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Rubrica di Geologia a cura di Antonio Menghini

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Il Museo geofisico di Rocca di Papa

  Prima di riprendere il discorso sul Fiume Fiora, interrotto qualche mese fa, volevo segnalarvi il Museo Geofisico di Rocca di Papa. Tenuto conto che la distanza da Canino non è eccessiva, penso valga la pena prendere in considerazione l’opportunità di farsi una gita a questo caratteristico borgo dei Castelli Romani, situato al centro dei Colli Albani. All’interno del Museo sono installate macchine ludiche, strumentazioni, etc. che rendono molto interessante la visita anche da parte di comitive scolastiche (sono infatti previste anche visite guidate di gruppo).

  Partendo dal terrazzo, che offre una suggestiva panoramica che spazia dai Colli Albani sino a Roma, fino a giungere al Mar Tirreno, si affronta un tema oramai più che familiare per i frequentatori della nostra rubrica: l’evoluzione geologica del vulcanismo Albano, spiegata attraverso un plastico ed una serie di campioni di rocce. Dobbiamo tener presente che ci troviamo all’interno del dominio vulcanico più recente del Lazio, che esplicò la sua attività dopo quello di Latera e di Vico: pensate che proprio in queste zone sono state datate colate laviche che hanno poche migliaia di anni !
Tra i macchinari esposti all’interno del Museo, i sismografi sono indubbiamente i più importanti: non per niente esso ha sede all’interno di un Osservatorio Geodinamico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Per comprendere la vitale importanza che questi strumenti rivestono per gli studiosi delle Scienze della Terra, va tenuto a mente che tutte le ipotesi sulla struttura interna della Terra, si avvalgono dei dati strumentali dedotti dalla Sismologia: grazie allo studio della propagazione delle varie onde sismiche, generate dai terremoti, i geologi ed i geofisici sono stati in grado di comprendere la natura della crosta terrestre, del sottostante mantello, sino a giungere al nucleo. Questo perché le onde sismiche presentano velocità di propagazione che sono intimamente connesse alla densità delle rocce attraversate.

  Tra questi eccezionali strumenti il Museo presenta il sismografo elettro-meccanico “Galitzin” (Foto 1): si tratta di un’apparecchiatura che fa comprendere in maniera efficace il funzionamento di una stazione sismica. In estrema sintesi il tutto funziona in questo modo: allorché un’onda sismica proveniente da un terremoto, raggiunge il nostro Osservatorio, si imprime un’oscillazione ad una coppia di bobine ancorate ad una massa inerziale; poiché esse sono immerse in un campo elettromagnetico costante, quando si muovono producono una corrente indotta, tanto più intensa quanto più è ampia l’oscillazione prodotta dal sisma. Tramite poi un galvanometro, l’intensità di corrente viene trasformata in spostamento, sino a produrre il famoso “sismogramma”, ovvero la traccia scritta del terremoto. Un esempio di sismogramma è visibile alla puntata sul maremoto asiatico (Gennaio 2005).

 
 



Foto 1
Il sismografo elettro-meccanico “Galitzin”

 



Foto 2
Il sismografo
di Emil Wiechert

 

Foto 3
Il sismografo di Ishimoto

 

Foto 4
Il sismoscopio di Vicentini
 



Foto 5
Il teodolite magnetico

 



Foto 6
L’induttore terrestre

 

Foto 7
Una stazione meteorologica

  Sono poi esposti altri tipi di sismografi: quello progettato all’inizio del XX secolo da Emil Wiechert (Foto 2), che permetteva la registrazione di terremoti vicini, che inducevano periodi molto ampi, difficilmente misurabili con le precedenti apparecchiature. Un altro tipo di sismografo è quello di Ishimoto (Foto 3), ideato nel 1933, di dimensioni e peso più modeste rispetto al precedente.
Anche gli scienziati italiani hanno però fatto la loro parte: è infatti esposto il sismoscopio di Vicentini (
Foto 4), progettato nel lontano 1903, adatto alla registrazione di eventi tellurici relativamente vicini, visto che la strumentazione non consentiva grosse amplificazioni di segnale.

  Un altro importante contributo allo studio della struttura interna della Terra è stato fornito dal Magnetismo: l’ipotesi che il nucleo terrestre sia costituito da Ferro, deriva dal fatto che sin dall’antichità l’Uomo si è reso conto dell’esistenza di un campo magnetico naturale, rilevabile semplicemente con l’ago di una bussola. Al Museo sono invece esposti strumenti più sofisticati, che sono in grado di misurare l’intensità del campo magnetico terrestre, oltre ad altri importanti parametri. Fra questi è presente il “teodolite magnetico” (
Foto 5) e “l’induttore terrestre” (Foto 6).
Associato a questo tema vi è quello del Paleomagnetismo, con l’esposizione di campioni di rocce che mostrano le variazioni temporali del campo geomagnetico. Ciò avviene grazie alla proprietà che hanno i minerali ferromagnetici, contenuti nelle rocce vulcaniche, di memorizzare l’orientazione del campo magnetico terrestre presente al momento del raffreddamento della roccia che li contiene.

  In base a tali studi si è visto che il campo magnetico terrestre si inverte periodicamente, nel senso che il Polo Nord diventa Polo Sud e viceversa. Una cosa affascinante è che siamo ormai in attesa di una nuova inversione di polarità, visto che è oramai passato molto tempo dall’ultima delle variazioni. Il Museo offre poi altre strumentazioni, come una stazione meteorologica (
Foto7).

Informazioni su orari e visite sono disponibili sul sito www.museoroccadipapa.com.
 
 

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