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Da questo mese il sito si
arricchirà di una nuova rubrica che tratterà di argomenti geologici. Sarà
un’occasione per fare conoscere le meraviglie del nostro territorio e per
approfondire aspetti poco conosciuti ma comunque interessanti. Per qualsiasi
domanda o curiosità potete scrivere a
redazione@canino.info; sarò felice di esaudire,
nei limiti delle mie possibilità, le vostre richieste e curiosità.
Ho pensato di iniziare con un tema di estrema attualità, anche se forse
poco noto al pubblico: sapevate che, dall’Agosto scorso il territorio del Lazio
è stato riclassificato dal punto di vista sismico? Ciò è avvenuto a seguito
della pubblicazione di un’Ordinanza del Presidente del Consiglio del Marzo
scorso, la quale recepisce i risultati di uno studio portato a termine da una
Commissione tecnica nazionale.
Prima di questa Ordinanza la classificazione sismica del territorio
italiano era fatta in maniera molto grossolana: un Comune veniva assegnato ad
una certa classe di rischio sulla base di eventi passati o a seguito di una
recente calamità. Al contrario non si teneva conto dell’effettivo rischio
sismico, ovvero della probabilità che la zona poteva effettivamente essere
colpita da un evento tellurico.
Poteva inoltre succedere che, a seguito di un terremoto e a seconda delle
volontà dell’Amministrazione, un Comune poteva essere tranquillamente inserito
all’interno di una classe di rischio elevato, se si voleva accedere ai
finanziamenti stanziati per la ricostruzione, o al contrario, ad una classe a
rischio basso, se si volevano evitare gli intoppi burocratici e gli aggravi
economici che comportavano l’adozione delle norme di costruzione antisismica. In
poche parole di scientifico c’era molto poco.
La nuova classificazione si basa invece su uno studio probabilistico, che
tiene conto di tutti gli eventi sismici verificatisi in Italia praticamente
dall’anno 1000. Utilizzando poi dei criteri statistici, è stato possibile
preparare delle “carte di pericolosità sismica”, che ci dicono quali sono le
zone d’Italia dove è più probabile che si verifichi un terremoto di una certa
importanza: è noto infatti che le cosiddette aree sismogenetiche (le zone dove
si originano i terremoti) mostrano una certa periodicità nel manifestare la
propria attività sismica. L’allegata “Mappa della massima intensità
macrosismica risentita in Italia” (Fig.1), edita dall’Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, offre un quadro della distribuzione sul
territorio italiano dei principali eventi sismici: si notano valori di massima
intensità (evidenziate dai colori rossi) lungo tutto l’arco Appenninico,
specialmente quello centro-meridionale, sino alla Sicilia orientale, con punte
anche sul Friuli. Nel Viterbese invece si registrano modesti valori di intensità
(toni azzurri). Questi sono i terremoti effettivamente verificatesi.
Nella Fig.2 invece sono mappate le sorgenti in grado di produrre
terremoti di magnitudo superiore o pari a 5.5 (parliamo sempre di terremoti di
forte intensità). Le sorgenti sono ottenute combinando dati geologici, storici e
strumentali. I cerchi ed i rettangoli hanno dimensioni proporzionali
all’intensità attesa: si nota subito una netta sovrapposizione tra questa mappa
e la precedente, per cui gli eventi più catastrofici sono previsti sulla Sicilia
orientale, sulla costa tirrenica della Calabria e praticamente lungo gran parte
della dorsale Appenninica centro-meridionale. Anche stavolta va sottolineato che
il nostro territorio appare abbastanza “tranquillo”, poiché non vi sono
segnalate evidenti sorgenti sismiche.
Un quesito al quale ancora non siamo in grado di rispondere è quando
avverrà il terremoto: studi sugli eventi “precursori”, ovvero su quelle
manifestazioni naturali che ci avvertono dell’arrivo di una scossa, sono ancora
in fase sperimentale e non si hanno dati certi. Le carte di pericolosità
rispondono in parte a tale domanda, poiché ci mostrano la possibilità che un
terremoto si verifichi entro 50 anni e che abbia un tempo di ritorno di 475
anni. Ma attenzione, non si tratta di una “previsione”: non è che i 50 anni
scattano dal momento della pubblicazione dello studio, ovvero da quest’anno; se
entro il 2053 non si sarà verificato alcun evento sismico, non è che ce la siamo
scampata e possiamo stare tranquilli per il futuro: la stima probabilistica non
ha memoria, è sempre attuale. Allo stesso modo, se domani ho un terremoto in una
zona, non sono autorizzato a pensare che nella stessa area non avrò più scosse
per i prossimi anni: la probabilità sismica non cambia affatto, per cui il
rischio sismico rimane praticamente immutato.
Ci si potrebbe chiedere: perché sono stati scelti 50 anni e non di meno?
Perché non di più?
La statistica infatti ci potrebbe consentire di utilizzare altre unità
temporali. Il motivo è che i 50 anni sono il tempo medio di vita di una
struttura edile. Quei 475 anni del tempo di ritorno, ci stanno ad indicare
invece che il terremoto che ci aspettiamo è di una certa entità: se riduco il
tempo di ritorno significa che mi sto preoccupando di eventi sismici di scarsa
energia e che sono più frequenti, ma che non hanno un grosso impatto sulle
strutture edili più comuni; nel caso invece di strutture imponenti (ad esempio
grandi ponti o grattacieli) debbo tener conto di un tempo di ritorno più
elevato, in quanto debbo considerare, per motivi di cautela, anche quei
terremoti che, seppur poco probabili, sono dotati di una energia notevole. E’
chiaro che tale criterio “pessimistico” non può essere adottato per costruire
una casa, in quanto ciò comporterebbe un aggravio improponibile di costi: per
rendere sicura la casa nei confronti di terremoti di questa potenza, dovremmo
costruire tutti bunker antiatomici ! Al contrario, per la progettazione ad
esempio del Ponte sullo Stretto di Messina, io mi dovrò preoccupare anche di un
evento poco probabile ma che, se si verificherà, produrrà danni incalcolabili.
Il prossimo mese vedremo cosa cambia all’interno del nostro territorio.
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