I recenti fenomeni alluvionali
che hanno investito dapprima la frazione
di Pescia Romana e, pochi giorni fa, il
Lido di Tarquinia, portano
prepotentemente alla ribalta il problema
del rischio idrogeologico. Le foto
allegate, tratte dal sito
www.tusciaweb.it, danno un’idea
dell’entità dei fenomeni.
Purtroppo tutto il mondo è paese, per
cui siamo costretti a ripetere ancora
una volta e con profondo rammarico che,
come nel caso del ciclone Katrina, si
tratta di catastrofi in buona parte
prevedibili. Le conoscenze scientifiche
attuali ci permettono infatti di
studiare le cause di questo tipo di
fenomeni, capendo anche quali possono
essere i mezzi per mitigare, per ridurre
i danni conseguenti. Il problema è però
sempre quello di riuscire a coniugare le
aspettative della comunità, che ha in sé
la legittima aspirazione ad espandersi,
ad ampliare le zone di edificazione, con
le limitazioni che madre natura ci
impone, tant’è che spesso si urbanizzano
zone tutt’altro che idonee da un punto
di vista idrogeologico. Si tratta di un
problema vecchio, poiché un tempo si
edificava senza tanti scrupoli e che
oggi è sicuramente ridimensionato dal
fatto che ogni nuovo intervento edilizio
deve essere accompagnato da uno studio
geologico di dettaglio, studio che
dovrebbe mettere in risalto proprio
quali sono i rischi naturali, siano essi
di alluvionamento o di frana. E’ chiaro
però che i tecnici di oggi si trovano,
sulle loro spalle e senza volerlo, gli
errori di pianificazione urbanistica
fatti tanti anni orsono. Questo per dire
che non è facile risolvere situazioni
pregresse, oramai consolidate nel tempo:
in poche parole non possiamo
delocalizzare (vale a dire spostare in
blocco) insediamenti che coinvolgono
tantissime famiglie e che rappresentano
un patrimonio edilizio ingente, anche se
sappiamo benissimo che si tratta di
strutture che si trovano in zone a
rischio.
Per verificare ciò basta tener conto delle conclusioni riportate dal
P.A.I. (Piano di Assetto Idrogeologico)
elaborato dalle varie Autorità di
Bacino. Con tale strumento sono state
individuate tutte le zone a rischio
idrogeologico del nostro territorio,
riferito tanto alla pericolosità
idraulica (e quindi i problemi di
alluvionamento) quanto alla pericolosità
da frana. Si tratta quindi di studi che,
seppur abbiano un respiro a carattere
regionale e che quindi debbono essere
verificati nel dettaglio locale, ogni
Amministrazione Pubblica deve conoscere
per programmare, d’ora in poi, le scelte
urbanistiche in sede di Piano
Regolatore, per una corretta
destinazione d’uso del territorio.
Nel caso dei recenti fenomeni
alluvionali sono state coinvolte zone
che rientrano all’interno dell’Autorità
dei Bacini Regionali del Lazio: si
tratta di quelle porzioni di territorio
che cadono dentro i bacini idrografici
dei Fiumi Marta, Mignone, Arrone e
Tafone. Esiste poi l’Autorità del Bacino
Interregionale del Fiume Fiora e quella
del Fiume Tevere.
Se andate sul sito
www.abr.lazio.it/maps/pai.mwf ,
potete vedere quali sono queste zone a
rischio. Sulla sinistra troverete una
legenda dove sono riportati vari
tematismi; a voi basta selezionare la
voce “CTR 1:10.000” (che vi consente di
vedere la base cartografica) e la voce
“PAI Fasce Idrauliche”. Quest’ultima poi
riporta varie sottovoci: Fascia A,
Fascia B1 e Fascia B2. Limitiamoci a
queste poche voci per non complicarci la
vita. Chiaramente il tutto va fatto dopo
aver zoomato la carta regionale che vi
compare appena aprite il sito, in modo
da inquadrare l’area di vostro
interesse.
Le 3 fasce idrauliche suddette
corrispondono ad altrettante zone a
rischio idraulico, secondo un ordine
decrescente: questo significa che la
fascia A è la peggiore di tutte. In
effetti essa indica che le porzioni di
territorio che rientrano in questa area,
possono essere soggette a fenomeni di
inondazione con una frequenza media non
superiore ai 30 anni. Si tratta quindi
di zone dove, in teoria, le alluvioni
possono ripresentarsi addirittura ogni
anno od ogni qual volta si verifichi un
evento piovoso di eccezionale entità: se
siamo fortunati, potremmo pure stare
tranquilli da qui e sino ai prossimi 30
anni, ma non è escluso che nel frattempo
si verifichi un altro fenomeno.
Al contrario per le fasce B1 e B2, la
frequenza di inondazione è compresa fra
i 30 ed i 200 anni, con conseguenze
peggiori però per la prima fascia. Si
tratta ad ogni modo di zone anch’esse
potenzialmente alluvionabili.
Per chi ha meno dimestichezza con il computer ho riportato una scansione
di una delle tavole che
l’Amministrazione Provinciale di Viterbo
ha redatto nell’ambito della 2a
Relazione sullo stato dell’Ambiente del
2003 (www.provincia.viterbo.it/ambiente);
si tratta della Tavola 8 (Fig.1)
che riporta le aree sottoposte a tutela
per rischio idraulico e che tiene conto
proprio delle indicazioni dei P.A.I.
delle varie Autorità di Bacino: in
questo caso il rosso corrisponde alla
fascia A, il giallo alle B, mentre il
colore verde è relativo alle fasce C, a
rischio idraulico lieve.
E’ possibile così verificare come tutta
la pianura del Fiume Marta sia
estremamente vulnerabile e come la
fascia A si allarghi decisamente già a
monte della S.S. Aurelia, giungendo poi
sino alla foce ed interessando il Lido
di Tarquinia, oltre alle zone più basse
di Marina Velka (località “Voltone” e “Voltoncino”).
Come vedete questa fascia coinvolge
tantissime abitazioni, praticamente le
stesse che sono state investite dalla
recente alluvione. L’elevato rischio di
alluvionamento interessa poi il tratto
terminale del Torrente Arrone, del Fiume
Mignone e degli altri corsi d’acqua che
sfociano sul Tirreno.
Fig. 1
Foto 1
Foto 2
Foto 3
Al contrario alcune delle zone di Pescia Romana investite
dall’alluvione del 6 Novembre, non sono state segnalate dal P.A.I. come
zone a rischio: è evidente che lo strumento fornito dall’Autorità di
Bacino può essere migliorato e calato sulla realtà territoriale locale,
per cui occorrerà procedere con studi di maggior dettaglio. Sulla base
comunque della mia personale esperienza posso senz’altro asserire che
spesse volte il problema è legato a cause contingenti (ad esempio
l’ostruzione di un collettore secondario da parte delle piante
trascinate dalle acque di piena), per cui le valutazioni statistiche
(che invece tengono conto di una ben precisa sezione “utile” del fosso,
la quale consente lo smaltimento di un determinato quantitativo d’acqua)
vengono vanificate. E’ quindi importante anche prevedere una corretta
manutenzione e ripulitura degli alvei.
Per quanto riguarda invece il Fiume Fiora, la relativa Autorità di Bacino
ha segnalato allo stesso modo delle zone ad elevato rischio di
esondazione, con tempi di ritorno trentennali. E’ però in fase di
realizzazione, da parte dell’Agenzia Regionale per la Difesa del Suolo (ARDIS),
l’arginatura di parte del corso d’acqua, per cui queste zone verranno
declassate, cosicché, a lavori ultimati, saranno sempre soggette a
fenomeni di inondazione, ma con tempi di ritorno di 200 anni. Anche qui
valgono però le considerazioni precedenti: è importante anche tenere
puliti i corsi d’acqua minori, altrimenti l’esondazione avrà luogo in
tutt’altra parte rispetto a quella prevista dagli studi idraulici
dell’Autorità di Bacino.
A valle di tutti questi discorsi va chiarita comunque una cosa: in prima
battuta si potrebbe pensare che un evento piovoso di tale entità non
consentiva molti margini di intervento; non ho ancora dati ufficiali
sulla pluviometria, ma anche se si è sicuramente trattato di un evento
eccezionale, non penso sia da considerare come anomalo dal punto di
vista meteorologico. L’unica informazione che sono riuscito a reperire è
il dato riportato dal mio amico Alessandro Capotosti (www.meteoviterbo.it),
il quale ha verificato un’intensità di ben 166,9 mm di pioggia nell’arco
di sole 13 ore (più di quanto cade normalmente nell’intero mese di
Novembre !). Pur essendo un valore notevole rientra nelle serie storiche
note, visto che il dato di picco sinora registrato nella nostra
Provincia (riferito al nubifragio del 18 Settembre 1960 ed alla stazione
pluviometrica di Bolsena) è di 70 mm in una sola ora. E’ vero che il
dato è relativo a Viterbo, per cui sulla costa potremmo aver avuto
piogge più intense, però l’ordine di grandezza è quello.
E’ quindi sbagliato scaricare tutti i problemi sulla pioggia: il
fatto che il P.A.I. avesse già da tempo previsto che tali zone erano
soggette ad inondazione ci dimostra che ancora siamo all’interno dei
modelli meteorologici noti, senza per forza andare a scomodare l’effetto
“serra” o chissà quali sconvolgimenti climatici planetari (attenzione,
non metto in dubbio la loro esistenza, ma che siano la causa di tutti i
mali): piogge di tale intensità ci sono sempre state e sempre ci
saranno, per cui dobbiamo prendere atto una volta per tutte che il
problema non è il clima ma l’intervento antropico irresponsabile, che
provoca l’incondottamento forzato dei corsi d’acqua, che agisce
pesantemente, spesso in maniera errata, sulla regimazione delle acque
superficiali, che ha impermeabilizzato, con l’urbanizzazione, quei
terreni che un tempo erano in grado di assorbire più efficacemente le
ingenti piogge autunnali.
Per comprendere meglio quest’ultimo aspetto si tenga conto che i tempi di
corrivazione (vale a dire i tempi che l’acqua piovana impiega a
riversarsi sul corso d’acqua) sono di gran lunga minori nel caso di zone
asfaltate o cementate, per cui il fiume è costretto ad accollarsi, in
brevissimo tempo, ingenti quantitativi d’acqua, senza per altro che
questi siano in qualche misura ridotti dalla naturale capacità di
assorbimento del terreno naturale.
Vale la pena accennare brevemente a come le Autorità di Bacino hanno
delimitato le aree esondabili: bisogna partire innanzitutto da dati
storici pluviometrici, in particolare le intensità massime di
precipitazione registrate sulle stazioni meteo presenti all’interno, o
nelle immediate vicinanze, del bacino idrografico del corso d’acqua
esaminato. Si parte quindi da dati reali, verificatesi sul nostro
territorio, registrati per lo meno a partire dall’inizio del ‘900 o giù
di lì. Dopodiché, grazie a complesse elaborazioni di carattere
statistico, si possono prevedere le intensità massime di precipitazione
per un certo intervallo di tempo. Si ottiene pertanto un determinato
valore di piovosità (espresso in mm) che, introdotto in una complessa
formula che tiene conto delle caratteristiche fisiografiche del nostro
bacino idrografico (vale a dire forma, caratteristiche di permeabilità
dei terreni affioranti, dislivello tra la sezione considerata e la
massima quota del bacino), ci consente di calcolare la Portata di
massima piena (espressa in mc/secondo). A questo punto bisogna
verificare se tale portata possa essere smaltita attraverso la sezione
disponibile del nostro corso d’acqua, tenendo conto chiaramente dei
punti nevralgici, dove cioè si hanno delle strozzature artificiali
(ponti, attraversamenti stradali, incondottamenti, etc.). Poiché la
portata è data dal prodotto velocità x superficie della sezione di
chiusura, una volta calcolata la velocità massima di piena delle acque,
velocità che dipende dalle pendenze che troviamo a monte della sezione
considerata, basta dividere la Portata massima per tale valore,
ricavando così la sezione necessaria per smaltire la piena: se il valore
è maggiore di quello effettivamente disponibile ecco che siamo in
condizioni di rischio, di potenziale esondazione.