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Rubrica di Geologia a cura di Antonio Menghini

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Il caro benzina

  Questo mese tocchiamo un tema che sta decisamente a cuore a tutti noi, o meglio alle nostre tasche: l’inarrestabile aumento del costo del petrolio. Siamo giunti ormai a cifre davvero preoccupanti, che ci pongono di fronte a tanti interrogativi e dubbi: a parte il discorso di pensare seriamente all’uso di fonti energetiche alternative (un tema molto complesso che non abbiamo il tempo di trattare, ma che meriterebbe senza dubbio un’analisi molto dettagliata), sorge spontanea una domanda su tutte: ma quanto petrolio potremo estrarre ancora? Siamo agli sgoccioli o possiamo contare su riserve ancora abbondanti?
Per rispondere a queste domande bisognerebbe essere in possesso di dati certi ed oggettivi: niente di più difficile, in quanto le compagnie petrolifere tendono spesso a confondere le acque, nel senso che, soprattutto in concomitanza di periodi caratterizzati da scarsi ritrovamenti, hanno il vizietto di diffondere dati sovrastimati sulla reale disponibilità delle proprie riserve. Dall’altra parte i paesi produttori forniscono spesso cifre influenzate da motivi socio-politici, per cui può convenire loro far credere che abbiano riserve petrolifere più o meno vaste, a seconda degli umori del mercato internazionale.
Per cercare di fare un po’ di chiarezza sul tema è stata creata un’associazione internazionale (ASPO) che ha come scopo quello di fornire dati il più possibile attendibili. Maggiori dettagli li potete trovare sul sito dell’associazione www.peakoil.net.

  La prossima conferenza dell’ASPO si terrà a Giugno proprio qui in Italia, a Pisa. Ebbene, cosa hanno concluso questi esperti? Con grossa fatica sono giunti alla conclusione che attualmente possiamo far conto su un totale di 800 miliardi di barili di petrolio “convenzionale”. Con questo termine si intende il petrolio più facilmente estraibile, che costa meno: si può infatti ricavare il prezioso oro nero anche dagli idrocarburi gassosi ovvero da giacimenti più “scomodi” (come nelle aree polari o al largo degli oceani), da strati sabbiosi e da scisti bituminosi; si tratta però di una percentuale ridicola (circa il 5 %) del totale, per cui non sono in grado, per lo meno ad oggi, di migliorare sostanzialmente il quadro generale.
Certo si tratta di un quantitativo di tutto rispetto, ma per avere un idea se sia sufficiente ai nostri fabbisogni, si consideri che, nel solo 2004, sono stati consumati ben 30 miliardi di barili. E’ chiaro che il conto non torna: andando avanti di questo passo, esauriremmo le riserve nel giro di soli 27 anni!
Si potrebbe obiettare: “Ma questo vale per il petrolio noto, e non se consideriamo altri giacimenti, ancora da scoprire”.
  Il problema è che l’80 % del petrolio che si consuma è stato scoperto prima del 1973 e che negli ultimi anni, per ogni barile scoperto, ne sono stati consumati 4. Anche considerando i notevoli progressi in campo scientifico-tecnologico, che indubbiamente hanno migliorato le tecniche di ricerca e di estrazione del petrolio, gli esperti concordano con l’asserire che prima o poi avremo “raschiato il fondo”. Anche qui le cifre sono molto ballerine: c’è chi stima in 700 miliardi di barili, chi in soli 130 le riserve ancora da scoprire: si tratta tuttavia sempre di quantitativi ben definiti e non illimitati, che ci consentiranno di tirare avanti per qualche altro decennio. Va poi sottolineato che, con la progressiva diminuzione delle riserve, si verificherà nel contempo una richiesta sempre più crescente di energia, con la conseguenza che, per le legge del mercato, i costi aumenteranno esponenzialmente.
 


 


 

Figura 1
 


 
  Il problema è che il petrolio non è una risorsa infinita, ma esauribile, che deriva da complesse trasformazioni biologiche: al pari di tutti gli altri combustibili fossili, come il carbone, il metano, ecc., si originò tanti milioni di anni fa, grazie alla trasformazione di grandi quantità di materiale vivente decomposto. Ciò avvenne tra 100 e 150 milioni di anni fa, durante il Mesozoico (per inciso, quando dalle nostre parti si andavano formando i calcari dei Monti di Canino): a seguito del riscaldamento globale (né più né meno come l’odierno “effetto serra”) l'atmosfera terrestre divenne così calda da provocare un’autentica esplosione di alghe che soffocarono i mari dell’epoca consumando l'ossigeno disciolto nell'acqua: è quello che è accaduto qualche anno fa, seppure in scala decisamente minore, con le mucillagini dell’Adriatico. La trasformazione del materiale organico in petrolio è avvenuta grazie al fatto che esso è stato seppellito ad enormi profondità (intorno ai 2 Km), dove c’erano forti pressioni e temperature.
Per capire un pò del mondo che ruota intorno al petrolio, vi consiglio di scaricare l’interessante documento allegato (che potete visionare con il programma Power Point), a carattere estremamente divulgativo, per cui di facile lettura e comprensione, preparato da Tom Sheeran, un ingegnere petrolifero della Chevron.

  Tornando al problema della disponibilità ho allegato il grafico (Fig.1) che riporta l’andamento della produzione petrolifera dal 1930 e che si spinge a fare previsioni fino al 2050: per ciascun continente o area di estrazione sono riportati i barili estratti o che si potranno estrarre, espressi sempre in miliardi all’anno. Il punto di massimo delle varie curve, chiamato “picco di Hubbert”, rappresenta un vero e proprio punto critico, di non ritorno: da quella data in poi la produzione diminuirà inarrestabile. Ebbene potete notare che siamo molto vicini al picco massimo, tant’è che gli studiosi dell’ASPO se lo aspettano proprio nel 2007!
Certo, c’è di che allarmarsi. Indubbiamente dobbiamo tutti prendere atto che bisognerà intraprendere, senza alcuna titubanza, la strada della ricerca di fonti di energia alternative. Non bisogna essere miopi ma guardare verso il futuro, incentivando la ricerca e lo sviluppo tecnologico: certo, il fatto che un premio Nobel come Rubbia, stufo di essere inascoltato in patria, se ne sia andato in Spagna per sviluppare il suo prezioso studio sulle fonti alternative, è a dir poco scandaloso. E’ ora che l’Italia investa seriamente sulla ricerca, nel bene di tutti noi e delle generazioni future.
Certamente ognuno di noi può contribuire, anche se in minima parte: come suggerisce l’ASPO, bisogna valutare attentamente la dipendenza dal petrolio nella vita di tutti i giorni. Ad esempio bisognerebbe ridurre sempre più l'uso dell'auto privata, così come sarebbe opportuno abituarsi da subito ad uno stile di vita più sobrio e meno consumistico: ogni prodotto che compriamo costituisce oggi un contributo al raggiungimento del picco di Hubbert.

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