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Rubrica di Geologia a cura di Antonio Menghini

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Il Parco dei Mostri di Bomarzo:
quando la geologia incontra l’arte

  Il recente articolo di Giacomo Mazzuoli sul Parco dei Mostri di Bomarzo, mi ha fornito lo spunto per scrivere qualcosa sull’origine geologica dei grandiosi massi rocciosi, utilizzati per la creazione di queste splendide sculture: è proprio il caso di dire che in questo caso la Geologia incontra l’Arte, poiché non vi è dubbio che gli artisti dell’epoca furono in qualche modo ispirati e condizionati, nel creare le loro opere, dal tipo di materiale di cui disponevano: si tratta del noto “Peperino”, sicuramente una delle rocce più tipiche del Viterbese. Questo nome curioso, utilizzato fra l’altro per indicare formazioni geologiche simili anche in altre zone d’Italia, è legato alla fitta presenza di piccoli minerali nerastri lucenti, le Biotiti, che punteggiano la roccia grigia. Accanto a questi si riconoscono poi altri minerali, come il Sanidino, di aspetto biancastro-trasparente.
  I geologi definiscono questa roccia come Ignimbrite quarzolatitica Cimina; l’aggettivo ci ricorda che questa formazione è stata emessa, all’incirca 1 milione di anni fa, dall’apparato Cimino, il più antico edificio vulcanico del Viterbese, che precedette l’attività dei Vulsini e di Vico. Pensate che gli espandimenti ignimbritici del Peperino si estendono per la bellezza di circa 350 Kmq, quindi abbiamo a che fare con un’attività esplosiva di tutto rispetto, che sconvolse decisamente il paesaggio dell’epoca.
  Sulle caratteristiche delle emissioni ignimbritiche, vi rimando alla IIIa parte del percorso geologico che abbiamo intrapreso da Canino al mare: basta tenere a mente comunque che si tratta di colate formate da una miscela di gas e particelle solide, che viaggiano ad elevatissime velocità, tanto da distruggere tutto quello che incontrano per un raggio di parecchi Km. Nel nostro caso il punto principale di emissione era ubicato nei pressi del Monte Cimino, in corrispondenza del quale si innalzò il più grande dei domi vulcanici: si tratta di imponenti strutture, formate da lave acide, che provengono dalle profondità, sollevando, sino a perforarli, i terreni più antichi (nel nostro caso le Argille del Pliocene). Successivamente ed in parte contemporaneamente a questa attività effusiva, si esplicò l’emissione delle colate piroclastiche, quindi del Peperino. Va sottolineato comunque che questa roccia non ha interessato il territorio Caninese, arrestandosi molto più ad Est, poco oltre la città di Viterbo.
  Gli enormi blocchi rocciosi utilizzati per scolpire i Mostri sono dei massi rotolati dalle pendici della rupe rocciosa, sulla quale sorge l’abitato di Bomarzo, posto subito a monte del Parco. Ci troviamo in altre parole su un vasto “corpo di frana”, anche se molto antico e quindi stabilizzato. Queste grosse zone di accumulo, poste ai piedi delle pareti pipernoidi, caratterizzano molte delle zone poste ai margini degli affioramenti vulcanici: le Foto che accompagnano il testo le ho scattate nella Selva di Pietreto, nel Comune di Vitorchiano, a pochi Km di distanza dal Parco dei Mostri: si tratta di grossi massi erratici di Peperino, che senza dubbio avrebbero fatto la gioia degli scultori dell’epoca, ispirando tante altre creature mostruose. Tenete conto che le forme grottesche, in questo caso, sono state create solo e unicamente dalla natura, ovvero dall’azione delle acque e del vento.
  Certamente tra il “mostro” naturale della Foto 1 ed uno dei tanti del Parco, non corre poi tantissima differenza e sicuramente Orsini, quando ebbe la geniale idea del Parco, sarà stato influenzato proprio da visioni di questo tipo.

 
 


 

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