Gli ultimi avvenimenti mi impongono di parlare del
devastante maremoto che ha sconvolto gran parte dell’Asia
sud-orientale. Mi limiterò, per motivi di spazio, a fornire
indicazioni di carattere scientifico, con la speranza di
chiarire, nel limite delle mie competenze e capacità, dubbi
e curiosità. Chiaramente potete contattarmi per qualsiasi
richiesta: sarò felice di rispondervi.
Mi preme, come al solito, calare il discorso sulla realtà locale, per
cui, dopo aver fornito alcuni cenni sull’evento asiatico,
parleremo un po’ anche del rischio “maremoto” in Italia e
nel Lazio.
Cominciamo col dire che il maremoto viene anche chiamato “tsunami”,
una parola di origine giapponese che significa “onda di
porto”; la cosa non è casuale visto che proprio nel
Pacifico si ha la maggior frequenza di questi eventi
tellurici.
La Fig.1 mostra la distribuzione dei
maremoti verificatisi nel periodo 1900-1998 negli Oceani
Pacifico e Indiano: quelli generati da terremoti sottomarini
sono colorati in rosso, mentre quelli provocati da eruzioni
vulcaniche o da frane sottomarine sono indicati in blu. La
dimensione del cerchio è proporzionale alla cosiddetta
altezza di “run-up”, ovvero all’altezza massima raggiunta
dall’onda anomala principale: infatti il maremoto è
determinato non da una sola ma da una serie di onde. La
potenza distruttiva dello tsunami è legata al fatto che il
treno di onde, che si propaga nell’oceano con velocità
elevatissime, tanto da superare talvolta gli 800 Km/h,
quando si avvicina alla costa subisce un brusco
rallentamento, a causa della diminuzione della profondità
del fondale; ne consegue un progressivo e inarrestabile
aumento dell’altezza dell’onda anomala, che può arrivare ad
innalzarsi, rispetto al livello del mare, di 10 metri ed
oltre. Se a questo poi aggiungiamo comunque velocità delle
acque tutt’altro che trascurabili, nell’ordine dei 10-20
m/s, si comprende bene perché questo fenomeno naturale sia
così distruttivo.
Il terremoto sottomarino che ha dato origine allo tsunami del 26
Dicembre, ha avuto come epicentro (per tutti i termini
sismologici vi rimando alle prime puntate della rubrica di
Geologia) una zona situata al largo della costa
nord-occidentale di Sumatra; la magnitudo è stata
elevatissima, pari a 9: si tratta di un valore mai
riscontrato in Italia, ed il 4° registrato nel mondo
nell’ultimo secolo. Per capire comunque che abbiamo avuto a
che fare con un evento decisamente eccezionale, si tenga
conto che il massimo terremoto registrato dall’uomo,
verificatosi in Cile nel 1960, presentò una magnitudo di
9.5. La profondità dell’ipocentro è stata di circa 10 Km.
In Fig.2 è riportata l’ubicazione
dell’epicentro (con la stella), mentre con i pallini sono
indicate le repliche (in inglese “aftershocks”), anch’esse
tutt’altro che irrilevanti visto che hanno presentato
magnitudo superiori a 7. Questa zona della Terra non è nuova
ad eventi sismici, in quanto ci troviamo al margine tra due
placche della crosta terrestre che si scontrano: nel
dettaglio si tratta della placca Indiana, posta a sinistra
della linea rossa con i triangolini, che si immerge al di
sotto della placca di Burma, posta a destra della stessa
linea; quest’ultima indica la zona di “subduzione”, lungo la
quale si verifica cioè lo scontro tra le due placche e
l’immersione di quella Indiana al di sotto di quella di
Burma. I terremoti sono localizzati solo sulla parte destra
proprio perché sono determinati dalla frizione che si crea
tra le due zolle tettoniche. La freccia rossa indica
l’effetto in superficie di questo fenomeno, che si esplica
in uno spostamento della placca Indiana verso Nord-Est, nei
confronti di quella di Burma, pari a 6 cm/anno.
In Fig.3 ho riportato la registrazione del
terremoto presso la stazione sismica di Colliano in Irpinia;
si tratta dei primi 15 minuti dell’evento tellurico. Penso
che sia un’immagine che ci fa capire quali siano state le
immani forze in gioco, visto che ci troviamo a migliaia di
Km di distanza dall’epicentro.
La Fig.4 invece, elaborata da A.Piatanesi
dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, mostra
la distribuzione dell’altezza massima dell’acqua raggiunta
nel corso dello tsunami: in rosso sono indicate le zone dove
si sono raggiunti i picchi, pari a circa 10 m. Si nota
subito l’effetto devastante lungo le coste dello Sri Lanka e
della Thailandia.
Nella sequenza delle Fig.5 invece è
riportata una simulazione, tratta sempre dall’INGV, che
mostra la propagazione delle onde anomale: con il rosso è
indicata la cresta dell’onda (innalzamento del mare), con il
verde il ventre (abbassamento del mare). Nella
Fig.5-01 viene mostrata la
situazione che si è verificata dopo appena 10 minuti dalla
scossa tellurica: si nota l’innalzamento dell’oceano a
sinistra (Ovest) dell’epicentro ed un abbassamento a destra
(Est). Gli altri fotogrammi (Fig.5-02,
Fig.5-03,
Fig.5-04,
Fig.5-05) mostrano la
situazione ad un'ora di distanza l'uno dall'altro. Si nota
così che sulle coste orientali, quindi in Thailandia, si è
verificato dapprima il ritiro del mare, un fenomeno
precursore dello tsunami, mentre su quelle occidentali,
quindi sullo Sri Lanka e in India, è giunta prima
l’inondazione, seguita dal ritiro del mare. Vi sono poi
evidenti fenomeni di interferenza tra i vari treni d’onda,
per cui le oscillazioni positive si mescolano con quelle
negative dopo aver interessato le coste.
Ma veniamo un pò all’Italia: il maremoto è un fenomeno tutt’altro che
infrequente nel Mediterraneo: esistono documentazioni
storiche evidenti, come la colossale eruzione dell’isola di
Santorini in Grecia, che provocò un maremoto di origine
appunto vulcanica, il quale devastò gran parte del
Mediterraneo, contribuendo con ogni probabilità a far
scomparire la gloriosa civiltà Minoica.
In Italia lo tsunami più noto è senza dubbio quello che
distrusse Messina nel 1908, generato da un sisma di
magnitudo 7.2 e che produsse onde alte 13 m, provocando la
morte di ben 85.000 persone, flagellando anche le coste
calabresi.
In precedenza, nel 1693, la potente scossa tellurica che
rase al suolo la città di Noto, con magnitudo 6.8, provocò
uno tsunami che investì sempre le coste calabre e siciliane,
uccidendo circa 35.000 persone.
Un altro forte tsunami si verificò in Gargano, nel 1627, a
causa di un terremoto di magnitudo 6.3, provocato da una
scossa nel Mare Adriatico.
Da questi 3 casi emerge vistosamente la notevole differenza di energia
che corre tra il sisma del 26 Dicembre scorso e quelli che
hanno colpito l’Italia: una differenza di magnitudo pari ad
una sola unità, corrisponde ad una variazione di energia
pari a 10 volte !
Vi ricorderete poi sicuramente del maremoto provocato, nel
2002, dalla frana che coinvolse il vulcano di Stromboli e
che produsse onde alte 11 m.
Fortunatamente nel Lazio l’unico fenomeno di cui si ha
notizia si verificò nel 1703, ma si trattò di modeste
oscillazioni, registrate alla foce del Tevere, a seguito non
di un terremoto sottomarino, ma di uno che avvenne a circa
100 Km di distanza dal mare, in un’area posta a Nord de
L’Aquila. In Toscana poi si registrano appena 3 eventi
(negli anni 1646, 1742 e 1846), sempre di lieve entità, che
interessarono il porto di Livorno.
Possiamo quindi considerarci abbastanza al sicuro, anche se
un forte evento tellurico che potrebbe verificarsi nella
Sicilia orientale, evento che prima o poi gli studiosi si
aspettano, potrebbe avere ripercussioni sulle nostre coste,
vista la distanza relativamente modesta dalla zona
epicentrale.
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Figura
1
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Figura 2
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Figura 3
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Figura 4
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La propagazione delle onde
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Fig.5-01
La situazione dopo
10 minuti
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Fig.5-02
La situazione dopo 1 ora
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Fig.5-03
La situazione dopo 2 ore
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Fig.5-04
La situazione dopo 3
ore
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Fig.5-05
La situazione dopo 4 ore
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