunque si girino le carte sempre una musa viene a mancare.

Fatto sta che tutti i reperti furono acquisiti dallo Stato e portati nel Museo Archeologico di Firenze dove furono esposti, in modo tutt'altro che adeguato, in un'ala del giardino. La permanenza in terra toscana si protrarrà per oltre ottant'anni, nonostante qualche tentativo di recupero delle sculture da parte della municipalità di Viterbo verso la fine degli anni venti. In buona sostanza si avviò una trattativa con la Soprintendenza alle Antichità dell'Etruria che esigeva uno scambio di reperti per la restituzione delle statue, ma il tentativo non andò a buon fine. Dopo i disastrosi eventi dell'alluvione di Firenze dell'autunno del 1966 sembrò aprirsi uno spiraglio che tuttavia si concretizzò solo nel 1984, allorché le otto muse ritornarono finalmente a Viterbo per essere collocate nella loro attuale sede presso il Museo Archeologico Nazionale della Rocca Albornoz. In questo via vai di musei tuttavia un paio di muse ci rimisero la testa: secondo la testimonianza del Rossi Danielli infatti, confortata dalle foto degli scavi, Melpomene e Tersicore partirono per Firenze integre e come tali furono all'arrivo inventariate, salvo poi risultare acefale nell'esposizione museale. Chissà che fine hanno fatto le due teste, forse “decollate” nella fase di allestimento e magari depositate in qualche magazzino museale. Peggio andò comunque a Calliope, talmente frammentata già al ritrovamento che la parte più grande che si conserva è una mano che regge un rotolo.

E veniamo al pezzo forte della collezione, un autentico capolavoro della statuaria antica assai poco conosciuto e ancor meno valorizzato: si tratta, come accennato, di un adolescente nudo e alato in cui è stato riconosciuto il Pothos, personificazione del desiderio erotico inappagato per l'assenza della persona amata. Ritenuto comunemente una replica di un originale greco del IV sec. a.C. il cui autore è Skopas, dominava il teatro di Ferento, e quindi anche le muse, da un' edicola dell'ordine superiore dell'edificio scenico. La straordinarietà di questo reperto, datato come le muse al secondo secolo d. C. e anch'esso rinvenuto nella fossa scenica, è data dalla sua integrità e da un particolare che lo tinge di giallo. Conserva infatti non solo la testa, le braccia, le mani, le dita dei piedi nonché le pudenda ma, caso pressoché unico tra le circa quaranta copie pervenute del capolavoro greco, anche un bel paio di ali. Quello che più sorprende tuttavia è che il Pothos di Ferento è una sorta di modello speculare di tutti gli altri conosciuti. Intanto è scolpito in posizione eretta, e non inclinata lateralmente come di consueto. Poi, soprattutto, poggia sulla gamba sinistra che è perfettamente tesa, con la pianta del piede ben salda al suolo; la gamba destra è invece piegata a croce di S. Andrea sull'altra, con il piede che aderisce con le sole dita al basamento.  Tutte le altre repliche invece sono inclinate verso sinistra, con il peso del corpo che grava interamente sulla gamba destra. A cosa attribuire questa variazione? non certo a negligenza o errore dell'autore: tutti gli altri attributi infatti, come il voluminoso panneggio sospeso al braccio e ricadente su un'oca, sono al posto giusto (seppur speculari). Non solo: nell'esemplare viterbese spicca l' androginia del volto, dai tratti femminei e delicati,  accentuata dalla caratteristica acconciatura a “spicchi di melone” (melonen frisur). Come interpretare tutto ciò? Non sarà che il Pothos viterbese si riferisce ad un desiderio d'amore eterodosso, inverso, rispetto a quello tradizionale? Chissà, non ho altri elementi per ritenerlo. Ma avevo avvertito che c'era di mezzo un piccolo giallo.

 

   

 

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