Il 24 Aprile scorso sono stato invitato
dall’Assessore alla Cultura del Comune di Canino, Prof.
Roberto Selleri, a parlare degli aspetti idrogeologici della
sorgente del Bagno di Musignano, nel corso della
presentazione della ristampa anastatica del libro del Prof.
Gandolfi sulle Acque Termali, studio commissionato, nel
lontano 1810, dalla Sig.ra Alessandrina Bonaparte.
Mi è parso utile, per i lettori del sito, riproporre
l’intervento, per lo meno nelle sue parti essenziali.
Iniziamo dai dati oggettivi, che ci consentono di preparare
un vero e proprio “identikit” della sorgente, dati sui quali
formuleremo delle ipotesi, delle congetture sull’origine e
sulla natura di queste acque.
La sorgente, conosciuta come “il Bagno di Musignano”, sgorga
ad una quota di 142 metri s.l.m., ad una temperatura di 40°C
e con una portata variabile dagli 8 ai 9 litri/secondo. E‘
stata captata tramite un pozzetto circolare, di 1 metro di
diametro e profondo 1,5 metri. Da qui l’acqua, dopo aver
oltrepassato una serie di stramazzi per consentirne la
chiarificazione (Foto 1) raggiunge una condotta di scarico.
Le acque di Musignano vengono classificate come “solfato-bicarbonato-calciche”;
non vi fate intimorire dal nome così complicato: esso rileva
né più né meno che l’ordine, in senso decrescente, delle
principali sostanze chimiche disciolte nelle acque. Così in
prima posizione troviamo i Solfati, presenti in notevole
quantità (838 mg/l), seguiti a ruota dai Bicarbonati (630
mg/l) ed infine dal Calcio (416 mg/l). Se sommiamo tutte le
sostanze disciolte in un litro di queste acque,
verificheremmo una salinità medio-alta, pari a 2 g/l.
Diamo poi alcuni cenni sul contesto geologico nel quale è inserita la
manifestazione termale (Fig.2):
ci troviamo ai piedi della struttura orografica dei Monti di
Canino (dei quali abbiamo diffusamente parlato nella puntata
di Marzo), costituiti da rocce carbonatiche di età
Mesozoica. Nei pressi della sorgente vera e propria sono
presenti però altri tipi di terreni: si tratta dei
Travertini (indicati in Fig.1
dal tratteggio orizzontale), di origine recentissima, in
quanto deposti a seguito della precipitazione dei Carbonati
presenti nelle stesse acque termali; o meglio, a seguito
della fuga dell’Anidride Carbonica alla fuoriuscita delle
acque, fuga che innesca una reazione chimica tale da
traformare i Bicarbonati, massicciamente presenti nelle
acque in quanto solubili, in Carbonati, al contrario
insolubili e quindi soggetti a decantare. L’estesa placca
travertinosa, presente per parecchi Kmq lungo tutta la
pendice sud-occidentale dei Monti di Canino, sta a
testimoniare una diffusa e copiosa attività idrotermale, che
si protrae ormai millenni: non per niente il complesso
archeologico delle Cento Camere sta a dimostrare che già in
epoca Romana queste acque venivano ampiamente sfruttate. Va
sottolineato che la sorgente del Bagno, le Cento Camere ed
il Poggio Olivastro (dove è attiva una cava che estrae
appunto Travertino) si allineano tutte secondo una direzione
Nord-Ovest Sud-Est, che secondo molti geologi può essere
interpretata come una faglia (nella
Fig. 1 è indicata dalla linea tratteggiata).
Il fatto che queste acque sgorghino da così tanto tempo, con
portate tutt’altro che trascurabili e con temperature così
elevate, è il frutto di un fenomeno naturale che ha quasi
del miracoloso, in quanto legato alla coesistenza, tutt’altro
che comune, di 3 fattori: prima di tutto, e la cosa può
sembrare ovvia, ci deve essere disponibilità di acqua,
ovvero un serbatoio che sia in grado di garantire ogni
secondo queste quantità; il secondo fattore è costituito
dalla presenza di una fonte di calore che consenta il
riscaldamento delle acque; terzo ed ultimo fattore, dobbiamo
essere in presenza di particolari tipi di rocce, tali da
poter essere “aggredite” dalle acque, cosicché queste si
possano arricchire di tutte quelle componenti che
conferiscono loro le famose proprietà teraupetiche.
Se proviamo ad alterare, anche lievemente, uno solo di questi 3 elementi,
ecco che ci ritroviamo acque o manifestazioni di tutt’altro
tipo. Facciamo qualche esempio: manca l’acqua?
Bene, si possono avere comunque manifestazioni gassose
“secche”, come accade in alcune aree di Montefiascone (dove
pozzi profondi estraggono l’Anidride Carbonica), di Grotte
Santo Stefano o di Vejano. Si tratta di fuoriuscite di gas,
talora letali anche per l’uomo.
E che accadrebbe se mancasse la fonte di calore?
Avremmo acque mineralizzate ma fredde, così come si verifica
ad esempio a Montecatini Terme o Montepulciano.
Basta poi che si verifichi una piccola variazione delle
rocce-serbatoio, che le acque prendono tutto un altro
“sapore”: sempre nel caso di Montecatini Terme, la presenza
di bacini relitti di mare e di depositi evaporitici
Pliocenici, fa sì che le acque minerali siano caratterizzate
da un elevatissimo contenuto salino, molto vicino appunto a
quello marino. All’opposto, se la roccia-serbatoio è
costituita da vulcaniti acide, come le Lave dei domi o il
Peperino (si vada all’articolo del mese scorso), le acque
non riescono a strappare via molti elementi, per cui avremmo
a che fare con acque “oligominerali”, povere cioè di
sostanze chimiche.
Ma torniamo alle acque di Musignano: dicevamo della
disponibilità della risorsa, ovvero della presenza di un
“serbatoio” che garantisca nel tempo le portate
all’emergenza. In questo caso la ricarica del sistema è
garantita nient’altro che dalle piogge. Nella
Fig. 2 ho schematizzato il
modello di circolazione di queste acque: la ricarica
zenitale è rappresentata dalle frecce azzurre (quindi acqua
fredda) che cadono sui Monti di Canino; si tratta delle
acque piovane poco o nulla mineralizzate che, grazie alla
elevata permeabilità delle rocce calcaree, colorate in
azzurro (praticamente una “spugna” grazie all’elevata fessurazione e carsismo), hanno modo di infiltrarsi nel
sottosuolo. Questa ipotesi è stata confermata da sofisticate
analisi che sono state condotte sugli isotopi dell’Ossigeno
disciolto nelle acque, grazie alle quali si è potuta stimare
una quota di infiltrazione molto vicina a quella dei rilievi
dei Monti. Il quantitativo d’acqua che riesce a penetrare
nel sottosuolo e che contribuisce ad alimentare in
continuazione il serbatoio termale, è tutt’altro che
trascurabile, visto che in rocce di questo tipo,
l’infiltrazione può rappresentare un buon 40 % delle piogge.
A questo punto le acque cominciano a disciogliere le rocce
calcaree, arricchendosi in Bicarbonati e Calcio. Parliamo
però sempre di acque fredde. Giunte all’incirca alla quota
del mare, esse incontrano il serbatoio termale, riscaldato
dai corpi magmatici profondi, che hanno alimentato tutta
l’attività vulcanica durante il Pleistocene, e che fanno sì
che in gran parte della fascia costiera Tirrenica si
registrino ampie zone di “anomalie geotermica”: si tratta di
aree dove l’aumento della temperatura con la profondità è
decisamente maggiore che nelle altre zone d’Italia. Quindi
ecco trovato il secondo fattore che da’ vita alle
manifestazioni termali.
Come accade per la maggior parte dei Bacini Termali, ad esempio quello
Viterbese, l’area sorgiva si trova sulla verticale di un
“alto strutturale”, vale a dire su una zona dove il
serbatoio è sollevato, è più vicino alla superficie: appena
ci allontaniamo dai Monti di Canino, tanto verso Nord che
verso Sud, ecco che si registra un repentino sprofondamento
del serbatoio: da quota 0 m s.l.m. si scende a –400 m,
addirittura –800 m s.l.m., vale a dire da 500 a 1000 m di
profondità !
Le rocce del serbatoio sono sempre prevalentemente
carbonatiche, ma, per spiegare il massiccio arricchimento in
Solfati, bisogna presupporre la presenza anche di rocce di
diversa natura: si tratta di rocce evaporitiche Triassiche,
ancora più antiche di quelle che affiorano sui Monti, ricche
in Gesso e Anidrite. Ecco quindi come interviene il terzo
fattore.
Quindi le acque diventano calde, per cui, da qui e sino all’emergenza, il
percorso è segnalato dalle frecce rosse. La risalita è
favorita dalla spinta idrostatica esercitata, a mò di
pistone, dalle acque di ricarica: è come un circuito chiuso
che si instaura pressoché in continuità tra la superficie di
infiltrazione e l’area sorgiva, poiché tra la prima ed il
serbatoio, non esistono barriere impermeabili di alcun tipo.
L’effetto “pistone” spiega d’altronde la sensibilità del
regime sorgivo nei confronti delle precipitazioni, un
comportamento alquanto strano se consideriamo che tutto il
circuito idrico si esplica nell’arco di tempi lunghissimi,
sicuramente nell’ordine di diversi decenni: invece, il fatto
che la portata vari in funzione delle vicissitudini
meteoclimatiche, con un ritardo di solo pochi mesi, si
spiega con la maggiore o minore spinta degli afflussi su
tutto il sistema: se piove parecchio la spinta è elevata e
ciò si traduce in una maggiore portata, viceversa se si
verifica un periodo siccitoso.
La presenza di una coltre impermeabile, praticamente un “tappo”, alla
sommità del serbatoio geotermale (coltre costituita da un
potente pacco di terreni calcareo-marnosi e
argilloso-marnosi, colorati in verde nella
Fig. 2), contribuisce a tenere
“al calduccio” queste acque. La loro risalita può avvenire
solamente lungo le faglie, ovvero delle profonde fratture
che, quasi come fossero dei pozzi, mettono in diretta
comunicazione la superficie con il serbatoio termale. Si
tratta di faglie che si sono generate a seguito
dell’orogenesi Appenninica, che ha determinato il
sollevamento e l’accavallamento delle rocce carbonatiche (si
legga al proposito l’articolo sul Monte Canino). Quella che
interseca il Bagno, le Cento Camere ed il Poggio Olivastro,
è proprio una di queste faglie, forse la più importante nei
riguardi del sistema idrotermale.
Alla fuoriuscita le acque lasciano decantare i Carbonati,
formando le estese placche travertinose, evidenziate in
grigio nella Fig.2.
Spero che queste note abbiano contribuito a far capire
l’inestimabile valore costituito da questa preziosa risorsa
naturale, purtroppo ancora non adeguatamente sfruttata dalla
collettività.