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Rubrica di Geologia a cura di Antonio Menghini

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La nuova classificazione sismica del territorio

  Da questo mese il sito si arricchirà di una nuova rubrica che tratterà di argomenti geologici. Sarà un’occasione per fare conoscere le meraviglie del nostro territorio e per approfondire aspetti poco conosciuti ma comunque interessanti. Per qualsiasi domanda o curiosità potete scrivere a redazione@canino.info; sarò felice di esaudire, nei limiti delle mie possibilità, le vostre richieste e curiosità.

  Ho pensato di iniziare con un tema di estrema attualità, anche se forse poco noto al pubblico: sapevate che, dall’Agosto scorso il territorio del Lazio è stato riclassificato dal punto di vista sismico? Ciò è avvenuto a seguito della pubblicazione di un’Ordinanza del Presidente del Consiglio del Marzo scorso, la quale recepisce i risultati di uno studio portato a termine da una Commissione tecnica nazionale.
  Prima di questa Ordinanza la classificazione sismica del territorio italiano era fatta in maniera molto grossolana: un Comune veniva assegnato ad una certa classe di rischio sulla base di eventi passati o a seguito di una recente calamità. Al contrario non si teneva conto dell’effettivo rischio sismico, ovvero della probabilità che la zona poteva effettivamente essere colpita da un evento tellurico.
  Poteva inoltre succedere che, a seguito di un terremoto e a seconda delle volontà dell’Amministrazione, un Comune poteva essere tranquillamente inserito all’interno di una classe di rischio elevato, se si voleva accedere ai finanziamenti stanziati per la ricostruzione, o al contrario, ad una classe a rischio basso, se si volevano evitare gli intoppi burocratici e gli aggravi economici che comportavano l’adozione delle norme di costruzione antisismica. In poche parole di scientifico c’era molto poco.

  La nuova classificazione si basa invece su uno studio probabilistico, che tiene conto di tutti gli eventi sismici verificatisi in Italia praticamente dall’anno 1000. Utilizzando poi dei criteri statistici, è stato possibile preparare delle “carte di pericolosità sismica”, che ci dicono quali sono le zone d’Italia dove è più probabile che si verifichi un terremoto di una certa importanza: è noto infatti che le cosiddette aree sismogenetiche (le zone dove si originano i terremoti) mostrano una certa periodicità nel manifestare la propria attività sismica. L’allegata “Mappa della massima intensità macrosismica risentita in Italia” (Fig.1), edita dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, offre un quadro della distribuzione sul territorio italiano dei principali eventi sismici: si notano valori di massima intensità (evidenziate dai colori rossi) lungo tutto l’arco Appenninico, specialmente quello centro-meridionale, sino alla Sicilia orientale, con punte anche sul Friuli. Nel Viterbese invece si registrano modesti valori di intensità (toni azzurri). Questi sono i terremoti effettivamente verificatesi.
  Nella Fig.2 invece sono mappate le sorgenti in grado di produrre terremoti di magnitudo superiore o pari a 5.5 (parliamo sempre di terremoti di forte intensità). Le sorgenti sono ottenute combinando dati geologici, storici e strumentali. I cerchi ed i rettangoli hanno dimensioni proporzionali all’intensità attesa: si nota subito una netta sovrapposizione tra questa mappa e la precedente, per cui gli eventi più catastrofici sono previsti sulla Sicilia orientale, sulla costa tirrenica della Calabria e praticamente lungo gran parte della dorsale Appenninica centro-meridionale. Anche stavolta va sottolineato che il nostro territorio appare abbastanza “tranquillo”, poiché non vi sono segnalate evidenti sorgenti sismiche.

  Un quesito al quale ancora non siamo in grado di rispondere è quando avverrà il terremoto: studi sugli eventi “precursori”, ovvero su quelle manifestazioni naturali che ci avvertono dell’arrivo di una scossa, sono ancora in fase sperimentale e non si hanno dati certi. Le carte di pericolosità rispondono in parte a tale domanda, poiché ci mostrano la possibilità che un terremoto si verifichi entro 50 anni e che abbia un tempo di ritorno di 475 anni. Ma attenzione, non si tratta di una “previsione”: non è che i 50 anni scattano dal momento della pubblicazione dello studio, ovvero da quest’anno; se entro il 2053 non si sarà verificato alcun evento sismico, non è che ce la siamo scampata e possiamo stare tranquilli per il futuro: la stima probabilistica non ha memoria, è sempre attuale. Allo stesso modo, se domani ho un terremoto in una zona, non sono autorizzato a pensare che nella stessa area non avrò più scosse per i prossimi anni: la probabilità sismica non cambia affatto, per cui il rischio sismico rimane praticamente immutato.
  Ci si potrebbe chiedere: perché sono stati scelti 50 anni e non di meno? Perché non di più?
La statistica infatti ci potrebbe consentire di utilizzare altre unità temporali. Il motivo è che i 50 anni sono il tempo medio di vita di una struttura edile. Quei 475 anni del tempo di ritorno, ci stanno ad indicare invece che il terremoto che ci aspettiamo è di una certa entità: se riduco il tempo di ritorno significa che mi sto preoccupando di eventi sismici di scarsa energia e che sono più frequenti, ma che non hanno un grosso impatto sulle strutture edili più comuni; nel caso invece di strutture imponenti (ad esempio grandi ponti o grattacieli) debbo tener conto di un tempo di ritorno più elevato, in quanto debbo considerare, per motivi di cautela, anche quei terremoti che, seppur poco probabili, sono dotati di una energia notevole. E’ chiaro che tale criterio “pessimistico” non può essere adottato per costruire una casa, in quanto ciò comporterebbe un aggravio improponibile di costi: per rendere sicura la casa nei confronti di terremoti di questa potenza, dovremmo costruire tutti bunker antiatomici ! Al contrario, per la progettazione ad esempio del Ponte sullo Stretto di Messina, io mi dovrò preoccupare anche di un evento poco probabile ma che, se si verificherà, produrrà danni incalcolabili.
Il prossimo mese vedremo cosa cambia all’interno del nostro territorio.
 

 

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Le devastazioni provocate
dal terremoto di Tuscania (VT) nel 1971

 
 

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Fig. 1

 
 

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Fig. 2

 
 
 
 
 
 
 
 

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