E’ un torrido pomeriggio
d’agosto a New Orleans… i telegiornali
annunciano la presenza di un uragano nel
Golfo del Messico. Niente di nuovo: gli
uragani in agosto fanno parte della vita
di questa città… Ma il giorno seguente
la perturbazione si intensifica e punta
dritta sul centro abitato. Mentre il
vortice turbinante si avvicina alla
costa, più di un milione di persone
lascia la città. Ne restano però circa
200 mila: gente che non ha un
automobile, senzatetto, vecchi, malati…
La perturbazione colpisce Breton Sound
con la furia di una testata nucleare,
spingendo un’onda anomala mortale fino
al Lago Pontchartrain. L’acqua risale
fino alla terrazza che argina le acque
del lago. E poi tracima. Quasi l’80 per
cento del territorio di New Orleans si
trova sotto il livello del mare (in
alcune zone di oltre due metri), per cui
l’acqua si riversa sulla città… In
alcuni punti l’acqua raggiunge gli otto
metri e la gente si arrampica sui tetti
per salvarsi. Migliaia di persone
annegano nelle acque torbide,
contaminate dalle fognature e dagli
scarichi industriali… Ci vorranno due
mesi per bonificare la città. E’ il
peggior disastro naturale nella storia
degli Stati Uniti.
Quando è successo? Mai, o meglio, non
ancora. Questo scenario apocalittico
infatti è tutt’altro che inverosimile.
Secondo la Protezione civile
statunitense, un uragano su New Orleans
è una delle minacce peggiori che
incombono sul Paese…
“La perturbazione atmosferica che
metterebbe al tappeto la Louisiana? Un
uragano che a 72 ore dall’impatto sia di
categoria 3, diventi di categoria 4 a 48
ore e si trasformi in categoria 5 a 24
ore” …ipotizza Joe Suhayda, un ex
ingegnere ambientale… “Non penso che la
gente si renda conto di quanto sia
precaria la situazione”.
Per i climatologi, perturbazioni di
grande intensità potranno verificarsi
con maggior frequenza in questo secolo,
mentre l’innalzamento del livello del
mare derivante dal riscaldamento globale
aumenta il rischio cui sono sottoposte
le aree costiere più basse. Secondo Shea
Penland, geologo della University of New
Orleans, “il problema non è se
succederà, bensì quando”.
Questo è un ampio stralcio di un articolo pubblicato dal National
Geographic nell’Ottobre del 2004, a
firma di Joel K. Bourne Jr. A rileggerlo
si rimane allibiti da come siano state
azzeccate praticamente tutte le
previsioni ! Ancora una volta i geologi,
i naturalisti e gli ingegneri ambientali
non sono stati minimamente ascoltati
dalle Autorità competenti, anzi sono
stati trattati come le solite Cassandre
che prevedono sempre e solo sciagure.
Un’annotazione importante: vi confesso che, a differenza del maremoto nel
Sud-Est Asiatico, ho faticato molto a
reperire fonti di informazione su
Katrina: sui più importanti siti
geologici e geofisici statunitensi nulla
di nulla, come se fosse in atto una
sorta di autocensura. Mentre per il
maremoto dell’anno scorso si potevano
scaricare immagine da satellite,
elaborate simulazioni al computer,
stavolta sembra quasi che l’evento sia
avvenuto in uno dei più sperduti e
remoti angoli della Terra, e non nella
nazione più progredita ed avanzata
scientificamente. Forse gli stessi
americani si sono resi conto che
stavolta se la sono proprio cercata. Non
fraintendetemi: non sono di certo
passato dalla parte dei seguaci di Bin
Laden che hanno visto in questa
catastrofe naturale una punizione
divina! Sto solo constatando che i
motivi per aspettarsi un qualcosa del
genere erano più che fondati. Sul banco
degli imputati c’è infatti proprio
l’intervento antropico, che troppo
spesso stravolge i delicati equilibri
naturali, insieme ad una fatale
sottovalutazione dei rischi segnalati da
tempo dagli scienziati.
Cominciamo col dire che è stato ampiamente appurato (National Geographic
dell’Agosto scorso) che nell’ultimo
decennio la frequenza e l’intensità
degli uragani nel Golfo del Messico è
decisamente aumentata. Secondo gli
scienziati ciò è dovuto ad un
innalzamento della temperatura (tra 0,5
ed 1°C) delle acque oceaniche
superficiali. A ciò dobbiamo aggiungere
che è stato verificato un progressivo
innalzamento del livello dei mari,
dovuto al famoso “effetto serra”,
quindi le aree costiere, come appunto il
delta del Mississippi dove sorge New
Orleans, si trovano già di per sé in una
condizione critica.
Il tutto viene amplificato poi dallo
scellerato intervento dell’uomo che, a
costo di sottrarre terreni che dovrebbe
stare per loro natura sotto acqua, ha
messo in piedi una mostruosa macchina di
pompaggio, che mantiene all’asciutto la
città di New Orleans. Questa infatti si
trova sotto il livello del mare ed è
protetta da un sistema di argini, tanto
che gli abitanti vedono le navi
passargli sopra la testa !
A complicare ulteriormente il quadro è
il fenomeno della “subsidenza”,
ovvero il continuo abbassamento della
costa, provocato dal mancato
ripascimento naturale garantito dal
Mississippi, vale a dire il continuo
apporto di materiale trasportato dal
fiume, che, strappando terreno nella
parte più a monte del suo bacino
imbrifero, lo deposita alla foce. Questo
ormai non avviene più, a seguito della
realizzazione degli argini nel 1927, a
seguito di una delle frequenti
esondazioni: tale intervento a quel
tempo poteva sembrare il più idoneo, in
quanto garantiva la sicurezza delle zone
abitate, ma, come spesso accade, quando
in natura si tocca qualcosa nella
prospettiva di risolvere un problema,
c’è il rischio che questo si riproponga
sotto altre vesti e talora in forma
ancora più grave.
Un ulteriore fattore aggravante è costituito dalla massiccia attività
petrolifera, che ha portato alla
realizzazione di una miriade di canali
per l’esplorazione e per favorire il
conseguente traffico navale, favorendo
l’erosione costiera e l’ingresso delle
acque salate.
Come vedete siamo in presenza di una
situazione altamente a rischio dal punto
di vista ambientale, dove, invece di
intervenire per curare, si sono
apportate nel corso dei secoli modifiche
deleterie, che hanno peggiorato lo stato
di salute del sistema.
Il fatto che questo sia avvenuto nella
nazione più avanzata e progredita dal
punto di vista tecnologico della Terra,
la dice lunga sui limiti che l’Uomo
dovrebbe imporsi e che non può e non
deve travalicare: le forze della natura
sono immensamente più grandi di quelle
umane e a nulla servono gli imponenti
sforzi tecnologici per migliorare le
difese, ad esempio innalzando ancora di
più gli argini del lago Pontchartrain:
come sosteneva un geofisico americano,
ciò significherebbe solo spostare in
avanti il problema, col rischio poi di
avere un’inondazione ancora più
catastrofica.
Bisogna mettersi in testa che quelle zone sono inadatte per
l’insediamento di città come New
Orleans. I cicloni sono fenomeni del
tutto naturale sui quali non possiamo
far nulla (anche se la riduzione
dell’effetto serra potrebbe avere
conseguenze benefiche), ma sulla
prevenzione possiamo fare molto: non
dobbiamo violentare la natura, ma
cercare di mitigare, nei limiti del
possibile, i rischi ai quali siamo
sottoposti, magari ascoltando un po’ di
più chi queste cose le studia ed è in
grado di prevederle.
Per finire, sempre sull’articolo di
Bourne, si parlava di un piano di
intervento, predisposto da un equipe di
ambientalisti, aziende e genieri
dell’esercito americano, per la
protezione delle coste della Louisiana,
dal costo complessivo di 14 miliardi di
dollari. L’amministrazione Bush ne
stanziò solamente 2: forse è questo il
vero motivo dell’autocensura americana
sul disastro. Speriamo che questo sia di
insegnamento per la nostra classe
politica: il Vesuvio (tanto per citare
uno dei numerosi rischi naturali
nostrani) sta dietro l’angolo.