Abbiamo già
parlato dello stretto rapporto tra Pasolini e la Tuscia e di come lo
scrittore e regista abbia scelto la nostra terra per ambientare vari
suoi film e per vivere l’ultimo periodo della sua vita. Abbiamo anche
detto del suo amore per la torre di Chia, dove fissò la sua dimora e
dalla quale poteva ammirare un panorama che ebbe a definire come “il
più bello del mondo”. E’ forse dalla vicinanza geografica tra Chia e
Orte che nasce il grande interesse di Pasolini per la struttura
geomorfologica di questo centro, arroccato su una rupe di grande valore
paesaggistico.
Ad Orte e a quella
che lui chiamava “la forma della città” Pasolini aveva già dedicato nel
1973 un bel documentario prodotto dalla Rai, nel quale lo scrittore e
Poeta rivolgendosi all’amico Ninetto esalta la “forma perfetta e
assoluta” della rupe con l’abitato di Orte. I nostri lettori potranno
vedere il relativo video cliccando qui.
In questo documentario è anche inserito un breve filmato, una sorta di
“citazione”, sulle antiche mura della città yemenita di Sana, tratto
dal cortometraggio che il regista nel 1971 aveva girato in forma di
appello all’Unesco per la salvaguardia della città, minacciata dalla
voglia di “modernità” dei suoi governanti.
Nella versione
definitiva di “Le mura di Sana”, presentata nel 1974, Pasolini ritorna
sul tema già trattato nella “Forma della città” e inserisce nel
documentario sulla città yemenita alcuni minuti dei materiali filmati
girati nel 1973 ad Orte (il contesto sembra indiscutibilmente il
medesimo) ed evidentemente tagliati nel montaggio della trasmissione
televisiva. Già questo scambio di sequenze tra i due film dimostra il
genuino interesse, l’amore, dello scrittore per il paesaggio della
Tuscia, paragonato a quello incontaminato dello Yemen, anche se la sua
conclusione – con riferimento alla situazione italiana - è
pessimistica: “per l’Italia è finita”, commenta infatti laconicamente
Pasolini a fine sequenza.
Ma torniamo ad
Orte: di fronte alla stessa inquadratura della rupe già vista nella
“Forma della città”, il regista, sotto la pioggia, intervista alcuni
uomini occasionalmente interpellati sul luogo. La voce fuori campo del
poeta sollecita giudizi e riflessioni sul paesaggio di Orte agli ortani
stessi, tutori e vittime del degrado paesaggistico. Ne emerge un
quadro fresco e vivace di volti, parole e caratteri.
Il regista scruta
con la macchina da presa i visi un pò spaesati dei suoi interlocutori,
sempre in primo piano. Si inizia con l’ortano verace che paragona la
forma di Orte a quella di un prosciutto e siccome il prosciutto è buono
risulta buono anche il disegno del paese. Vi è chi riconosce che le
nuove costruzioni “impediscono la visuale” e “hanno rovinato tutto il
paesaggio” a fronte di chi gli sta bene così perché è vissuto lì e il
nuovo gli piace. Altri riferisce che in quel palazzo che deturpa la
visuale “ci sta anche un appartamento dell’ex sindaco di Orte”; “Ed è
stato costruito quando lui era sindaco...” aggiunge Pasolini, trovando
conferma da parte del suo interlocutore. L’ultimo intervistato
ribadisce che quella costruzione è brutta “e “rovina il disegno
paesaggistico” e riferisce il giudizio di un turista tedesco, semplice
quanto lapidario: “questa costruzione proprio schifo”.
Offriamo quindi ai
nostri lettori questo raro documento che ci offre uno squarcio
pressoché sconosciuto di questa parte di Tuscia all’inizio degli anni
settanta.