L’evento del 22 Agosto scorso ci
da possibilità di tornare a parlare di
terremoti, tsunami e “rischio tsunami”;
per carità, siamo ben lontani dal
catastrofico evento dell’anno scorso che
ha sconvolto il Sud-Est Asiatico, ma la
scossa registrata sul litorale Laziale
ci rammenta, come già spiegavo nel mio
intervento del Gennaio scorso, che ci
troviamo comunque in un’area sismica,
influenzata non solo dall’intensa
attività tellurica dell’Appennino, ma
anche da quella, più nascosta e
fortunatamente più debole, che ha luogo
al largo del Mar Tirreno.
Veniamo ai dati, che potete raccogliere visitando il sito dell’I.N.G.V. (www.ingv.it)
curato da Patrizia Battelli (sito dal
quale ho preso tutte le figure allegate
all’articolo): l’epicentro del terremoto
è stato localizzato tra Anzio e Lavinio
(Fig. 1),
nelle vicinanze di un altro evento, di
stesse caratteristiche, che si verificò
nell’Ottobre del 1919. La magnitudo è
stata pari a 4.5. In
Fig. 2 è
riportata la registrazione sismometrica
relativa alla stazione dell’I.N.G.V. di
Roma: il primo arrivo è indicato dalla
lettera P, mentre con la lettera S è
stata evidenziata la fase più critica,
dove i risentimenti sono stati maggiori.
Il terremoto è stato generato da una
faglia di dimensioni comprese fra 1 e 2
Km, che ha provocato un movimento di
tipo “trascorrente” (con questo termine
si indicano movimenti che avvengono
lateralmente tra due blocchi crostali,
senza alcun sollevamento o abbassamento
dell’uno rispetto all’altro), con
conseguente spostamento di alcuni
centimetri.
Ma perché questo terremoto non ha
fortunatamente provocato maremoti ?
Prima di tutto dobbiamo tener presente
la minore energia di questo evento
rispetto a quello del Dicembre scorso:
4,5 contro 9 e, siccome la scala delle
magnitudo è esponenziale, è come dire
che l’ultimo terremoto ha avuto
all’incirca un’energia 10.000 volte
minore di quello asiatico ! Di norma per
generare uno tsunami il terremoto deve
avere una magnitudo superiore a 7,
ovvero interessare una faglia di
lunghezza superiori ai 40 Km (infatti
l’energia di un terremoto è direttamente
proporzionale alla lunghezza della
faglia che lo genera).
Un’altra fondamentale differenza tra i
due eventi risiede nella profondità
ipocentrale: affinché via sia un marcato
spostamento del fondale marino, tale da
indurre l’onda anomala, il terremoto
deve generarsi a profondità che non
superino i 30 Km. Fortunatamente nel
Tirreno abbiamo a che fare con ipocentri
ben più profondi.
In Fig.3 è riportato il cosiddetto “Campo
macrosismico” dell’evento: si tratta
di una elaborazione cartografica che ci
fa capire come il sisma sia stato
effettivamente avvertito dalla
popolazione. Per tale motivo essa si
basa sulla Scala Mercalli che, a
differenza della Richter fornisce,
tramite l’Intensità macrosismica e non
la Magnitudo, un’idea dell’entità della
scossa. Da essa si deduce come l’evento
tellurico sia stato di lieve entità,
visto che, al massimo, ha dato luogo ad
effetti riconducibili al VI grado
Mercalli.