Geologia e Vino, un binomio sicuramente
azzeccato; non per niente un luogo comune, molto vicino al
vero, vuole che i Geologi siano grandi estimatori della
buona tavola. In effetti non c’è niente di più bello che
assaporare, dopo una faticosa giornata passata in campagna a
rilevare, una succulenta bistecca alla brace, accompagnata
da una generosa dose di ottimo Merlot o Cabernet !
Pensate che resti fossili della vite (conosciuta in letteratura
scientifica come Vitis vinifera) sono stati rinvenuti
addirittura entro rocce di età Miocenica: parliamo di
terreni che hanno qualcosa come 10-20 milioni di anni.
Abbiamo quindi a che fare con una pianta che di ere
geologiche se ne intende !
La natura del terreno sul quale è impiantato il vitigno, assume
un’importanza fondamentale: il suolo, che deriva dalla
“roccia madre”, è in grado di influenzare notevolmente la
qualità e lo sviluppo della coltura, in virtù della sua
specifica composizione chimica; quest’ultima determina per
esempio l’acidità o la basicità del suolo, due fattori che
incidono considerevolmente sulle proprietà organolettiche
del vino. Non per niente, nelle lunghe e complesse fasi per
il riconoscimento di una certificazione D.O.C., è prevista
anche una relazione geologica molto dettagliata.
Chiaramente anche il clima, ovvero le precipitazioni, la
temperatura e i venti, concorrono allo stesso modo
nell’influenzare la crescita e lo sviluppo della vite. Ma
questo è un altro discorso, che non abbiamo il tempo ed il
modo di affrontare. Concentriamoci quindi sull’aspetto
“terreno”.
Se scavassimo una trincea lungo i filari di un vitigno,
troveremmo la seguente serie stratigrafia (dall’alto verso
il basso, e quindi dalla superficie in profondità):
a) suolo
b) terreno sciolto
c) roccia madre
Il ruolo primario viene sicuramente svolto dalla “roccia madre”,
in quanto è questa che fornisce il materiale primario per la
formazione del suolo. Esistono, a dire il vero, alcuni casi
dove il substrato roccioso è direttamente coltivato: si
tratta delle aree montane e collinari dove la “roccia
madre” è praticamente affiorante. Parliamo comunque
di rocce tenere, come le Marne delle Langhe, che sono più
facilmente aggredibili da parte degli agenti atmosferici. Al
contrario sfido chiunque a coltivare la vite direttamente su
banchi massicci di calcari o graniti; può accadere, come per
il Vermentino di Gallura, ma a patto che la roccia
sia ricoperta da un adeguato spessore di terreno sciolto,
frutto dell’alterazione del substrato originario.
Quest’ultimo, grazie ai suoi elementi chimici più
rappresentativi, influenza marcatamente il gusto del vino:
vediamo qualche esempio relativo all’area Caninese, ma anche
con qualche riferimento a vini noti d’Italia.
Una roccia calcarea, ricca in Calcio,
conferirà finezza e robustezza al futuro vino: è il caso
della maggior parte dei vigneti impiantati sulla estesa
placca travertinosa della Piana del Riminino (Foto
1). Il famoso Moscato di Noto è prodotto
proprio da terreni di natura calcarenitica. Anche nel caso
del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, il
substrato è calcareo.
Il Potassio, abbondante nelle nostre
rocce vulcaniche, dà uve molto zuccherine: è il caso dei
vigneti dislocati nella zona della Bonifica (Foto
2), del Canestraccio o a Nord del centro abitato.
Esempi noti di vini che derivano da uve impiantate su
terreni vulcanici ricchi in
Potassio, sono il Greco di Tufo, un vino
bianco proveniente dalle fertili pendici del Vesuvio e dai
rilievi collinari dell’Avellinese, su affioramenti di lave
leucititiche e di tufi a granulometria grossolana (con
strati a lapilli e pomici) che favoriscono una buona
aerazione del terreno; l’Aglianico del Vulture, che
cresce principalmente sui prodotti piroclastici dell’omonimo
apparato vulcanico; il Moscato di Pantelleria
(conosciuto anche come Zibibbo), che cresce sulle
lave basaltiche dell’isola omonima. Delle nostre parti è
invece la Cannaiola, coltivata sulle piroclastici
Vulsine che circondano il Lago di Bolsena.
Un altro elemento che contribuisce a determinare la finezza del vino, è
il Fosforo, presente
tanto nelle rocce sedimentarie che vulcaniche.
Nel caso di terreni argillosi è possibile che si ottenga un
vino più alcolico, ricco di colore; ciò avviene, per la
nostra zona, sui vitigni che crescono sugli affioramenti dei
Conglomerati poligenici del Miocene, poiché presentano una
matrice argillosa rossastra, ricca in Ferro. Questi terreni
affiorano intorno alla diga del Timone, alle falde dei Monti
di Canino (in corrispondenza del Poggio Pidocchio) e come
piccoli rilievi che emergono dalla Piana del Riminino (Monte
dell’Oro e Monte Rossi [Foto 3]).
Il Primitivo di Manduria è un vino rosso che viene
prodotto con uve che crescono su terreni argilloso-sabbiosi,
ricoprenti però un substrato di natura calcarea. Una buona
componente argillosa la troviamo anche sul substrato del
Barolo piemontese, costituito da rocce marnoso-calcaree
del Miocene, del Brachetto d’Acqui, che cresce su
marne e arenarie, del Sangiovese di Romagna, diffuso
tanto su argille che sabbie Mio-Plioceniche, e del
Trebbiano di Romagna, coltivato sulle colline di origine
marina a componente argilloso-sabbiosa. Anche i più famosi
vitigni toscani (tra i quali il Brunello di Montalcino,
il Nobile di Montepulciano ed il Chianti) si
sviluppano principalmente su terreni di natura argillosa e
argilloso-sabbiosa.
All’estremo opposto troviamo vini che derivano da vigneti impiantati su
terreni ricchi di sostanze azotate,
i quali presentano un basso grado alcolico ed un gusto più
grossolano. Nella nostra zona, fortunatamente per noi, non
vi sono molti di questi casi.
In genere va detto che i terreni a granulometria sabbiosa, e
qui possiamo inserirvi gran parte dei tufi sciolti e dei
Depositi vulcano-sedimentari che abbondando nelle campagne
Caninesi (Foto 4), sono
migliori di quelli argillosi, quindi a granulometria più
fine, in quanto danno vini più leggeri e profumati, con un
buon grado alcolico e poco colorati. Il rinomato Asti
Spumante proviene proprio da terreni arenacei sciolti,
quindi a granulometria sabbiosa, mentre il Teroldego
Rotaliano, del Trentino, viene coltivato su alluvioni
grossolane, provenienti da rocce calcaree e dolomitiche.
Al di sopra della “roccia madre” troviamo il “terreno
sciolto”, il quale può avere spessori molto
variabili, da pochi decimetri, sui versanti montuosi, a
parecchi metri, nelle aree di fondovalle. Si tratta di un
altro importante “ingrediente”, in quanto è qui che
affondano e si sviluppano le radici della vite. La capacità
di penetrare delle radici aumenta nel caso di terreni
sabbiosi, mentre per quelli argillosi esse trovano più
difficoltà a propagarsi. Per contro, se il terreno sciolto è
troppo grossolano, si può verificare una bassa
concentrazione di sostanze nutrienti, con la conseguente
riduzione della fertilità. In ogni caso un fattore
determinante per un corretto sviluppo della vite, è
costituito dal drenaggio, ovvero la capacità da parte del
terreno di farsi attraversare dalle acque ruscellanti, senza
che si verifichino ristagni dannosi; sotto questo punto di
vista i terreni argillosi appaiono decisamente svantaggiati.
Un altro importante fattore del “terreno sciolto”, oltre
alla granulometria, è rappresentato dalla composizione
chimica, chiaramente connessa alla “roccia madre”.
Gli elementi più importanti, di vitale importanza per la
crescita della pianta, tanto da essere integrati con la
concimazione, sono:
l’Azoto, che stimola la
crescita, il Fosforo,
che favorisce la fioritura, la produzione dei frutti e lo
sviluppo delle radici, ed il
Potassio, che favorisce l’assorbimento degli
elementi nutritivi e dell’acqua, quindi l’alimentazione
della pianta.
Sopra il “terreno sciolto” troviamo infine il “suolo”,
prodotto dall’alterazione chimica, fisica e biologica del
substrato. Nelle nostre zone il “suolo” è
formato da più orizzonti; dal basso verso l’alto, possiamo
riconoscerne 4:
1) Orizzonte C,
costituito dalla roccia alterata, interessata poco o nulla
da fenomeni biologici
2) Orizzonte B, di norma
di colore rossastro per la presenza diffusa di ossidi
metallici che derivano dal dilavamento degli strati più
superficiali
3) Orizzonte A, soggetto
più intensamente a fenomeni di “lisciviazione”,
ovvero all’asporto di sostanze (come il Ferro e l’Alluminio)
o alla decalcificazione dei Carbonati, da parte di acque in
parte acide, di origine meteorica
4) Orizzonte O, detto
anche “humus”, ricco di materia organica.
Quindi, la prossima volta che gusterete un bicchiere di vino, tenete a
mente che anche il terreno fa la sua parte, svolgendo un
ruolo determinante per la buona riuscita della vendemmia.
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Foto 1 |
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Foto 2 |
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Foto 3 |
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Foto 4 |
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