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Rubrica di Geologia a cura di Antonio Menghini

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Le alluvioni del 6 e 15 Novembre 2005

  I recenti fenomeni alluvionali che hanno investito dapprima la frazione di Pescia Romana e, pochi giorni fa, il Lido di Tarquinia, portano prepotentemente alla ribalta il problema del rischio idrogeologico. Le foto allegate, tratte dal sito www.tusciaweb.it, danno un’idea dell’entità dei fenomeni.
Purtroppo tutto il mondo è paese, per cui siamo costretti a ripetere ancora una volta e con profondo rammarico che, come nel caso del ciclone Katrina, si tratta di catastrofi in buona parte prevedibili. Le conoscenze scientifiche attuali ci permettono infatti di studiare le cause di questo tipo di fenomeni, capendo anche quali possono essere i mezzi per mitigare, per ridurre i danni conseguenti. Il problema è però sempre quello di riuscire a coniugare le aspettative della comunità, che ha in sé la legittima aspirazione ad espandersi, ad ampliare le zone di edificazione, con le limitazioni che madre natura ci impone, tant’è che spesso si urbanizzano zone tutt’altro che idonee da un punto di vista idrogeologico. Si tratta di un problema vecchio, poiché un tempo si edificava senza tanti scrupoli e che oggi è sicuramente ridimensionato dal fatto che ogni nuovo intervento edilizio deve essere accompagnato da uno studio geologico di dettaglio, studio che dovrebbe mettere in risalto proprio quali sono i rischi naturali, siano essi di alluvionamento o di frana. E’ chiaro però che i tecnici di oggi si trovano, sulle loro spalle e senza volerlo, gli errori di pianificazione urbanistica fatti tanti anni orsono. Questo per dire che non è facile risolvere situazioni pregresse, oramai consolidate nel tempo: in poche parole non possiamo delocalizzare (vale a dire spostare in blocco) insediamenti che coinvolgono tantissime famiglie e che rappresentano un patrimonio edilizio ingente, anche se sappiamo benissimo che si tratta di strutture che si trovano in zone a rischio.
  Per verificare ciò basta tener conto delle conclusioni riportate dal P.A.I. (Piano di Assetto Idrogeologico) elaborato dalle varie Autorità di Bacino. Con tale strumento sono state individuate tutte le zone a rischio idrogeologico del nostro territorio, riferito tanto alla pericolosità idraulica (e quindi i problemi di alluvionamento) quanto alla pericolosità da frana. Si tratta quindi di studi che, seppur abbiano un respiro a carattere regionale e che quindi debbono essere verificati nel dettaglio locale, ogni Amministrazione Pubblica deve conoscere per programmare, d’ora in poi, le scelte urbanistiche in sede di Piano Regolatore, per una corretta destinazione d’uso del territorio.
Nel caso dei recenti fenomeni alluvionali sono state coinvolte zone che rientrano all’interno dell’Autorità dei Bacini Regionali del Lazio: si tratta di quelle porzioni di territorio che cadono dentro i bacini idrografici dei Fiumi Marta, Mignone, Arrone e Tafone. Esiste poi l’Autorità del Bacino Interregionale del Fiume Fiora e quella del Fiume Tevere.
  Se andate sul sito www.abr.lazio.it/maps/pai.mwf , potete vedere quali sono queste zone a rischio. Sulla sinistra troverete una legenda dove sono riportati vari tematismi; a voi basta selezionare la voce “CTR 1:10.000” (che vi consente di vedere la base cartografica) e la voce “PAI Fasce Idrauliche”. Quest’ultima poi riporta varie sottovoci: Fascia A, Fascia B1 e Fascia B2. Limitiamoci a queste poche voci per non complicarci la vita. Chiaramente il tutto va fatto dopo aver zoomato la carta regionale che vi compare appena aprite il sito, in modo da inquadrare l’area di vostro interesse.
Le 3 fasce idrauliche suddette corrispondono ad altrettante zone a rischio idraulico, secondo un ordine decrescente: questo significa che la fascia A è la peggiore di tutte. In effetti essa indica che le porzioni di territorio che rientrano in questa area, possono essere soggette a fenomeni di inondazione con una frequenza media non superiore ai 30 anni. Si tratta quindi di zone dove, in teoria, le alluvioni possono ripresentarsi addirittura ogni anno od ogni qual volta si verifichi un evento piovoso di eccezionale entità: se siamo fortunati, potremmo pure stare tranquilli da qui e sino ai prossimi 30 anni, ma non è escluso che nel frattempo si verifichi un altro fenomeno.
Al contrario per le fasce B1 e B2, la frequenza di inondazione è compresa fra i 30 ed i 200 anni, con conseguenze peggiori però per la prima fascia. Si tratta ad ogni modo di zone anch’esse potenzialmente alluvionabili.
  Per chi ha meno dimestichezza con il computer ho riportato una scansione di una delle tavole che l’Amministrazione Provinciale di Viterbo ha redatto nell’ambito della 2a Relazione sullo stato dell’Ambiente del 2003 (www.provincia.viterbo.it/ambiente); si tratta della Tavola 8 (Fig.1) che riporta le aree sottoposte a tutela per rischio idraulico e che tiene conto proprio delle indicazioni dei P.A.I. delle varie Autorità di Bacino: in questo caso il rosso corrisponde alla fascia A, il giallo alle B, mentre il colore verde è relativo alle fasce C, a rischio idraulico lieve.
E’ possibile così verificare come tutta la pianura del Fiume Marta sia estremamente vulnerabile e come la fascia A si allarghi decisamente già a monte della S.S. Aurelia, giungendo poi sino alla foce ed interessando il Lido di Tarquinia, oltre alle zone più basse di Marina Velka (località “Voltone” e “Voltoncino”). Come vedete questa fascia coinvolge tantissime abitazioni, praticamente le stesse che sono state investite dalla recente alluvione. L’elevato rischio di alluvionamento interessa poi il tratto terminale del Torrente Arrone, del Fiume Mignone e degli altri corsi d’acqua che sfociano sul Tirreno.



 
 



Fig. 1

 


 



Foto 1


 

 



Foto 2

 
 

Foto 3

 
 
 
  Al contrario alcune delle zone di Pescia Romana investite dall’alluvione del 6 Novembre, non sono state segnalate dal P.A.I. come zone a rischio: è evidente che lo strumento fornito dall’Autorità di Bacino può essere migliorato e calato sulla realtà territoriale locale, per cui occorrerà procedere con studi di maggior dettaglio. Sulla base comunque della mia personale esperienza posso senz’altro asserire che spesse volte il problema è legato a cause contingenti (ad esempio l’ostruzione di un collettore secondario da parte delle piante trascinate dalle acque di piena), per cui le valutazioni statistiche (che invece tengono conto di una ben precisa sezione “utile” del fosso, la quale consente lo smaltimento di un determinato quantitativo d’acqua) vengono vanificate. E’ quindi importante anche prevedere una corretta manutenzione e ripulitura degli alvei.
  Per quanto riguarda invece il Fiume Fiora, la relativa Autorità di Bacino ha segnalato allo stesso modo delle zone ad elevato rischio di esondazione, con tempi di ritorno trentennali. E’ però in fase di realizzazione, da parte dell’Agenzia Regionale per la Difesa del Suolo (ARDIS), l’arginatura di parte del corso d’acqua, per cui queste zone verranno declassate, cosicché, a lavori ultimati, saranno sempre soggette a fenomeni di inondazione, ma con tempi di ritorno di 200 anni. Anche qui valgono però le considerazioni precedenti: è importante anche tenere puliti i corsi d’acqua minori, altrimenti l’esondazione avrà luogo in tutt’altra parte rispetto a quella prevista dagli studi idraulici dell’Autorità di Bacino.
  A valle di tutti questi discorsi va chiarita comunque una cosa: in prima battuta si potrebbe pensare che un evento piovoso di tale entità non consentiva molti margini di intervento; non ho ancora dati ufficiali sulla pluviometria, ma anche se si è sicuramente trattato di un evento eccezionale, non penso sia da considerare come anomalo dal punto di vista meteorologico. L’unica informazione che sono riuscito a reperire è il dato riportato dal mio amico Alessandro Capotosti (www.meteoviterbo.it), il quale ha verificato un’intensità di ben 166,9 mm di pioggia nell’arco di sole 13 ore (più di quanto cade normalmente nell’intero mese di Novembre !). Pur essendo un valore notevole rientra nelle serie storiche note, visto che il dato di picco sinora registrato nella nostra Provincia (riferito al nubifragio del 18 Settembre 1960 ed alla stazione pluviometrica di Bolsena) è di 70 mm in una sola ora. E’ vero che il dato è relativo a Viterbo, per cui sulla costa potremmo aver avuto piogge più intense, però l’ordine di grandezza è quello.
 
  E’ quindi sbagliato scaricare tutti i problemi sulla pioggia: il fatto che il P.A.I. avesse già da tempo previsto che tali zone erano soggette ad inondazione ci dimostra che ancora siamo all’interno dei modelli meteorologici noti, senza per forza andare a scomodare l’effetto “serra” o chissà quali sconvolgimenti climatici planetari (attenzione, non metto in dubbio la loro esistenza, ma che siano la causa di tutti i mali): piogge di tale intensità ci sono sempre state e sempre ci saranno, per cui dobbiamo prendere atto una volta per tutte che il problema non è il clima ma l’intervento antropico irresponsabile, che provoca l’incondottamento forzato dei corsi d’acqua, che agisce pesantemente, spesso in maniera errata, sulla regimazione delle acque superficiali, che ha impermeabilizzato, con l’urbanizzazione, quei terreni che un tempo erano in grado di assorbire più efficacemente le ingenti piogge autunnali.
  Per comprendere meglio quest’ultimo aspetto si tenga conto che i tempi di corrivazione (vale a dire i tempi che l’acqua piovana impiega a riversarsi sul corso d’acqua) sono di gran lunga minori nel caso di zone asfaltate o cementate, per cui il fiume è costretto ad accollarsi, in brevissimo tempo, ingenti quantitativi d’acqua, senza per altro che questi siano in qualche misura ridotti dalla naturale capacità di assorbimento del terreno naturale.
  Vale la pena accennare brevemente a come le Autorità di Bacino hanno delimitato le aree esondabili: bisogna partire innanzitutto da dati storici pluviometrici, in particolare le intensità massime di precipitazione registrate sulle stazioni meteo presenti all’interno, o nelle immediate vicinanze, del bacino idrografico del corso d’acqua esaminato. Si parte quindi da dati reali, verificatesi sul nostro territorio, registrati per lo meno a partire dall’inizio del ‘900 o giù di lì. Dopodiché, grazie a complesse elaborazioni di carattere statistico, si possono prevedere le intensità massime di precipitazione per un certo intervallo di tempo. Si ottiene pertanto un determinato valore di piovosità (espresso in mm) che, introdotto in una complessa formula che tiene conto delle caratteristiche fisiografiche del nostro bacino idrografico (vale a dire forma, caratteristiche di permeabilità dei terreni affioranti, dislivello tra la sezione considerata e la massima quota del bacino), ci consente di calcolare la Portata di massima piena (espressa in mc/secondo). A questo punto bisogna verificare se tale portata possa essere smaltita attraverso la sezione disponibile del nostro corso d’acqua, tenendo conto chiaramente dei punti nevralgici, dove cioè si hanno delle strozzature artificiali (ponti, attraversamenti stradali, incondottamenti, etc.). Poiché la portata è data dal prodotto velocità x superficie della sezione di chiusura, una volta calcolata la velocità massima di piena delle acque, velocità che dipende dalle pendenze che troviamo a monte della sezione considerata, basta dividere la Portata massima per tale valore, ricavando così la sezione necessaria per smaltire la piena: se il valore è maggiore di quello effettivamente disponibile ecco che siamo in condizioni di rischio, di potenziale esondazione.

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