Il Parco dei Mostri di Bomarzo:
quando la geologia incontra l’arte
Il recente articolo di Giacomo Mazzuoli sul Parco dei Mostri
di Bomarzo, mi ha fornito lo spunto per scrivere qualcosa
sull’origine geologica dei grandiosi massi rocciosi,
utilizzati per la creazione di queste splendide sculture: è
proprio il caso di dire che in questo caso la Geologia
incontra l’Arte, poiché non vi è dubbio che gli artisti
dell’epoca furono in qualche modo ispirati e condizionati,
nel creare le loro opere, dal tipo di materiale di cui
disponevano: si tratta del noto “Peperino”, sicuramente una
delle rocce più tipiche del Viterbese. Questo nome curioso,
utilizzato fra l’altro per indicare formazioni geologiche
simili anche in altre zone d’Italia, è legato alla fitta
presenza di piccoli minerali nerastri lucenti, le Biotiti,
che punteggiano la roccia grigia. Accanto a questi si
riconoscono poi altri minerali, come il Sanidino, di aspetto
biancastro-trasparente.
I geologi definiscono questa roccia come Ignimbrite
quarzolatitica Cimina; l’aggettivo ci ricorda che questa
formazione è stata emessa, all’incirca 1 milione di anni fa,
dall’apparato Cimino, il più antico edificio vulcanico del
Viterbese, che precedette l’attività dei Vulsini e di Vico.
Pensate che gli espandimenti ignimbritici del Peperino si
estendono per la bellezza di circa 350 Kmq, quindi abbiamo a
che fare con un’attività esplosiva di tutto rispetto, che
sconvolse decisamente il paesaggio dell’epoca.
Sulle caratteristiche delle emissioni ignimbritiche, vi
rimando alla
IIIa parte del percorso geologico che abbiamo
intrapreso da Canino al mare: basta tenere a mente comunque
che si tratta di colate formate da una miscela di gas e
particelle solide, che viaggiano ad elevatissime velocità,
tanto da distruggere tutto quello che incontrano per un
raggio di parecchi Km. Nel nostro caso il punto principale
di emissione era ubicato nei pressi del Monte Cimino, in
corrispondenza del quale si innalzò il più grande dei domi
vulcanici: si tratta di imponenti strutture, formate da lave
acide, che provengono dalle profondità, sollevando, sino a
perforarli, i terreni più antichi (nel nostro caso le
Argille del Pliocene). Successivamente ed in parte
contemporaneamente a questa attività effusiva, si esplicò
l’emissione delle colate piroclastiche, quindi del Peperino.
Va sottolineato comunque che questa roccia non ha
interessato il territorio Caninese, arrestandosi molto più
ad Est, poco oltre la città di Viterbo.
Gli enormi blocchi rocciosi utilizzati per scolpire i Mostri
sono dei massi rotolati dalle pendici della rupe rocciosa,
sulla quale sorge l’abitato di Bomarzo, posto subito a monte
del Parco. Ci troviamo in altre parole su un vasto “corpo di
frana”, anche se molto antico e quindi stabilizzato. Queste
grosse zone di accumulo, poste ai piedi delle pareti
pipernoidi, caratterizzano molte delle zone poste ai margini
degli affioramenti vulcanici: le Foto che accompagnano il
testo le ho scattate nella Selva di Pietreto, nel Comune di
Vitorchiano, a pochi Km di distanza dal Parco dei Mostri: si
tratta di grossi massi erratici di Peperino, che senza
dubbio avrebbero fatto la gioia degli scultori dell’epoca,
ispirando tante altre creature mostruose. Tenete conto che
le forme grottesche, in questo caso, sono state create solo
e unicamente dalla natura, ovvero dall’azione delle acque e
del vento.
Certamente tra il “mostro” naturale della Foto 1
ed uno dei tanti del Parco, non corre poi tantissima
differenza e sicuramente Orsini, quando ebbe la geniale idea
del Parco, sarà stato influenzato proprio da visioni di
questo tipo.