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Il confinamento geologico dell’anidride
carbonica: un possibile rimedio per la riduzione dell’effetto serra
(Seconda parte) |
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Il mese passato avevamo iniziato il discorso del
confinamento geologico dell’anidride carbonica,
probabilmente uno dei futuri rimedi per la riduzione
dell’effetto serra. Si tratta infatti di una tecnologia
che avrebbe un effetto “diretto” e soprattutto
“immediato”: invece di cercare di ridurre l’immissione
nell’atmosfera dell’Anidride Carbonica, riduzione che
potrà avvenire solo in tempi molto lunghi (nell’ordine
dei decenni) e con inevitabili ripercussioni
sull’attività economica dei Paesi industrializzati e di
quelli in via di sviluppo, si agisce in maniera attiva,
eliminando i gas serra grazie ad un vero e proprio
processo di sequestro. Infatti, una volta che le
emissioni sono state raccolte in corrispondenza delle
principali attività industriali, fonti di inquinamento,
possono essere reiniettate, dopo aver compresso i gas
sino a renderli pressoché liquidi, in depositi geologici
profondi. Si tratta d’altronde di un processo che può
considerarsi in tutto e per tutto naturale, visto che
esistono depositi che hanno intrappolato per milioni di
anni idrocarburi, tanto in forma liquida (petrolio) che
gassosa (metano). In effetti uno dei serbatoi naturali
più indicati per reiniettare l’Anidride Carbonica, è
proprio il classico giacimento di petrolio esaurito: se
è stato in grado di contenere per tantissimo tempo gli
idrocarburi gassosi, perché non doovrebbe essere in
grado di intrappolare anche i gas serra ?
Talvolta poi l’immissione dei gas può addirittura
favorire un ulteriore sfruttamento del giacimento, in
quanto la porzione residua del giacimento rimane più
difficoltosa da estrarre. Questa sorta di stimolazione
finalizzata ad estrarre sino all’ultima goccia dell’oro
nero, viene di norma realizzata mediante l’immissione di
acqua.
Altri
siti potenzialmente idonei ad immagazzinare l’Anidride
Carbonica, sono i depositi sotterranei di Carbone; anche
qui l’operazione può produrre dei vantaggi economici
aggiuntivi, in quanto la CO2 va a sostitursi
al metano contenuto nella matrice del Carbone,
liberandolo: è così che il giacimento carbonifero può
diventare una fonte di gas naturale.
Una
terza possibilità è offerta dai depositi
sabbioso-arenacei profondi, saturati dai fluidi salati.
La
Fig.1 mostra in maniera efficace le varie opzioni di
immagazzinamento:
1)
reiniezione in giacimenti esauriti di gas e
petrolio
2)
utilizzo per il recupero assistito di giacimenti
in via di esaurimento
3)
sequestro in formazioni saline profonde
4)
utilizzo per incrementare il recupero di metano
da giacimenti carboniferi.
A
dimostrazione del fatto che si tratta di una tecnologia
già alla nostra portata, e non di una soluzione
fantascientifica, tenete conto che tale processo è già
attivo in diverse zone del Mondo.
Ad
esempio, nel Mare del Nord, la più grande compagnia
petrolifera norvegese (la Statoil), ha dato vita al
Progetto Sleipner (Foto 1 e 2). Maggiori in formazioni
sulle attività riguardo al sequestro della CO2
le trovate visitando il sito
www.statoil.com/statoilcom/svg00990.nsf. Se poi
clicckate su
www.statoil.com/statoilcom/svg00990.nsf/web/sleipneren?opendocument,
potete vedere l’animazione che mostra come avviene il
tutto: il gas estratto da questo giacimento naturale,
uno dei più estesi del mare del Nord, viene sottoposto
ad un trattamento che abbatte la quantità di CO2
in eccesso, per poi essere reiniettato ad 800 m di
profondità, all’interno di una formazione geologica che
contiene fluidi salini.
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Figura 1
(opzioni di immagazzinamento geologico della CO2)
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Figura 2 (siti idonei all'imagazzinamento
geologico della CO2)
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Pensate un po’: questo processo
avviene sin dal 1996, e grazie ad esso le emissioni di Anidride Carbonica della
Norvegia sono state abbattute del 3 %. Praticamente sono state tolte
dall’atmosfera qualcosa come 1 milione di tonnellate di CO2 all’anno
!
Ovviamente affinché il processo
incida realmente sulla riduzione a livello globale, occorrerebbero molti di tali
progetti, nell’ordine di diverse migliaia. La Fig.2 mostra quali sono i siti
potenzialmente più idonei dove realizzare l’immagazzinamento geologico: quelle
in blu sono le aree migliori e, come vedete, sono sparse su zone molto vaste del
Globo.
L’Italia si sta muovendo in
tale direzione, grazie al progetto CO2 GeoNet, il network
europeo di eccellenza che la Comunità Europea sta finanziando per il quinquennio
2004-2009; ne fanno parte enti di ricerca di 7 Paesi (oltre all’Italia, il Regno
Unito, la Norvegia, la Francia, l’Olanda, la Danimarca e la Germania). Lo scopo
è quello di studiare meglio i meccanismi fisico-chimici che si instaurano
durante l’immissione dei gas nel sottosuolo. In particolare, l’Università di
Roma “La Sapienza” e l’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste, stanno
portando avanti delle indagini geofisiche, mineralogiche e geochimiche, su due
siti dove le fuoriuscite di CO2 avvengono naturalmente: Ciampino e
Latera. Nels econdo caso, ho avuto il piacere di prender parte, seguendo alcuni
laureandi in Scienze Ambientali dell’Università della Tuscia di Viterbo, ad
alcune attività sul campo finalizzate a tale tipo di ricerca: se clicckate su
www.stega.it/pub/GPR.pdf, potete scaricarvi (se avete il programma Acrobat
Reader) il lavoro che ho svolto insieme all’Università di Roma e che abbiamo
presentato ad un Convegno in Olanda.
In particolare si vuole capire
quali sono i meccanismi di migrazione, le vie preferenziali ed i tempi di
trasporto dei gas, quali strutture geologiche possono favorire l’immissione, e
così via.
Purtroppo, a parte questa
iniziativa, non esistono progetti nazionali in corso di realizzazione, tant’è
che l’Italia ha accumulato un ritardo spaventoso, di almeno 10 anni, rispetto
alle altre nazioni europee. E visto che immettiamo nell’atmosfera la bellezza di
150 milioni di tonnellate all’anno di CO2, sarebbe proprio il caso di
darsi da fare.
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Piattaforme della compagnia
norvegese Statoil (progetto Sleipner) |
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