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Rubrica di Geologia a cura di Antonio Menghini

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Geologia e Vino

   Geologia e Vino, un binomio sicuramente azzeccato; non per niente un luogo comune, molto vicino al vero, vuole che i Geologi siano grandi estimatori della buona tavola. In effetti non c’è niente di più bello che assaporare, dopo una faticosa giornata passata in campagna a rilevare, una succulenta bistecca alla brace, accompagnata da una generosa dose di ottimo Merlot o Cabernet !
  Pensate che resti fossili della vite (conosciuta in letteratura scientifica come Vitis vinifera) sono stati rinvenuti addirittura entro rocce di età Miocenica: parliamo di terreni che hanno qualcosa come 10-20 milioni di anni. Abbiamo quindi a che fare con una pianta che di ere geologiche se ne intende !
  La natura del terreno sul quale è impiantato il vitigno, assume un’importanza fondamentale: il suolo, che deriva dalla “roccia madre”, è in grado di influenzare notevolmente la qualità e lo sviluppo della coltura, in virtù della sua specifica composizione chimica; quest’ultima determina per esempio l’acidità o la basicità del suolo, due fattori che incidono considerevolmente sulle proprietà organolettiche del vino. Non per niente, nelle lunghe e complesse fasi per il riconoscimento di una certificazione D.O.C., è prevista anche una relazione geologica molto dettagliata.
Chiaramente anche il clima, ovvero le precipitazioni, la temperatura e i venti, concorrono allo stesso modo nell’influenzare la crescita e lo sviluppo della vite. Ma questo è un altro discorso, che non abbiamo il tempo ed il modo di affrontare. Concentriamoci quindi sull’aspetto “terreno”.
Se scavassimo una trincea lungo i filari di un vitigno, troveremmo la seguente serie stratigrafia (dall’alto verso il basso, e quindi dalla superficie in profondità):
a) suolo
b) terreno sciolto
c) roccia madre
  Il ruolo primario viene sicuramente svolto dalla “roccia madre”, in quanto è questa che fornisce il materiale primario per la formazione del suolo. Esistono, a dire il vero, alcuni casi dove il substrato roccioso è direttamente coltivato: si tratta delle aree montane e collinari dove la “roccia madre” è praticamente affiorante. Parliamo comunque di rocce tenere, come le Marne delle Langhe, che sono più facilmente aggredibili da parte degli agenti atmosferici. Al contrario sfido chiunque a coltivare la vite direttamente su banchi massicci di calcari o graniti; può accadere, come per il Vermentino di Gallura, ma a patto che la roccia sia ricoperta da un adeguato spessore di terreno sciolto, frutto dell’alterazione del substrato originario.
Quest’ultimo, grazie ai suoi elementi chimici più rappresentativi, influenza marcatamente il gusto del vino: vediamo qualche esempio relativo all’area Caninese, ma anche con qualche riferimento a vini noti d’Italia.
  Una roccia calcarea, ricca in Calcio, conferirà finezza e robustezza al futuro vino: è il caso della maggior parte dei vigneti impiantati sulla estesa placca travertinosa della Piana del Riminino (Foto 1). Il famoso Moscato di Noto è prodotto proprio da terreni di natura calcarenitica. Anche nel caso del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, il substrato è calcareo.
  Il Potassio, abbondante nelle nostre rocce vulcaniche, dà uve molto zuccherine: è il caso dei vigneti dislocati nella zona della Bonifica (Foto 2), del Canestraccio o a Nord del centro abitato. Esempi noti di vini che derivano da uve impiantate su terreni vulcanici ricchi in Potassio, sono il Greco di Tufo, un vino bianco proveniente dalle fertili pendici del Vesuvio e dai rilievi collinari dell’Avellinese, su affioramenti di lave leucititiche e di tufi a granulometria grossolana (con strati a lapilli e pomici) che favoriscono una buona aerazione del terreno; l’Aglianico del Vulture, che cresce principalmente sui prodotti piroclastici dell’omonimo apparato vulcanico; il Moscato di Pantelleria (conosciuto anche come Zibibbo), che cresce sulle lave basaltiche dell’isola omonima. Delle nostre parti è invece la Cannaiola, coltivata sulle piroclastici Vulsine che circondano il Lago di Bolsena.
  Un altro elemento che contribuisce a determinare la finezza del vino, è il Fosforo, presente tanto nelle rocce sedimentarie che vulcaniche.
Nel caso di terreni argillosi è possibile che si ottenga un vino più alcolico, ricco di colore; ciò avviene, per la nostra zona, sui vitigni che crescono sugli affioramenti dei Conglomerati poligenici del Miocene, poiché presentano una matrice argillosa rossastra, ricca in Ferro. Questi terreni affiorano intorno alla diga del Timone, alle falde dei Monti di Canino (in corrispondenza del Poggio Pidocchio) e come piccoli rilievi che emergono dalla Piana del Riminino (Monte dell’Oro e Monte Rossi [Foto 3]).
Il Primitivo di Manduria è un vino rosso che viene prodotto con uve che crescono su terreni argilloso-sabbiosi, ricoprenti però un substrato di natura calcarea. Una buona componente argillosa la troviamo anche sul substrato del Barolo piemontese, costituito da rocce marnoso-calcaree del Miocene, del Brachetto d’Acqui, che cresce su marne e arenarie, del Sangiovese di Romagna, diffuso tanto su argille che sabbie Mio-Plioceniche, e del Trebbiano di Romagna, coltivato sulle colline di origine marina a componente argilloso-sabbiosa. Anche i più famosi vitigni toscani (tra i quali il Brunello di Montalcino, il Nobile di Montepulciano ed il Chianti) si sviluppano principalmente su terreni di natura argillosa e argilloso-sabbiosa.
  All’estremo opposto troviamo vini che derivano da vigneti impiantati su terreni ricchi di sostanze azotate, i quali presentano un basso grado alcolico ed un gusto più grossolano. Nella nostra zona, fortunatamente per noi, non vi sono molti di questi casi.
In genere va detto che i terreni a granulometria sabbiosa, e qui possiamo inserirvi gran parte dei tufi sciolti e dei Depositi vulcano-sedimentari che abbondando nelle campagne Caninesi (Foto 4), sono migliori di quelli argillosi, quindi a granulometria più fine, in quanto danno vini più leggeri e profumati, con un buon grado alcolico e poco colorati. Il rinomato Asti Spumante proviene proprio da terreni arenacei sciolti, quindi a granulometria sabbiosa, mentre il Teroldego Rotaliano, del Trentino, viene coltivato su alluvioni grossolane, provenienti da rocce calcaree e dolomitiche.
  Al di sopra della “roccia madre” troviamo il “terreno sciolto”, il quale può avere spessori molto variabili, da pochi decimetri, sui versanti montuosi, a parecchi metri, nelle aree di fondovalle. Si tratta di un altro importante “ingrediente”, in quanto è qui che affondano e si sviluppano le radici della vite. La capacità di penetrare delle radici aumenta nel caso di terreni sabbiosi, mentre per quelli argillosi esse trovano più difficoltà a propagarsi. Per contro, se il terreno sciolto è troppo grossolano, si può verificare una bassa concentrazione di sostanze nutrienti, con la conseguente riduzione della fertilità. In ogni caso un fattore determinante per un corretto sviluppo della vite, è costituito dal drenaggio, ovvero la capacità da parte del terreno di farsi attraversare dalle acque ruscellanti, senza che si verifichino ristagni dannosi; sotto questo punto di vista i terreni argillosi appaiono decisamente svantaggiati.
  Un altro importante fattore del “terreno sciolto”, oltre alla granulometria, è rappresentato dalla composizione chimica, chiaramente connessa alla “roccia madre”.
Gli elementi più importanti, di vitale importanza per la crescita della pianta, tanto da essere integrati con la concimazione, sono:
l’Azoto, che stimola la crescita, il Fosforo, che favorisce la fioritura, la produzione dei frutti e lo sviluppo delle radici, ed il Potassio, che favorisce l’assorbimento degli elementi nutritivi e dell’acqua, quindi l’alimentazione della pianta.
  Sopra il “terreno sciolto” troviamo infine il “suolo”, prodotto dall’alterazione chimica, fisica e biologica del substrato. Nelle nostre zone il “suolo” è formato da più orizzonti; dal basso verso l’alto, possiamo riconoscerne 4:
1) Orizzonte C, costituito dalla roccia alterata, interessata poco o nulla da fenomeni biologici
2) Orizzonte B, di norma di colore rossastro per la presenza diffusa di ossidi metallici che derivano dal dilavamento degli strati più superficiali
3) Orizzonte A, soggetto più intensamente a fenomeni di “lisciviazione”, ovvero all’asporto di sostanze (come il Ferro e l’Alluminio) o alla decalcificazione dei Carbonati, da parte di acque in parte acide, di origine meteorica
4) Orizzonte O, detto anche “humus”, ricco di materia organica.

  Quindi, la prossima volta che gusterete un bicchiere di vino, tenete a mente che anche il terreno fa la sua parte, svolgendo un ruolo determinante per la buona riuscita della vendemmia.

 
 


 

 


 

 


 

 


 

 

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