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Rubrica di Geologia a cura di Antonio Menghini

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Il ciclone Katrina

  E’ un torrido pomeriggio d’agosto a New Orleans… i telegiornali annunciano la presenza di un uragano nel Golfo del Messico. Niente di nuovo: gli uragani in agosto fanno parte della vita di questa città… Ma il giorno seguente la perturbazione si intensifica e punta dritta sul centro abitato. Mentre il vortice turbinante si avvicina alla costa, più di un milione di persone lascia la città. Ne restano però circa 200 mila: gente che non ha un automobile, senzatetto, vecchi, malati… La perturbazione colpisce Breton Sound con la furia di una testata nucleare, spingendo un’onda anomala mortale fino al Lago Pontchartrain. L’acqua risale fino alla terrazza che argina le acque del lago. E poi tracima. Quasi l’80 per cento del territorio di New Orleans si trova sotto il livello del mare (in alcune zone di oltre due metri), per cui l’acqua si riversa sulla città… In alcuni punti l’acqua raggiunge gli otto metri e la gente si arrampica sui tetti per salvarsi. Migliaia di persone annegano nelle acque torbide, contaminate dalle fognature e dagli scarichi industriali… Ci vorranno due mesi per bonificare la città. E’ il peggior disastro naturale nella storia degli Stati Uniti.
Quando è successo? Mai, o meglio, non ancora. Questo scenario apocalittico infatti è tutt’altro che inverosimile. Secondo la Protezione civile statunitense, un uragano su New Orleans è una delle minacce peggiori che incombono sul Paese…
“La perturbazione atmosferica che metterebbe al tappeto la Louisiana? Un uragano che a 72 ore dall’impatto sia di categoria 3, diventi di categoria 4 a 48 ore e si trasformi in categoria 5 a 24 ore” …ipotizza Joe Suhayda, un ex ingegnere ambientale… “Non penso che la gente si renda conto di quanto sia precaria la situazione”.
Per i climatologi, perturbazioni di grande intensità potranno verificarsi con maggior frequenza in questo secolo, mentre l’innalzamento del livello del mare derivante dal riscaldamento globale aumenta il rischio cui sono sottoposte le aree costiere più basse. Secondo Shea Penland, geologo della University of New Orleans, “il problema non è se succederà, bensì quando”.

  Questo è un ampio stralcio di un articolo pubblicato dal National Geographic nell’Ottobre del 2004, a firma di Joel K. Bourne Jr. A rileggerlo si rimane allibiti da come siano state azzeccate praticamente tutte le previsioni ! Ancora una volta i geologi, i naturalisti e gli ingegneri ambientali non sono stati minimamente ascoltati dalle Autorità competenti, anzi sono stati trattati come le solite Cassandre che prevedono sempre e solo sciagure.
  Un’annotazione importante: vi confesso che, a differenza del maremoto nel Sud-Est Asiatico, ho faticato molto a reperire fonti di informazione su Katrina: sui più importanti siti geologici e geofisici statunitensi nulla di nulla, come se fosse in atto una sorta di autocensura. Mentre per il maremoto dell’anno scorso si potevano scaricare immagine da satellite, elaborate simulazioni al computer, stavolta sembra quasi che l’evento sia avvenuto in uno dei più sperduti e remoti angoli della Terra, e non nella nazione più progredita ed avanzata scientificamente. Forse gli stessi americani si sono resi conto che stavolta se la sono proprio cercata. Non fraintendetemi: non sono di certo passato dalla parte dei seguaci di Bin Laden che hanno visto in questa catastrofe naturale una punizione divina! Sto solo constatando che i motivi per aspettarsi un qualcosa del genere erano più che fondati. Sul banco degli imputati c’è infatti proprio l’intervento antropico, che troppo spesso stravolge i delicati equilibri naturali, insieme ad una fatale sottovalutazione dei rischi segnalati da tempo dagli scienziati.
  Cominciamo col dire che è stato ampiamente appurato (National Geographic dell’Agosto scorso) che nell’ultimo decennio la frequenza e l’intensità degli uragani nel Golfo del Messico è decisamente aumentata. Secondo gli scienziati ciò è dovuto ad un innalzamento della temperatura (tra 0,5 ed 1°C) delle acque oceaniche superficiali. A ciò dobbiamo aggiungere che è stato verificato un progressivo innalzamento del livello dei mari, dovuto al famoso “effetto serra”, quindi le aree costiere, come appunto il delta del Mississippi dove sorge New Orleans, si trovano già di per sé in una condizione critica.
Il tutto viene amplificato poi dallo scellerato intervento dell’uomo che, a costo di sottrarre terreni che dovrebbe stare per loro natura sotto acqua, ha messo in piedi una mostruosa macchina di pompaggio, che mantiene all’asciutto la città di New Orleans. Questa infatti si trova sotto il livello del mare ed è protetta da un sistema di argini, tanto che gli abitanti vedono le navi passargli sopra la testa !
A complicare ulteriormente il quadro è il fenomeno della “subsidenza”, ovvero il continuo abbassamento della costa, provocato dal mancato ripascimento naturale garantito dal Mississippi, vale a dire il continuo apporto di materiale trasportato dal fiume, che, strappando terreno nella parte più a monte del suo bacino imbrifero, lo deposita alla foce. Questo ormai non avviene più, a seguito della realizzazione degli argini nel 1927, a seguito di una delle frequenti esondazioni: tale intervento a quel tempo poteva sembrare il più idoneo, in quanto garantiva la sicurezza delle zone abitate, ma, come spesso accade, quando in natura si tocca qualcosa nella prospettiva di risolvere un problema, c’è il rischio che questo si riproponga sotto altre vesti e talora in forma ancora più grave.
  Un ulteriore fattore aggravante è costituito dalla massiccia attività petrolifera, che ha portato alla realizzazione di una miriade di canali per l’esplorazione e per favorire il conseguente traffico navale, favorendo l’erosione costiera e l’ingresso delle acque salate.
Come vedete siamo in presenza di una situazione altamente a rischio dal punto di vista ambientale, dove, invece di intervenire per curare, si sono apportate nel corso dei secoli modifiche deleterie, che hanno peggiorato lo stato di salute del sistema.
Il fatto che questo sia avvenuto nella nazione più avanzata e progredita dal punto di vista tecnologico della Terra, la dice lunga sui limiti che l’Uomo dovrebbe imporsi e che non può e non deve travalicare: le forze della natura sono immensamente più grandi di quelle umane e a nulla servono gli imponenti sforzi tecnologici per migliorare le difese, ad esempio innalzando ancora di più gli argini del lago Pontchartrain: come sosteneva un geofisico americano, ciò significherebbe solo spostare in avanti il problema, col rischio poi di avere un’inondazione ancora più catastrofica.
  Bisogna mettersi in testa che quelle zone sono inadatte per l’insediamento di città come New Orleans. I cicloni sono fenomeni del tutto naturale sui quali non possiamo far nulla (anche se la riduzione dell’effetto serra potrebbe avere conseguenze benefiche), ma sulla prevenzione possiamo fare molto: non dobbiamo violentare la natura, ma cercare di mitigare, nei limiti del possibile, i rischi ai quali siamo sottoposti, magari ascoltando un po’ di più chi queste cose le studia ed è in grado di prevederle.
Per finire, sempre sull’articolo di Bourne, si parlava di un piano di intervento, predisposto da un equipe di ambientalisti, aziende e genieri dell’esercito americano, per la protezione delle coste della Louisiana, dal costo complessivo di 14 miliardi di dollari. L’amministrazione Bush ne stanziò solamente 2: forse è questo il vero motivo dell’autocensura americana sul disastro. Speriamo che questo sia di insegnamento per la nostra classe politica: il Vesuvio (tanto per citare uno dei numerosi rischi naturali nostrani) sta dietro l’angolo.
 
 


Fig. 1

 


 


Fig. 2


 

 


Fig. 3

 
 
 

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