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Il caro benzina |
Questo mese tocchiamo un tema che sta
decisamente a cuore a tutti noi, o meglio alle nostre
tasche: l’inarrestabile aumento del costo del petrolio.
Siamo giunti ormai a cifre davvero preoccupanti, che ci
pongono di fronte a tanti interrogativi e dubbi: a parte
il discorso di pensare seriamente all’uso di fonti
energetiche alternative (un tema molto complesso che non
abbiamo il tempo di trattare, ma che meriterebbe senza
dubbio un’analisi molto dettagliata), sorge spontanea
una domanda su tutte: ma quanto petrolio potremo
estrarre ancora? Siamo agli sgoccioli o possiamo contare
su riserve ancora abbondanti?
Per rispondere a queste domande bisognerebbe essere in
possesso di dati certi ed oggettivi: niente di più
difficile, in quanto le compagnie petrolifere tendono
spesso a confondere le acque, nel senso che, soprattutto
in concomitanza di periodi caratterizzati da scarsi
ritrovamenti, hanno il vizietto di diffondere dati
sovrastimati sulla reale disponibilità delle proprie
riserve. Dall’altra parte i paesi produttori forniscono
spesso cifre influenzate da motivi socio-politici, per
cui può convenire loro far credere che abbiano riserve
petrolifere più o meno vaste, a seconda degli umori del
mercato internazionale.
Per cercare di fare un po’ di chiarezza sul tema è stata
creata un’associazione internazionale (ASPO) che ha come
scopo quello di fornire dati il più possibile
attendibili. Maggiori dettagli li potete trovare sul
sito dell’associazione
www.peakoil.net.
La prossima conferenza dell’ASPO si terrà a Giugno proprio qui in Italia,
a Pisa. Ebbene, cosa hanno concluso questi esperti? Con
grossa fatica sono giunti alla conclusione che
attualmente possiamo far conto su un totale di 800
miliardi di barili di petrolio “convenzionale”. Con
questo termine si intende il petrolio più facilmente
estraibile, che costa meno: si può infatti ricavare il
prezioso oro nero anche dagli idrocarburi gassosi ovvero
da giacimenti più “scomodi” (come nelle aree polari o al
largo degli oceani), da strati sabbiosi e da scisti
bituminosi; si tratta però di una percentuale ridicola
(circa il 5 %) del totale, per cui non sono in grado,
per lo meno ad oggi, di migliorare sostanzialmente il
quadro generale.
Certo si tratta di un quantitativo di tutto rispetto, ma
per avere un idea se sia sufficiente ai nostri
fabbisogni, si consideri che, nel solo 2004, sono stati
consumati ben 30 miliardi di barili. E’ chiaro che il
conto non torna: andando avanti di questo passo,
esauriremmo le riserve nel giro di soli 27 anni!
Si potrebbe obiettare: “Ma questo vale per il
petrolio noto, e non se consideriamo altri giacimenti,
ancora da scoprire”.
Il problema è che l’80 % del petrolio che si consuma è stato scoperto
prima del 1973 e che negli ultimi anni, per ogni barile
scoperto, ne sono stati consumati 4. Anche considerando
i notevoli progressi in campo scientifico-tecnologico,
che indubbiamente hanno migliorato le tecniche di
ricerca e di estrazione del petrolio, gli esperti
concordano con l’asserire che prima o poi avremo
“raschiato il fondo”. Anche qui le cifre sono molto
ballerine: c’è chi stima in 700 miliardi di barili, chi
in soli 130 le riserve ancora da scoprire: si tratta
tuttavia sempre di quantitativi ben definiti e non
illimitati, che ci consentiranno di tirare avanti per
qualche altro decennio. Va poi sottolineato che, con la
progressiva diminuzione delle riserve, si verificherà
nel contempo una richiesta sempre più crescente di
energia, con la conseguenza che, per le legge del
mercato, i costi aumenteranno esponenzialmente.
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Figura 1
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Il problema è che il petrolio non è una risorsa infinita, ma
esauribile, che deriva da complesse trasformazioni biologiche: al pari di tutti
gli altri combustibili fossili, come il carbone, il metano, ecc., si originò
tanti milioni di anni fa, grazie alla trasformazione di grandi quantità di
materiale vivente decomposto. Ciò avvenne tra 100 e 150 milioni di anni fa,
durante il Mesozoico (per inciso, quando dalle nostre parti si andavano formando
i calcari dei Monti di Canino): a seguito del riscaldamento globale (né più né
meno come l’odierno “effetto serra”) l'atmosfera terrestre divenne così calda da
provocare un’autentica esplosione di alghe che soffocarono i mari dell’epoca
consumando l'ossigeno disciolto nell'acqua: è quello che è accaduto qualche anno
fa, seppure in scala decisamente minore, con le mucillagini dell’Adriatico. La
trasformazione del materiale organico in petrolio è avvenuta grazie al fatto che
esso è stato seppellito ad enormi profondità (intorno ai 2 Km), dove c’erano
forti pressioni e temperature.
Per capire un pò del mondo che ruota intorno al petrolio, vi consiglio di
scaricare l’interessante documento allegato (che potete visionare con il
programma Power Point), a carattere estremamente divulgativo, per cui di facile
lettura e comprensione, preparato da Tom Sheeran, un ingegnere petrolifero della
Chevron.
Tornando al problema della disponibilità ho allegato il grafico (Fig.1)
che riporta l’andamento della produzione petrolifera dal 1930 e che si spinge a
fare previsioni fino al 2050: per ciascun continente o area di estrazione sono
riportati i barili estratti o che si potranno estrarre, espressi sempre in
miliardi all’anno. Il punto di massimo delle varie curve, chiamato “picco
di Hubbert”, rappresenta un vero e proprio punto critico, di non
ritorno: da quella data in poi la produzione diminuirà inarrestabile. Ebbene
potete notare che siamo molto vicini al picco massimo, tant’è che gli studiosi
dell’ASPO se lo aspettano proprio nel 2007!
Certo, c’è di che allarmarsi. Indubbiamente dobbiamo tutti prendere atto che
bisognerà intraprendere, senza alcuna titubanza, la strada della ricerca di
fonti di energia alternative. Non bisogna essere miopi ma guardare verso il
futuro, incentivando la ricerca e lo sviluppo tecnologico: certo, il fatto che
un premio Nobel come Rubbia, stufo di essere inascoltato in patria, se ne sia
andato in Spagna per sviluppare il suo prezioso studio sulle fonti alternative,
è a dir poco scandaloso. E’ ora che l’Italia investa seriamente sulla ricerca,
nel bene di tutti noi e delle generazioni future.
Certamente ognuno di noi può contribuire, anche se in minima parte: come
suggerisce l’ASPO, bisogna valutare attentamente la dipendenza dal petrolio
nella vita di tutti i giorni. Ad esempio bisognerebbe ridurre sempre più l'uso
dell'auto privata, così come sarebbe opportuno abituarsi da subito ad uno stile
di vita più sobrio e meno consumistico: ogni prodotto che compriamo costituisce
oggi un contributo al raggiungimento del picco di Hubbert. |
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